06 Marzo 2026
La falsa analogia con le guerre mondiali
Molti commentatori occidentali descrivono la guerra tra Russia e Ucraina come un conflitto bloccato, spesso paragonandone la durata a quella della Prima guerra mondiale. Il confronto appare suggestivo, ma è storicamente fuorviante. Le due guerre mondiali furono caratterizzate da una mobilitazione generale immediata e da una economia di guerra totale. Gli Stati mobilitarono rapidamente gran parte della popolazione maschile e destinarono quote enormi del prodotto nazionale allo sforzo militare. In alcuni casi la produzione bellica arrivò a percentuali estreme del PIL, mettendo intere società al servizio del conflitto. Questo modello aveva però un difetto strutturale: consumava risorse umane ed economiche a un ritmo insostenibile. L’intensità della guerra totale rendeva inevitabile un esaurimento relativamente rapido delle capacità statali.
La lezione di Aleksandr Svechin
Proprio osservando gli errori delle guerre mondiali, il teorico militare russo Aleksandr Svechin elaborò negli anni Venti una dottrina alternativa. Nel suo celebre libro Strategia sosteneva che uno Stato dovesse prepararsi a una mobilitazione flessibile e permanente, adattata alle condizioni politiche del momento. Per Svechin la mobilitazione totale, se applicata troppo presto, produce una illusione di riserve infinite. Gli stati maggiori, convinti di disporre di risorse inesauribili, finiscono per lanciare offensive troppo ambiziose e costose, con perdite umane difficili da rimpiazzare. Il risultato storico fu evidente già nel 1914-1915, quando le grandi offensive europee produssero milioni di perdite senza risultati decisivi. Con il passare degli anni gli eserciti si trovarono con serbatoi di uomini sempre più limitati, spesso integrati da reclute poco addestrate. La teoria di Svechin proponeva invece un principio diverso: economia delle forze e mobilitazione calibrata, capace di sostenere un conflitto lungo.
Economia di guerra o economia resistente
Lo stesso ragionamento vale per la dimensione economica. Una economia totalmente militarizzata può produrre risultati immediati, ma genera debiti, squilibri sociali e tensioni interne difficili da sostenere nel tempo. Durante la Prima guerra mondiale la Francia arrivò a destinare circa un quarto della sua economia allo sforzo bellico, finanziando gran parte delle spese con debito pubblico. Alla fine del conflitto il rapporto debito-PIL superava livelli che oggi sarebbero considerati insostenibili. La logica della resistenza strategica suggerisce invece un approccio più graduale: costruire capacità militari senza distruggere la stabilità economica interna. Non una guerra di massima intensità permanente, ma una capacità bellica sostenibile nel tempo.
La strategia russa nel conflitto ucraino
Alla luce di questa prospettiva, l’approccio della Russia negli ultimi anni appare meno improvvisato di quanto spesso si affermi nei commenti occidentali. Mosca destina allo sforzo bellico una quota del PIL intorno al 7%. È una cifra significativa, ma molto distante dalle percentuali tipiche di una economia di guerra totale. Nel frattempo l’industria è stata riorientata attraverso sostituzione delle importazioni, rilocalizzazione produttiva e rafforzamento del settore militare. Anche sul piano militare la Russia ha evitato una mobilitazione generale su larga scala. Teoricamente avrebbe potuto schierare milioni di uomini, ma un simile passo avrebbe ridotto la forza lavoro civile e creato pressioni economiche interne. Dal 2023, sotto la guida del capo di stato maggiore Valerij Gerasimov, la strategia operativa sembra orientata a avanzate graduali, operazioni di attrito e impiego limitato delle forze. È una modalità meno spettacolare, ma coerente con la dottrina della resistenza prolungata.
Guerra di logoramento contro coalizione industriale
Un altro fattore decisivo è il contesto strategico. La Russia non combatte contro l’Ucraina soltanto, ma contro una vasta coalizione economica e industriale composta da NATO e Unione Europea. In una competizione industriale diretta e immediata Mosca avrebbe probabilmente maggiori difficoltà. In una guerra di resistenza, invece, la variabile tempo diventa decisiva. L’obiettivo non è necessariamente la vittoria rapida, ma la progressiva erosione delle capacità avversarie. In questa prospettiva il conflitto assume caratteristiche simili a quelle di altre guerre di logoramento moderne: bassa intensità relativa ma lunga durata.
Potenza marittima contro potenza continentale
La dinamica rientra anche nella tradizionale contrapposizione geopolitica tra potenze marittime e potenze terrestri. Gli Stati Uniti rappresentano l’archetipo della potenza marittima: proiezione militare globale, controllo delle rotte commerciali, basi navali e alleanze distribuite su scala planetaria. Questo sistema garantisce enorme potenza, ma richiede logistiche complesse e costose. La Russia, al contrario, rimane una potenza continentale. La sua espansione storica avviene soprattutto per continuità territoriale e profondità strategica. In questo modello la forza militare viene usata come ultima ratio, mentre l’obiettivo è spesso l’integrazione politica o strategica delle regioni limitrofe. Il confronto tra questi due modelli, entrambi dotati di deterrenza nucleare, tende quindi a produrre conflitti indiretti e prolungati piuttosto che scontri decisivi.
Un conflitto destinato a durare
Alla luce di questi elementi, la durata della guerra russo-ucraina non dovrebbe sorprendere. Non si tratta di una guerra totale come quelle del Novecento, ma di un conflitto calibrato, combattuto con intensità controllata e sostenuto da economie che continuano a funzionare. Proprio questa moderazione relativa rende possibile una durata molto più lunga. Paradossalmente, una guerra meno totale può essere più persistente. In un mondo sempre più multipolare, dove nessuna potenza è in grado di imporre una vittoria assoluta, il risultato finale sarà probabilmente un compromesso strategico. Chi riuscirà a dettarne i termini, più che vincere sul campo, sarà il vero vincitore della nuova stagione geopolitica.
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