19 Novembre 2024
Il primo discorso di Trump, quello del 6 novembre a Palm Beach è il discorso non solo di un trionfatore elettorale ma già di un leader mondiale che ha le idee molto chiare per il futuro dell’America e del mondo. Un leader che ritiene di avere la forza straordinaria di fermare le guerre, imponendo un nuovo equilibrio geopolitico mondiale. Può farcela? Penso di si, e per più motivi oggettivi, pragmatici che provo a sintetizzare.
Gli Usa non saranno mai isolazionisti né mai pacifisti: sono un Impero e ogni Impero pensa in primo luogo alla propria autotutela e autoperpetuazione, anche quello in salsa liberale. Ma per provare a vincere la sfida di non farsi surclassare dalla Cina (accadrà tra 10 anni) gli Usa hanno l’urgenza di fare un passo indietro per riorganizzarsi e potersi così poi lanciare in un grande balzo in avanti.
Il tema dei dazi lo insegna. Per chi conosca la storia anche il grande Lincoln fu per necessità un protezionista e fece la sua guerra industriale contro gli gli Stati Confederali proprio per imporre i dazi anti-britannici e anti-europei. Senza i dazi gli Usa non si sarebbero uniti come Nazione-Impero. Questo non è contraddizione con lo spirito liberale ma si tratta di cicli di riposizionamento necessari per future ondate espansive. L’America di Trump sarà quindi meno imperialista ma questo proprio per divenire più imperiale. O almeno provarci.
Trump è espressione di tutti i fondamentali e più classici carismi americani: lo spirito di indipendenza proprio del Texas, il valore dell’autarchia fondiaria, lo slancio eroico-onirico proprio dell’espansione verso il West, la necessità di produrre continuamente miti, obiettivi, traguardi. Senza il teatro di Dioniso neppure la talassocrazia ateniese avrebbe resistito alla superiore e più forte Sparta. A chi da già per morta la prima potenza mondiale ricordiamo che furono gli Usa in piena depressione economica a vincere l’Europa di Hitler e a fermare l’espansione di Stalin.
Alla faccia della debolezza delle “democrazie”! Certamente oggi gli Usa si trovano in una situazione mai verificatasi prima di stanchezza, difficoltà, divisione interna e crescente pressione esterna. Proprio per questo hanno reagito votando non un uomo ma il simbolo della loro volontà di riscatto, un’icona del “sogno americano” e dell’America quale produttrice di miti: Donald Trump, appunto.
La sottovalutazione delle sue abilità e della sua capacità di realizzare la grande visione che ha convinto la maggioranza degli americani è propria di un certo snobismo superficiale tutto italiota alla Dario Fabbri, l’“esperto” non laureato. Un “esperto” che ha passato del tempo proprio in Texas, lo Stato più conservatore e più trumpiano di sempre, senza evidentemente capire cosa stava succedendo e infatti non ha saputo prevedere la facile previsione del trionfo del “Nuovo Corso”.
Il discorso del 6 novembre è già un discorso storico di portata mondiale, epocale e presenta tre pilastri chiarissimi:
Una rivoluzione copernicana quella di Trump: l’America che si presenta forte come risorse, non solo come tecnologia e visione strategica. Il ritorno all’uso strategico dell’oro per rilanciare il dollaro potrà portare la pace e nuovo sviluppo? Può essere. Trump potrebbe convincere le principali forze economiche mondiali a sedersi attorno ad un tavolo e a rifondare una nuova Bretton Woods che garantisca almeno 10 anni di tregua e di non degenerazione militare. La vera domanda è: lo scontro militare con la Cina sarà solo rinviato o anche accantonato? La più grande guerra commerciale di tutti i tempi potrà essere relegata all’Africa e al Sudamerica lasciando in equilibrio e in pace il resto del mondo? Certo è che il trionfo di questa America più classica e più imperiale (e meno imperialista) registra già automaticamente due vittime: la Germania e l’Inghilterra. Wall Street batte la City di Londra (sempre meno araba) e l’impero britannico (il più anti-russo da sempre) inizia ora il suo definitivo declino, già profetizzato, qualcuno dice, da Nostradamus.
Di Giacomo Maria Prati
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