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La Carica delle 101, Giovannella Condò: "Aiutiamo le startup in modo strutturato, con percorsi brevi, intensi, focalizzati e con un impatto reale"

Le Centouno, cosa succede quando un gruppo di professioniste decide di regalare il proprio tempo alle startup. Intervista a Giovannella Condò: "Il mentoring deve essere accessibile nel momento in cui serve di più, cioè nelle fasi iniziali della vita di una startup, quando le risorse sono limitate ma le decisioni da prendere sono cruciali"

15 Febbraio 2026

La Carica delle 101, Giovannella Condò: "Aiutiamo le startup in modo strutturato, con percorsi brevi, intensi, focalizzati e con un impatto reale"

Carica delle 101, Giovannella Condò

La serata degli Awards era rosa. Rosa il palco, rosa le luci, rosa tutto. Il conduttore era di quelli effervescenti che si trovano sempre a questi eventi, dove l’entusiasmo è parte del dress code. Ma i founder premiati salivano sul palco e raccontavano di sacrifici, tenacia, insicurezze. Non c’era nulla di recitato. Una di loro ha detto che oggi direbbe alla se stessa di allora: sei brava, sei capace, sei competente, fatti valere e non avere timore. Lo diceva con il tono di chi quella frase se la sarebbe voluta sentir dire anni fa e nessuno gliel’ha mai detta. Era sofferenza vera, e la maturità che dalla sofferenza nasce.

Ma prima di raccontarvi cosa mi ha detto Giovannella Condò — il notaio che questa serata l’ha inventata — conviene chiarire una cosa che molti danno per scontata: che cos’è, esattamente, una startup? Perché il termine è diventato un passepartout buono per ogni occasione: lo usano i politici nei comizi per sembrare al passo coi tempi, le banche nelle pubblicità per sembrare vicine ai giovani, i venditori di corsi online che promettono di insegnarti ad “avere successo in trenta giorni”.

Una startup non è semplicemente un’azienda appena nata. Se così fosse, anche il bar che ha aperto sotto casa mia sarebbe una startup, e vi assicuro che non lo è, nonostante faccia un cappuccino eccellente. Una startup è un’impresa giovane — la legge italiana dice meno di cinque anniche nasce con un’idea innovativa ad alto contenuto tecnologico, con l’ambizione dichiarata di crescere in fretta, possibilmente molto in fretta, e di cambiare le regole del gioco in un mercato esistente o, meglio ancora, di inventarne uno nuovo.

Il modello ha un merito: in una startup conta l'idea, conta la capacità di esecuzione, conta la velocità con cui si impara dai propri errori, che saranno molti, moltissimi.

I numeri, però, ci riportano alla realtà. Nel 2025 le startup innovative iscritte al registro speciale delle Camere di Commercio sono state circa undicimila, in calo del 4% rispetto all’anno precedente. Gli investimenti in venture capital hanno raggiunto un miliardo e mezzo di euro — che sembra tanto, finché non si scopre che, in rapporto al PIL, l’Italia investe in startup solo lo 0,07%, contro lo 0,22 della Francia e lo 0,15 della Germania. E non perché ci manchino le idee — quelle le abbiamo sempre avute — ma perché ci manca tutto il resto: i capitali, la cultura del rischio, la continuità normativa e, soprattutto, un ambiente che funzioni.

Perché una startup, per quanto brillante sia il suo fondatore, per quanto promettente sia la sua tecnologia, non ce la fa da sola. Non ce la fa mai. Ha bisogno di quello che gli addetti ai lavori insistono a chiamare “ecosistema” e che io chiamo l’ambiente giusto. Ha bisogno di qualcuno che la finanzi nelle fasi iniziali, quando non ha ancora un centesimo di fatturato e tutto ciò che possiede è, peraltro, un prototipo e un foglio Excel pieno di proiezioni ottimistiche. Le servono mentor che le insegnino a non commettere gli errori che altri hanno già commesso prima di lei, e una rete di relazioni che le apra porte altrimenti sbarrate — e qui, inutile negarlo, le conoscenze giuste tornano a pesare. Le serve, in sostanza, qualcuno che la prenda per mano senza soffocarla.

Il problema è che in Italia questo ambiente è ancora fragile, frammentato, e spesso autoreferenziale, e le startup che davvero scalano il business e diventano imprese strutturate si contano sulle dita di due mani.

È in questo panorama che mi sono imbattuta nella Carica delle 101il nome è un omaggio al classico Disney, declinato al femminile e con un pizzico di autoironia. Si tratta di un’iniziativa non-profit nata nel 2020, in pieno lockdown, dall’entusiasmo e dalla tenacia di cento professioniste — manager, imprenditrici, avvocate, consulenti — più l’ideatrice, il notaio Giovannella Condò.

Gratuitamente, dichiarano. Il che, in un mondo dove anche respirare sembra richiedere una fee di consulenza, sarebbe peraltro di per sé una notizia. Le oltre duecento professioniste che oggi compongono la rete — le “101ers”, come si fanno chiamare — mettono a disposizione qualcosa che non si compra: esperienza vera. In sessioni intensive di mentoring, la startup porta i suoi problemi e dall’altra parte del tavolo trova chi quei problemi li ha già affrontati e risolti, o almeno ci ha provato.

Ho fatto alcune domande a Giovannella Condò.

  1. Lei ha convinto oltre duecento professioniste affermate a dedicare il loro tempo gratuitamente alle startup. Come ha fatto a costruire qualcosa che funziona davvero da cinque anni?

Quando è nata la Carica delle 101 non c’era un piano “ingegnerizzato” per arrivare a oltre duecento professioniste coinvolte. C’era però una convinzione molto forte: che il tempo, le competenze e l’esperienza di donne che hanno già fatto tanta strada potessero diventare un moltiplicatore di valore straordinario per le startup.

Ho sempre pensato che le professioniste affermate non abbiano bisogno di ulteriori palcoscenici, ma di occasioni autentiche per restituire, confrontarsi e continuare a imparare. La Carica delle 101 funziona perché non è volontariato “generico”: è un modello strutturato, fatto di percorsi brevi, intensi e molto focalizzati, come gli Outsiders’ Inn, in cui il tempo dedicato è limitato ma l’impatto è reale. Questo rende l’impegno sostenibile e gratificante, anche per chi ha agende molto piene.

  1. In un ecosistema dove tutti cercano di monetizzare competenze e relazioni, qual è stata la reazione iniziale nei confronti de La Carica delle 101? Vi hanno preso sul serio fin da subito, oppure avete dovuto dimostrare sul campo che non era solo un'iniziativa di facciata?

In un ecosistema in cui competenze e relazioni sono spesso monetizzate, l’idea che, già dall’inizio, oltre cento professioniste mettessero a disposizione il proprio tempo gratuitamente per le startup sembrava a molti difficile da sostenere nel lungo periodo.

Non ci siamo mai preoccupate troppo di convincere a parole ma abbiamo preferito dimostrare sul campo che il modello funzionava. Fin dalle prime edizioni degli Outsiders’ Inn abbiamo mostrato che non si trattava di incontri simbolici o di mentoring di facciata, ma di momenti di lavoro veri, intensi, in cui le startup uscivano con idee più chiare, decisioni prese e spesso con relazioni che continuavano nel tempo.

  1. Il mentoring professionale ha normalmente un costo elevato. Voi avete scelto la gratuità per le startup. Cosa vi ha spinto verso questa scelta?

La scelta della gratuità è stata una scelta intenzionale, non una rinuncia. Fin dall’inizio ho pensato che il mentoring, per essere davvero trasformativo, dovesse essere accessibile nel momento in cui serve di più, cioè nelle fasi iniziali della vita di una startup, quando le risorse sono limitate ma le decisioni da prendere sono cruciali. In quel momento il costo non è solo economico: è anche mentale, è il rischio di chiedere aiuto troppo tardi o di farlo solo a chi si può permettere.

Abbiamo voluto ribaltare questa logica. La Carica delle 101 nasce dall’idea che il valore delle competenze non si misura solo in termini di prezzo, ma anche in termini di impatto. Per le professioniste coinvolte, il ritorno non è economico ma è fatto di stimoli, confronto, contaminazione di idee e, spesso, di relazioni che nel tempo diventano collaborazioni, investimenti o nuove opportunità.

  1. 151 startup seguite in cinque anni. Quante di queste sono ancora operative? Quante hanno davvero scalato il business?

È una domanda legittima, perché oggi si tende a misurare tutto solo in termini di scale-up ed exit. Degli oltre 150 progetti che abbiamo seguito in questi cinque anni, una quota significativa è ancora operativa: parliamo di oltre due terzi delle startup che continuano ad essere sul mercato, alcune con modelli di business evoluti rispetto alla fase iniziale, altre in una dimensione più piccola ma sostenibile. È un dato in linea, se non migliore, rispetto ai tassi di sopravvivenza medi delle startup nei primi cinque anni.

Se guardiamo invece a chi ha davvero scalato, il numero è inevitabilmente più contenuto, ma reale. Ci sono startup che, dopo il confronto con la Carica delle 101, hanno raccolto round di investimento, ampliato il team, aperto nuovi mercati o strutturato partnership industriali. Uno degli impatti meno visibili, ma più importanti, è aiutare le founder e i founder a evitare errori costosi, a mettere a fuoco il modello di business e a prendere decisioni migliori prima che sia troppo tardi.

  1. Nel mondo delle startup italiane ci sono decine di acceleratori, incubatori, corporate innovation hub, tutti offrono mentoring e consulenza. Non Le sembra un mercato saturo? E in questo affollamento, qual è il valore distintivo de La Carica delle 101 che una startup non può trovare altrove?

L’ecosistema italiano oggi è molto più affollato rispetto a cinque o dieci anni fa, e questo è in parte un segnale positivo: significa che il tema dell’innovazione è diventato centrale. Ma spesso l’offerta è simile, standardizzata, legata a percorsi lunghi, selettivi, con logiche molto orientate al deal flow, all’equity o agli interessi del corporate di turno. In questo senso non parlerei tanto di saturazione, quanto di omologazione.

La Carica delle 101 nasce e resta qualcosa di diverso. Non siamo un acceleratore, non prendiamo quote, non promettiamo investimenti e non inseriamo le startup in un percorso preconfezionato. Offriamo un confronto ad altissimo livello, concentrato e indipendente, in cui la startup si trova davanti a professioniste che portano punti di vista diversi, esperienze reali di impresa, di governance, di mercato, senza alcuna agenda nascosta. Questo cambia completamente la qualità del dialogo. Il nostro valore distintivo sta proprio nell’essere “outsider”: persone che non devono vendere servizi, non devono giustificare un modello e non devono spingere una soluzione.

  1. Gli incentivi fiscali per chi investe in startup innovative sono scaduti il 31 dicembre scorso. Detrazione del 30% sparita, investitori privati in stand-by, early stage a rischio. Il Governo non ha fatto in tempo a notificare la proroga a Bruxelles. Si parla di "approssimazione" nella gestione del dossier innovazione. Lei che da cinque anni vede da vicino le difficoltà vere delle startup: quanto pesa questa mancata proroga? E soprattutto, come può un Paese pretendere di sostenere l'innovazione se lascia le startup in balia dell'incertezza normativa anno dopo anno?

Pesa moltissimo, e non solo sul piano economico. La fine improvvisa degli incentivi fiscali ha un impatto immediato sulla liquidità delle startup early stage, ma soprattutto manda un messaggio molto pericoloso all’ecosistema: l’idea che l’innovazione sia una priorità solo a parole. In questi cinque anni ho visto da vicino quanto gli investimenti nelle fasi iniziali siano fragili e quanto decisioni anche piccole, come una detrazione fiscale, possano fare la differenza tra un round che si chiude e uno che salta.

La detrazione del 30% non era un “regalo”, era uno strumento di politica industriale che aiutava a compensare il rischio elevato dell’early stage, soprattutto per i business angel e per gli investitori privati non professionali. La sua scomparsa improvvisa ha congelato molte decisioni: investitori in attesa, startup che rimandano piani di crescita, founder costretti a dedicare tempo ed energie a inseguire certezze normative invece che il mercato. È un rallentamento che l’Italia, oggi, non può permettersi.

Il punto più critico, però, è proprio l’incertezza. L’innovazione non vive di bonus spot o di misure annunciate all’ultimo minuto: ha bisogno di continuità, prevedibilità e visione di medio-lungo periodo.

  1. Parliamo di un paradosso italiano: abbiamo 244 family office che gestiscono oltre mille miliardi di euro, patrimoni enormi in cerca di rendimento. Le nuove generazioni vogliono investire in innovazione, venture capital, startup. Eppure, i capitali faticano a fluire. Gli esperti dicono che il problema non è la mancanza di soldi, ma la mancanza di struttura: troppi deal diretti improvvisati, troppo pochi investimenti attraverso fondi professionali. A suo parere, gli investitori italiani hanno capito davvero come funziona questo mondo? Oppure continuano a trattare il venture capital come si trattava il mattone negli anni Ottanta?

Credo che il paradosso sia tutto lì, ed è un paradosso molto italiano. I capitali ci sono, l’interesse è reale, e il desiderio di investire in innovazione è sincero. Quello che spesso manca non è la volontà, ma la comprensione profonda delle regole di questo gioco. Il venture capital non è un’estensione del private equity tradizionale e tantomeno un investimento immobiliare rivisitato in chiave tech, ma in molti casi viene ancora approcciato con quelle stesse logiche.

Il venture capital funziona quando è strutturato, diversificato e quando accetta l’idea che molti investimenti non andranno a buon fine per consentire a pochi di generare rendimenti significativi.

Il rischio è continuare a trattare il venture capital come si trattava il mattone negli anni Ottanta: un asset da presidiare, da capire “di pancia”, da controllare direttamente. Ma l’innovazione non funziona così. Richiede fiducia nelle competenze altrui, capacità di delegare, e soprattutto una visione di lungo periodo. Quando questo salto culturale sarà davvero compiuto, allora i capitali che oggi vediamo fermi o dispersi potranno finalmente diventare un motore reale per l’ecosistema dell’innovazione italiana.

  1. Lei ha lanciato anche "La Carica 4 Africa", programma di mentoring per imprenditrici africane. Sull'Africa si moltiplicano le iniziative, ma spesso manca continuità e impatto reale. Il vostro è un progetto strutturato con obiettivi misurabili, oppure un'esperienza pilota ancora in fase di definizione?

La Carica 4 Africa, nata anche su ispirazione di Odile Robotti, non nasce come un’iniziativa simbolica né come un esperimento isolato. Fin dall’inizio abbiamo voluto darle una struttura chiara, proprio per evitare uno dei rischi più frequenti quando si parla di Africa: moltiplicare i progetti senza continuità e senza un impatto misurabile. L’idea è stata quella di trasferire un modello che conosciamo bene – quello della Carica delle 101 – adattandolo a un contesto diverso, con obiettivi realistici e molto concreti. Il programma è costruito su percorsi di mentoring definiti, con tempi, contenuti e risultati attesi, e lavora su bisogni molto specifici delle imprenditrici coinvolte.

  1. Lei è notaio, abituata alla precisione degli atti, al rigore formale, alla prudenza. Come si concilia questo Suo DNA professionale con il mondo delle startup, fatto di velocità, di pivot continui, di sperimentazione costante?

In realtà, più che una contraddizione, io vedo una complementarità molto forte. Il mio lavoro di notaio mi ha insegnato il valore del rigore, della responsabilità e delle conseguenze delle decisioni nel lungo periodo. Ed è esattamente questo che spesso manca nel mondo delle startup, soprattutto nelle fasi iniziali, quando la velocità e l’entusiasmo rischiano di prendere il sopravvento sulla solidità delle scelte.

Il mondo delle startup vive di sperimentazione, pivot e rapidità, ed è giusto che sia così. Il mio approccio non è mai quello di frenare, ma di aiutare a costruire basi più solide su cui correre.

Credo che il dialogo tra mondi diversi – quello più formale e quello più fluido dell’innovazione – sia uno dei grandi valori della Carica delle 101.

  1. Una domanda personale: cosa La spinge davvero in questa impresa? Cosa Le restituisce vedere questi giovani imprenditori che provano a costruire qualcosa di nuovo? È il desiderio di restituire ciò che ha ricevuto, il piacere di lasciare un segno concreto, oppure c'è qualcos'altro che La motiva?

Mi spinge la possibilità di essere utile in modo concreto, di mettere a disposizione ciò che ho imparato in anni di esperienza per aiutare chi sta provando a costruire qualcosa di nuovo. Non è solo un atto di restituzione di quello che ho ricevuto nella mia carriera ma è soprattutto il piacere di vedere crescere idee, progetti e persone.

Ogni volta che incontro una startup e vedo i giovani imprenditori chiarirsi le idee, prendere decisioni più consapevoli o superare ostacoli che sembravano insormontabili, provo una soddisfazione profonda: significa che il tempo dedicato, anche se breve, ha avuto un impatto reale. Mi motiva l’energia che nasce dal confronto, lo scambio di prospettive, la possibilità di alimentare una rete in cui competenze ed entusiasmo si moltiplicano.

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