02 Marzo 2026
Iran, Trump valuta ingresso in guerra e attacco a centrale nucleare Fordow, poi minaccia Khamenei: “Sappiamo dove ti nascondi”
Nelle ultime 24 ore è emerso un dato politico dirimente: secondo Donald Trump, il conflitto potrebbe protrarsi per quattro settimane, non quattro giorni. Un’ammissione che pesa. Quando una grande potenza ricalibra pubblicamente le aspettative temporali, significa che l’operazione iniziale non ha prodotto gli effetti sperati.
La sequenza degli eventi chiarisce il quadro. Stando alle dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, l’idea di colpire l’Iran era già sul tavolo di Israele; la scelta per Washington era se intervenire subito o attendere una risposta iraniana contro asset americani nella regione. La decisione è stata quella di partecipare immediatamente, mentre i negoziati erano ancora formalmente in corso.
Il primo attacco mirava a una “decapitazione” della leadership, culminata nell’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei. Tuttavia, la struttura di potere iraniana non si è dissolta. Un Consiglio provvisorio ha assunto le funzioni guida, mentre l’Assemblea degli Esperti è chiamata a designare il successore.
È il punto che in molti in Occidente sottovalutano: la Repubblica Islamica non è un sistema personalistico fragile, ma un’architettura istituzionale stratificata, con apparati di sicurezza radicati e una legittimazione ideologica che, piaccia o meno, resiste agli shock esterni. Non si registrano, al momento, sollevazioni popolari tali da prefigurare un cambio di regime.
Sul piano militare, entrambe le parti continuano a colpirsi. L’Iran e i suoi alleati hanno preso di mira obiettivi collegati alla presenza occidentale nel Golfo, inclusi asset riconducibili a partner europei della NATO. Attacchi si sono verificati in prossimità dello Stretto di Hormuz, con petroliere danneggiate. Washington e Tel Aviv proseguono la campagna aerea. L’impiego di droni MQ-9 Reaper segnala una difesa antiaerea iraniana indebolita o ridislocata. Eppure, i costi emergono anche per il fronte opposto: si contano le prime vittime significative in Israele e tre caduti statunitensi in Kuwait. Due droni e almeno un caccia risultano abbattuti. In parallelo, Hezbollah ha intensificato i lanci contro Israele, con risposta massiccia sul Libano. Il conflitto, insomma, si allarga a macchia d’olio.
Il vero terreno strategico è però economico. Il Brent si avvicina agli 80 dollari, con proiezioni tra i 100 e i 150 in caso di conflitto prolungato. L’oro tocca nuovi massimi. Se l’Iran non può colpire il territorio continentale americano, può però incidere sul sistema energetico globale. Ed è qui che il calcolo politico diventa delicato per la Casa Bianca. L’elettorato statunitense è sensibile all’inflazione energetica. Inoltre, l’aumento dei prezzi di petrolio e gas produce un effetto indiretto favorevole per la Russia, che vede rafforzata la propria posizione di esportatore in un mercato sotto stress.
In Occidente si ironizza spesso sui “tre giorni” attribuiti a Vladimir Putin nel 2022. In realtà, quella tempistica fu evocata da analisti occidentali sulla presunta rapidità del collasso ucraino. Anche Mosca, è vero, sottovalutò la resilienza dell’avversario e dovette ristrutturare la propria strategia. Oggi il parallelo riguarda Washington: la convinzione che un’operazione di precisione potesse innescare un rapido collasso interno a Teheran appare, allo stato attuale, eccessivamente ottimistica. Senza un’insurrezione diffusa, il cambio di regime resta improbabile. Un’invasione terrestre è politicamente impraticabile; resta l’ipotesi di una campagna aerea prolungata sul modello balcanico, oppure un faticoso ritorno alla diplomazia.
La chiusura, anche parziale, dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle petroliere colpiscono i grandi player energetici mediorientali. Ma il vero interrogativo riguarda l’Europa. Dopo aver celebrato l’affrancamento dagli idrocarburi russi – mai totale – il continente ha aumentato l’esposizione verso il Golfo. Se il conflitto si prolunga, chi resterà schiacciato tra prezzi elevati, instabilità e dipendenza strategica? La risposta è scomoda ma evidente: l’Europa, ancora una volta, rischia di essere il vaso di coccio tra vasi di ferro. La guerra che doveva essere rapida si trasforma in una partita lunga, dove la forza militare conta, ma la tenuta economica e la resilienza istituzionale pesano di più. E, per ora, nessuno può davvero parlare di vittoria.
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