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Marine Vlahovic, giornalista che documentava Gaza, morta a Marsiglia nel 2024: un mistero inquietante che pone molte domande

Il 25 novembre 2024, a Marsiglia, un gruppo di amici preoccupati dall'assenza prolungata di Marine Vlahovic si recò al suo appartamento nel primo arrondissement della città. Quello che trovarono sul tetto-terrazza fu il corpo senza vita della giornalista e documentarista francese, 39 anni

19 Marzo 2026

Marine Vlahovic, giornalista che documentava Gaza, morta a Marsiglia nel 2024: un mistero inquietante che pone molte domande

Marine Vlahovic Fonte: X @OdakTV1

I fatti qui riportati risalgono al novembre 2024. La morte di Marine Vlahovic aveva ricevuto all'epoca una copertura mediatica minima, quasi nulla in Italia e scarsissima anche in Francia. La notizia sta riprendendo a circolare in questi giorni, a oltre sedici mesi dai fatti; il ritardo stesso con cui questa vicenda arriva all'attenzione pubblica è parte integrante della storia.

Marine Vlahovic, la giornalista che stava documentando Gaza, trovata senza vita sul terrazzo di casa sua a Marsiglia

Una notizia sepolta per oltre un anno che torna a circolare e il silenzio intorno ad essa è già di per sé un segnale piuttosto inquietante. Il 25 novembre 2024, a Marsiglia, un gruppo di amici preoccupati dall'assenza prolungata di Marine Vlahovic si recò al suo appartamento nel primo arrondissement della città. Quello che trovarono sul tetto-terrazza fu il corpo senza vita della giornalista e documentarista francese, 39 anni. Secondo le prime constatazioni, il decesso risaliva a diversi giorni prima della scoperta. Nessuno si era accorto di niente. Nessun media aveva lanciato l'allarme. E quando la notizia fu finalmente resa pubblica dal quotidiano regionale La Provence, il 27 novembre, lo fece in poche righe, senza clamore. I grandi media francesi sostanzialmente ignorarono la vicenda. In Italia non ne parlò quasi nessuno. Oggi, a distanza di oltre sedici mesi, la storia torna a circolare sui social e su media alternativi. Il che pone una prima, inevitabile domanda: perché ci sono voluti così tanto tempo e così poca attenzione istituzionale per portare alla luce la morte di una giornalista premiata, stimata, conosciuta? Eppure Marine Vlahovic non era una sconosciuta.

Una giornalista scomoda

Nata a Rennes nel 1985, laureata al Centre de formation des journalistes nel 2010, aveva lavorato per RTS, Le Soir, RFI, Radio France, Libération, National Geographic e Arte Radio. Per tre anni, dal 2016 al 2019, era stata corrispondente per diversi media da Ramallah, in Cisgiordania, territorio palestinese illegalmente occupato dallo Stato di Israele. Da quella esperienza nacque Carnets de correspondante, podcast per Arte Radio premiato come miglior documentario audio al Paris Podcast Festival 2021: un ritratto spietato e umano della macchina dell'informazione vista dall'interno, dalle difficoltà avute ai checkpoint dello Stato sionista ai giorni senza mangiare tra un reportage e l'altro, dalle pallottole che sfiorano il corpo alle frustrazioni di una corrispondente il cui lavoro veniva relegato in fondo ai telegiornali francesi. Esausta, nel 2019 si era promessa di lasciarsi tutto alle spalle: lo stress, la pressione, l'adrenalina e il conflitto israelo-palestinese. Si era trasferita a Marsiglia per dedicarsi ai documentari. Ma dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la sanguinosa, terribile e feroce risposta dello Stato occupante di Israele, quella parte della sua vita l'aveva raggiunta di nuovo. Bloccata al Cairo, aveva tentato invano di raggiungere Gaza. Rimaneva in contatto con i suoi colleghi gazawi e le loro famiglie, cercando di aiutarli come poteva, inviando pacchi con prodotti di prima necessità e medicinali. Per la prima volta in quindici anni di carriera, disgustata in particolare dal trattamento mediatico francese di Gaza, non aveva rinnovato la propria tessera professionale. Un gesto simbolico, e definitivo.

Il documentario che non vedremo mai

Al momento della morte, Vlahovic stava lavorando a un documentario incentrato sulla guerra a Gaza, un progetto che, secondo le persone a lei vicine, conteneva rivelazioni sensibili sui crimini di guerra dell'esercito israeliano. Cosa avesse scoperto esattamente, cosa stesse per rivelare, resta ignoto. Il documentario è rimasto incompiuto. I materiali raccolti, nella migliore delle ipotesi, sepolti nell'oblio.

Le domande senza risposta

La morte improvvisa di questa giornalista investigativa e la scarsa copertura mediatica che ha suscitato nella stampa francese avevano sollevato interrogativi su una possibile pista criminale di carattere politico. Il procuratore di Marsiglia ebbe a dichiarare che "l'autopsia della vittima permette di escludere a questo stadio l'intervento di terzi", annunciando analisi tossicologiche in corso per determinare le cause esatte del decesso. Ebbene: a oltre sedici mesi da quella dichiarazione, i risultati di tali analisi non sono mai stati resi pubblici in modo ufficiale e trasparente. Il silenzio delle istituzioni è totale. E questo silenzio — sommato alla quasi totale assenza di copertura mediatica, al ritardo con cui la notizia raggiunge oggi l'opinione pubblica, e al fatto che la giornalista stesse lavorando a materiale potenzialmente esplosivo — aggiunge un ulteriore strato di opacità a una vicenda già di per sé inquietante. Perché il corpo era sul tetto-terrazza? Perché nessuno aveva dato l'allarme per giorni? Perché i risultati tossicologici non sono stati comunicati pubblicamente dopo oltre un anno? E perché i grandi media francesi, quelli per cui lei stessa aveva lavorato per anni, hanno praticamente ignorato la sua morte? Tutte domande senza risposta.

Il silenzio dei media, la voce che manca

"Era il giornalismo puro, l'umano puro. Il giornalismo perde, il mondo perde una persona straordinariamente brillante e sincera", ha dichiarato Benoît Bouscarel, ex caporedattore di France Culture. Reporters sans frontières ha espresso profondo cordoglio: "Una giornalista sensibile e talentuosa che aveva a cuore di far vedere e sentire la situazione dei giornalisti a Gaza. Ci mancherà, così come mancherà ai suoi amici e colleghi palestinesi." Marine Vlahovic aveva scelto di non stare nel sistema. Aveva scelto Gaza quando quasi tutti guardavano altrove. Aveva rinunciato alla tessera professionale per non dover fare compromessi. Stava costruendo qualcosa che forse qualcuno non avrebbe voluto che venisse prodotto e realizzato. Non ci sono prove naturalmente, ma le perplessità e le domande son tutte lì sul tavolo. Adesso Marine non c'è più. E il documentario con lei. Le indagini risultano ancora formalmente aperte. Ad ogni modo i risultati delle analisi tossicologiche, attesi dal dicembre 2024, ancora non risultano ad oggi pubblicamente disponibili, a oltre sedici mesi dalla morte. E tutto ciò non fa altro che far aumentare i sospetti.

Di Eugenio Cardi

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