26 Marzo 2026
Abby Martin Fonte: X @declassifiedUK
C'è un video che circola con rinnovata forza sui social internazionali, e che l'apparato propagandistico di Tel Aviv farebbe di tutto per far sparire. Lo ha girato Abby Martin, giornalista americana, fondatrice di Empire Files (serie documentaristica e giornalistica indipendente con reportage sul campo in zone di conflitto e occupazione come Gaza, Venezuela, Colombia, Yemen), in una piazza di Gerusalemme.
Tre ore di riprese. Una dozzina di intervistati casuali: laici e religiosi, giovani e anziani, immigrati e nati in Israele. Risultato: ogni singola persona che ha incontrato ha approvato la pulizia etnica dei palestinesi. A un uomo viene chiesto cosa si dovrebbe fare con i palestinesi. Risponde: "Li bombarderei a tappeto. È l'unico modo… penso che abbiamo il diritto di odiarli". Un altro: "Darei agli arabi uno Stato. Poi sarebbe una guerra tra Stati… potremmo sganciare una bomba grossa e, 'pop!', finita". Una ragazza ride e dice: "Dobbiamo uccidere gli arabi". Martin non ha selezionato i casi peggiori. Ha dichiarato in un'intervista esclusiva a teleSUR: "Non abbiamo selezionato ad arte gli intervistati. Ho cercato di ottenere una gamma diversificata di opinioni, trovando persone di tutte le età e di ogni estrazione; religiosi e laici, autodefinitisi progressisti e conservatori, nati in Israele e immigrati dall'estero." Il contrasto con il mese trascorso in Cisgiordania è abissale. In un mese passato nella Cisgiordania occupata, parlando con centinaia di palestinesi, Martin non ha sentito nessuno esprimere odio verso gli ebrei, né invocare la loro espulsione o la loro morte. Ha sentito solo: vogliamo vivere in pace, vogliamo la democrazia. Ecco perché Martin ha definito la società israeliana "fascista, con retoriche genocidarie pervasive contro i palestinesi". E perché ha usato la formula che fa tremare le mani: "È come Berlino nel 1930".
Qualcuno potrebbe liquidare le testimonianze come aneddotiche. I dati no. Quelli non si liquidano. Un sondaggio dell'Università Ebraica di Gerusalemme del giugno 2025 ha rilevato che il 64% degli ebrei israeliani — come riportato da Assopace Palestina — concorda con l'affermazione che "non ci sono innocenti a Gaza". Non è un sondaggio di un'organizzazione pro-palestinese: è l'Università Ebraica di Gerusalemme. A febbraio 2025, l'82% degli ebrei israeliani aveva sostenuto il "piano Trump" di pulizia etnica della Striscia di Gaza. A maggio 2025, l'82% aveva appoggiato l'espulsione totale dei residenti di Gaza. Ad agosto 2025, il sondaggio dell'Israel Democracy Institute ha mostrato che l'80% degli ebrei israeliani non è turbato dalle notizie sulla carestia e le sofferenze dei palestinesi a Gaza. Il 65% degli intervistati ritiene che esista una "incarnazione contemporanea di Amalek". Il 93% di quel 65% è convinto che "il comandamento di cancellare la memoria di Amalek sia pertinente anche ai giorni nostri" (gli amaleciti erano un popolo nomade, nemico ancestrale di Israele.Amalek è per cui diventato nella retorica israeliana ultra-nazionalista e religiosa il codice per indicare i palestinesi come nemico biblico da annientare per volere divino). Per volere divino, lo ripeto. Non è politica. Non è strategia militare. È teologia dello sterminio. Il genocidio come missione divina. E stiamo parlando di maggioranze, non di frange. Secondo sondaggi curati dal professor Tamir Sorekdella Pennsylvania State University, circa il 56% degli ebrei israeliani continua a sostenere il trasferimento o l'espulsione forzata dei cittadini arabi di Israele verso Paesi terzi, mentre il 47% si dichiara favorevole a impiegare "ogni mezzo necessario" per sconfiggere "il nemico".
Un sondaggio condotto dal canale israeliano Channel 12 ha rilevato che il mezzo milione di nuovi elettori ebrei israeliani — la più grande aggiunta di elettori nella storia di Israele — sono i più di destra e i più fanatici religiosi mai misurati. Entreranno nella Knesset. Ed entreranno nell'esercito. Il partito più votato da questa generazione è il Likud di Netanyahu, seguito dai partiti ultra-ortodossi diventati ultra-sionisti. Ben-Gvir e Smotrich non sono un'anomalia: sono il futuro che questa società ha scelto di costruire.
Negli Stati Uniti il sostegno popolare a Israele è crollato dal 54% (che si aveva prima del 7 ottobre) al 36% nel 2026, secondo Gallup. Il 41% degli americani oggi simpatizza maggiormente con i palestinesi. Tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, per la prima volta la maggioranza si schiera con i palestinesi, mentre nel contempo i governi europei continuano a balbettare di "diritto di difesa", di "complessità della situazione", di "dialogo". Il dialogo con chi? Con chi invoca la bomba atomica e ride mentre dice "dobbiamo uccidere gli arabi"?
Il paragone con Berlino 1930 di Abby Martin fa male perché è preciso. Ma c'è una differenza che rende tutto ancora più osceno: la Germania di Weimar non aveva il sostegno militare, diplomatico e finanziario illimitato delle democrazie occidentali. Israele sì. E questo è un gran problema, un grandissimo problema, estremamente pericoloso e inquietante. Ogni bomba su Gaza porta un timbro. Ogni bambino morto di fame porta una firma. Sono le firme di chi continua a vendere armi, a bloccare risoluzioni all'ONU, a invocare "moderazione" mentre si consuma, sotto i nostri occhi, in diretta, documentato da migliaia di ore di video, quel massacro di vite palestinesi – bambini soprattutto - che la Corte Internazionale di Giustizia ha già riconosciuto come plausibilmente genocidario. Abby Martin è andata in una piazza di Gerusalemme con una telecamera. Ha lasciato parlare la gente. Le immagini parlano da sole, come ha detto lei stessa. Il problema è che noi, in Europa, abbiamo scelto di non guardare. Chissà come mai poi, d'altra parte il buon Andreotti usava ripetere che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.
Di Eugenio Cardi
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