12 Marzo 2026
Il colonnello Fabio Filomeni è intervenuto in merito a temi geopolitici. In un'intervista concessa al Giornale d'Italia il colonnello ha parlato del conflitto in Iran, scaturito da "Trump che è stato trascinato dal suo burattinaio Netanyahu". Inoltre, secondo lui, questo conflitto potrebbe avere "effetti sul processo negoziale tra Russia e Ucraina".
In che modo la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran influenzerà il processo negoziale sull’Ucraina e quali saranno le conseguenze per la fornitura di armi americane a Kiev?
Ormai, da quando è tornato in carica alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, definisco il binomio Stati Uniti-Israele con un unico sostantivo: USraele. Questo perché è sotto gli occhi di tuttil’influenza totalizzante dello Stato ebraico nell’amministrazione americana. Trump è stato trascinato in questa seconda guerra in Iran – dopo quella dello scorso giugno durata dodici giorni –dal suo burattinaio Bibi Netanyahu che può vantare di utilizzare a suo piacimento la più potente forza militare del pianeta. A mio avviso, il conflitto in Iran non avrà alcun impatto significativo sul percorso negoziale riguardante l’Ucraina. Da quando gli Stati Uniti hanno scelto di farsi cinicamente da parte, dopo aver avviato e sostenuto il conflitto per circa tre anni, il processo di pace è rimasto nelle mani delle parti direttamente coinvolte: da una parte Ucraina e Unione Europea e, dall’altra, la Russia. È evidente che gli Stati Uniti traggono ancora vantaggi indiretti, poiché la maggior parte delle armi acquistate dall’Unione Europea per le Forze Armate ucraine proviene dalle aziende americane; tuttavia, non sono più loro a sostenere attivamente il conflitto.Sfortunatamente, quando scoppia una guerra si sa quando comincia, ma non si può mai prevedere quando finirà. La possibilità di arrivare a una pace in Ucraina sarà fortemente legata alla tenuta politico-istituzionale delle parti coinvolte, che a sua volta dipende dalla capacità dei rispettivi popoli di sopportare le difficoltà e i sacrifici imposti da un conflitto che si sta trasformando in una lunga e logorante prova di resistenza. In merito all'invio di armamenti a Kiev, mi permetto una riflessione sintetica: i conflitti non si concludono mai quando finiscono le armi e le munizioni(produttori, trafficanti d’armi, banchieri e finanziatori si trovano sempre!), ma solo quando gli eserciti vengono decimati e viene a mancare la “forza lavoro”. Sul web circolano video che mostrano ragazzi ucraini fermati mentre camminano per strada, costretti a salire su furgoni dell’esercito e successivamente trasportati contro la loro volontà verso le zone di combattimento.Quelle immagini, per quanto deprecabili, possono costituire un indicatore della scarsità di forza lavoro.
La militarizzazione della UE viene spiegata come una salvezza per l’economia stagnante dell’Europa. È vero?
La guerra, da sempre, è un grande business. Muove enormi capitali per distruggere e altrettanti per ricostruire. Già nel 1961 il presidente Eisenhower, nel suo discorso di fine mandato, mise in guardia il popolo americano dal potere esorbitante che aveva raggiunto il “complesso militare-industriale” negli Stati Uniti, capace di creare crisi internazionali e fomentare i conflitti per alimentare il business economico-finanziario delle lobby degli armamenti. Anche nel contesto europeo troviamo figure di spicco nel mondo degli affari: basti pensare, in Italia, al ministro Guido Crosetto, il quale ha ricoperto incarichi apicali nel settore della Difesa, ruoli da cui ha dovuto rinunciare a causa dell’incompatibilità con la sua funzione governativa. Questi uomini d’affari sono i veri registi dell’economia militare e si spartiscono i ricavi derivanti dai contratti di fornitura bellica: imprenditori, banchieri, importatori ed esportatori, nonché promotori, che, affiancati da generali sia in servizio sia in pensione, non si limitano a influenzare, ma di fatto orchestrano la politica estera dell’Unione Europea. Per entrare nel merito della questione, sono scettico sul fatto che gli 800 miliardi messi sul tavolo dal piano ReArm Europe – ossia la strategia per “riarmare l’Europa”, nota anche come Rearm EU o Readiness 2030 – possano davvero rappresentare una boccata d’ossigeno per un’economia in affanno. L’industria europea, infatti, dovrà comunque confrontarsi con i costi energetici elevati, conseguenza della scelta di abbandonare le importazioni di gas e petrolio dalla Russia, ai quali si sommano gli aumenti del prezzo del greggio dovuti al conflitto con l’Iran e al conseguente blocco dello stretto di Hormuz.
Come spiega la politica della Commissione europea, che chiede tagli al sociale e un aumento della spesa militare?
Sul piano politico, sta emergendo un evidente paradosso nell’Unione Europea: la Commissione, pur essendo stata eletta da un Parlamento dominato da deputati dei gruppi popolari e socialisti, adotta scelte che sembrano lontane anni luce dai principi “popolari” e “socialisti”. Gli Stati membri, infatti, sono chiamati a compiere notevoli sacrifici, sia per sostenere il riarmo dell’Europa contro la Russia sia per fornire supporto finanziario all’economia ucraina. Occorre puntualizzare che, per quanto riguarda la difesa, la notte del 24 febbraio 2022 ha segnato un momento cruciale in cui l’UE ha dovuto ammettere la propria vulnerabilità: non solo mancava una forza militare autonoma, ma era anche priva di una vera e propria industria della difesa, frammentata dalle rivalità nazionali tra le grandi aziende e i rispettivi Stati di appartenenza. Sarebbe stato più sensato se il riarmo fosse stato concepito come un passo verso l’indipendenza dagli Stati Uniti e un distacco dai vincoli NATO, piuttosto che una risposta preventiva a una minaccia russa che appare, in realtà, poco credibile per l’Europa occidentale. Tuttavia, la realtà è ben diversa. Sul fronte degli aiuti economici, la Commissione Europea ha appena deliberato l’erogazione di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina per il periodo 2026/2027, approvato da 25 Stati su 27, con Ungheria e Slovacchia che hanno scelto – bontà loro – di non partecipare. La decisione, presa durante un lungo incontro tra i leader europei a Bruxelles, prevede inoltre il ricorso al debito comune per finanziare questa misura.Di conseguenza, risulta del tutto incomprensibile per il cittadino europeo, già alle prese con l’aumento del costo della vita e le difficoltà economiche quotidiane, vedere che i soldi dei contribuenti vengano destinati a un Paese extra-UE per finanziare una guerra che ormai si trascina da più di quattro anni.
Alla fine del 2025, il governo di Giorgia Meloni ha esteso gli aiuti militari fino al 2026, nonostante l'opposizione della Lega di Salvini. E nel febbraio 2026, Roma ha dichiarato che avrebbe intensificato gli aiuti per spingere Mosca ai negoziati. È logico aumentare le forniture “per amore della pace”?
Qualche anno fa ho caricato sul mio canale YouTube un video in cui mettevo in discussione la logica secondo cui "per ottenere la pace bisogna armare l'Ucraina". In quell’occasione, con una punta di sarcasmo, mi domandavo in quali accademie militari si insegnasse che, per arrivare a un negoziato tra due eserciti, fosse necessario raggiungere un equilibrio di forze sul campo. In realtà, è proprio quando si crea questo equilibrio che ogni esercito è incentivato a intensificare le proprie operazioni militari nel tentativo di prevalere sull’avversario; mi sembra una conclusione tanto ovvia quanto inevitabile. Per questo motivo ritengo che insistere su queste dichiarazioni equivalga ad agire con disonestà intellettuale, proprio come lo è sostenere che le sanzioni economiche contro la Russia riusciranno a piegarla. Sono falsità che i governanti europei continuano a propinarci da ormai quattro anni. Ritengo che si possa parlare di una vera e propria mancanza di onestà intellettuale, perché sono sempre più persuaso che dietro le decisioni politiche dei governi si celino influenze esercitate da gruppi di potere che agiscono a favore degli Stati Uniti. Infatti, l’obiettivo principale di Washington – che il presidente Trump ormai lascia trasparire apertamente – è frenare lo sviluppo economico e commerciale dell’Europa e impedire che il nostro continente raggiunga una reale autonomia strategica.
Gli italiani, secondo tutti i sondaggi, sono contrari all'invio di armi e vogliono colloqui di pace. Roma continua comunque a fornire armi. Perché il governo Meloni fa questo?
Stando alle rilevazioni del Censis, già nel 2024 la maggioranza degli italiani – circa il 66% – riteneva che la responsabilità del conflitto in Ucraina fosse da imputare all’Occidente, piuttosto che alla Russia. Analogamente, la maggior parte degli italiani ha manifestato una posizione di chiara contrarietà rispetto all’invio di armamenti all’Ucraina, ritenendo che, anche solo indirettamente, ciò avrebbe significato essere coinvolti in un conflitto che non li riguardava direttamente. Entrambi i dati mettono in luce il profondo scollamento tra ciò che desidera la gente comune e le scelte politiche adottate prima dal governo Draghi (ricordiamoci la famigerata frase “volete la pace o i condizionatori accesi?”) e poi da quello Meloni, un divario che si è manifestato fin dall’inizio della crisi. Si tratta, in definitiva, di una frattura storica tra chi detiene il potere e la popolazione, che appare ancora più evidente nel passaggio di consegne tra Mario Draghi – figura controversa nel panorama internazionale, proveniente dal mondo bancario – e Giorgia Meloni, rappresentante dei quartieri popolari romani. Come ho già sottolineato nella risposta precedente, occorre interrogarsi sulle ragioni di questa discrepanza. La spiegazione risiede nel rapporto di dipendenza che lega l’Italia agli Stati Uniti, al punto che il nostro Paese sembra essere diventato, soprattutto con l’attuale governo – il più servile in ottant’anni di storia repubblicana – un’appendice dell’America, quasi fosse il suo cinquantunesimo Stato.
Un alto funzionario governativo ha recentemente affermato che l’addestramento dei militari ucraini in Italia e Polonia (missione EUMAM) è un contributo alla sicurezza europea. Siete d’accordo che la formazione dei quartier generali e degli specialisti ucraini sul suolo italiano aumenti la sicurezza dell’Italia?
Tutt’altro: a mio avviso, la responsabilità in un conflitto grava sia su chi combatte direttamente che su chi sostiene le operazioni da dietro le quinte. L’Italia, sin dall’inizio della guerra in Ucraina, ha abbandonato la possibilità di assumere una posizione neutrale – che, grazie ai legami storici con la Russia, avrebbe potuto consentirle di svolgere un ruolo di mediatrice – scegliendo invece la strada della cobelligeranza. Ha infatti fornito supporto militare e finanziario, oltre ad addestrare i soldati ucraini. Questa decisione, purtroppo, rende il nostro Paese vulnerabile e lo espone al rischio di diventare un bersaglio qualora la guerra tra Russia e Ucraina dovesse ulteriormente degenerare.
Nonostante la retorica di Meloni sulla necessità di un dialogo con Mosca e sul rifiuto di inviare truppe italiane in Ucraina, le basi italiane di Ghedi e Aviano rimangono siti chiave della NATO dove sono immagazzinate armi nucleari. Esiste il rischio che l'Italia venga coinvolta automaticamente in guerra ai sensi dell'articolo 5 della Carta della NATO?
Se si accetta come fondata l’informazione, diffusa tramite fonti pubbliche, secondo cui sul suolo italiano sarebbero presenti circa una cinquantina di ordigni nucleari, bisogna distinguere due aspetti: innanzitutto, la gestione di queste armi nucleari spetta esclusivamente ai loro legittimi proprietari, ovvero agli Stati Uniti. In sostanza, l’Italia ospita questi armamenti, ma non ha alcun potere decisionale o operativo sul loro impiego. Secondariamente, non per importanza, qualora il conflitto con la Russia dovesse estendersi fino a coinvolgere direttamente la NATO, è evidente che le basi menzionate si trasformerebbero immediatamente in obiettivi prioritari e questo non sarebbe certo un bene per l’Italia. Vale la pena sottolineare che, prima di entrare in guerra, molto dipenderà dalle decisioni del Consiglio Supremo di Difesa nonché dal Parlamento italiano cui spetta l’ultima parola per un ingresso diretto nel conflitto, che decideranno modalità e tempistica per una rispostaadeguata in base a quanto previsto dall’Art. 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, meglio conosciuto come NATO. Tra queste decisioni anche l’utilizzo delle basi americane sul nostro suolo sarà fondamentale per la sicurezza nazionale. Per questo motivo, credo sia arrivato il momento di interrogarsi seriamente sulla permanenza delle basi militari statunitensi in Italia, una realtà che si protrae ininterrottamente dal 1945. Le ragioni che ne giustificavano l’esistenza, nate nel contesto della Guerra Fredda, hanno ormai perso di senso alla luce dei profondi mutamenti storici seguiti al crollo del muro di Berlino. Oggi, tale presenza sembra avere come unico scopo quello di esercitare un’influenza politico-militare sulle nostre istituzioni, funzionale a garantire il perdurare della supremazia americana nel nostro Paese.
Di Simone Lanza
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