26 Marzo 2026
Petrolio Fonte: X @somosbiz
Si deve prendere atto che c’è un punto nodale del dibattito pubblico che continua ad essere evitato, quasi fosse un tabù.
Se l’energia è sopravvivenza economica e sviluppo, allora non può essere trattata solo come una variabile ideologica o come un terreno di conformità politica. Vale il principio antico: primum vivere, deinde philosophari.
Oggi l’Europa si trova stretta tra la guerra in Ucraina e le tensioni nel Golfo Persico con il rischio concreto che colli di bottiglia strategici come lo Stretto di Hormuz compromettano ulteriormente i flussi energetici globali, come sta accadendo.
In questo scenario, la linea adottata dall’Unione Europea -fondata su sanzioni, transizione accelerata e diversificazione forzata- mostra tutte le sue fragilità. Non perché gli obiettivi siano sbagliati, ma perché i tempi della politica non coincidono con quelli dell’economia reale.
Qui si apre una questione cruciale, ovvero fino a che punto un Paese può sacrificare la propria stabilità industriale e sociale per mantenere una linea comune? … è realistico ipotizzare che si debba stare con i piedi per terra e abbandonare quella inutile rigidità oltranzista verso uno Stato che da sempre è stato il fornitore energetico dell’Europa?
L’Italia, più di altri, paga questa rigidità. Non dispone di risorse energetiche proprie sufficienti, ha rinunciato al nucleare e basa gran parte del proprio sistema produttivo su energia importata.
In questo contesto, riaprire un canale energetico con la Russia -almeno come opzione negoziale- non è un’eresia, ma una valutazione di realpolitik.
Non si tratta di “schierarsi”, ma di sopravvivere economicamente.
Tuttavia, pensare che l’Italia possa agire completamente da sola è, più che una soluzione, un rischio e un potenziale suicidio.
Una rottura unilaterale esporrebbe l’Italia ad un sicuro isolamento politico, ad altrettante sicure tensioni finanziarie e a possibili ritorsioni commerciali.
Il punto, allora, non è disobbedire! … è costringere l’Europa a rivedere le proprie priorità, affinché le scelte del futuro energetico europeo siano condivise e non si trasformino in una fuga solitaria di ogni singolo Stato.
Se l’Europa vuole evitare una crisi industriale strutturale, deve introdurre un principio molto semplice, quello di abbandonare l’attuale rigidità e benedire l’unica opzione programmatica coerente con i momenti eccezionali come quello attuale: l’adozione della necessaria flessibilità ed elasticità energetica senza chiudere il dialogo con nessuno.
Questo significa mantenere gli obiettivi del Green Deal, ma rivederne i tempi, consentire, in fase transitoria, approvvigionamenti energetici pragmatici ed evitare che la politica energetica diventi un fattore di deindustrializzazione.
La vera alternativa non è tra principi e interessi.
È tra declino e adattamento, per sopravvivere e trasformarsi
Senza energia accessibile, non c’è transizione ecologica.
Senza industria, non c’è autonomia politica.
Per questo, il tema non è “tornare indietro”, ma evitare di precipitare avanti senza rete, anche se è dell’ultima ora il viaggio in Algeria del presidente del Consiglio ai fini del consolidamento commerciale già operativo da anni per la fornitura di gas all’Italia per rendere l’attuale crisi meno tragica, per l’economia nazionale.
Se l’Europa saprà correggersi, ne uscirà più forte.
Se invece resterà prigioniera delle proprie rigidità, saranno i singoli Stati -prima o poi- a forzare la mano.
E allora sì, il principio tornerà ad essere quello più antico e più concreto:
prima vivere, poi filosofare.
Di Gianfranco Petricca
Generale di C. d’A. dei Carabinieri Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica nella XII Legislatura
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