01 Marzo 2026
Khamenei, fonte: LaPresse
Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, le sirene hanno scandito notti irreali. Colpiti il porto, l’aeroporto e la base americana di Al Dhafra, mentre la contraerea emiratina ha mostrato una efficienza superiore rispetto ad altri episodi nel Golfo. Lo spazio aereo è stato chiuso, i voli cancellati, le ambasciate in allerta.
Eppure la vita continua, quasi sospesa. È il paradosso delle guerre moderne: tecnologiche, mirate, ma capaci di cambiare gli equilibri globali.
La responsabilità dell’escalation va ricondotta alla decisione congiunta di Washington e Tel Aviv di colpire l’Iran dopo settimane di tensioni diplomatiche. L’amministrazione di Donald Trump e il governo di Benjamin Netanyahu hanno scelto la via militare, convinti di poter ridimensionare l’élite teocratica iraniana.
Teheran ha risposto secondo una logica di deterrenza asimmetrica: pressione sui Paesi del Golfo, minacce allo Stretto di Hormuz, capacità missilistiche a corto raggio in grado di colpire infrastrutture strategiche. Non si tratta solo di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza del regime.
Molti osservatori temono la chiusura dello Stretto di Hormuz. Sarebbe un colpo durissimo, ma non il peggiore. Lo scenario più grave è la distruzione sistematica delle infrastrutture petrolifere e del gas del Golfo: pozzi, impianti di raffinazione, terminali.
Nel 1991, durante la ritirata dal Kuwait, le truppe di Saddam Hussein incendiarono centinaia di pozzi: servirono mesi per domare i roghi. Oggi, con droni e missili di precisione, l’impatto sarebbe ancora più devastante.
Il Brent oltre i 100 dollari non sarebbe un’ipotesi, ma una certezza di mercato.
La guerra segna un ulteriore colpo al cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole. Le norme della Nazioni Unite esistono, ma senza una forza coercitiva universale restano spesso dichiarazioni di principio.
Molti in Occidente accusano la Russia di violazioni sistematiche, dimenticando che negli ultimi decenni anche gli Stati Uniti hanno agito unilateralmente. Questa asimmetria morale è sempre meno accettata nel mondo non occidentale, che guarda a un sistema multipolare.
Il rischio è il ritorno pieno alla Realpolitik: sfere di influenza, equilibri di potenza, fine dell’illusione universalista.
Un cambio di regime appare improbabile. L’Iran è una realtà complessa: 95 milioni di abitanti, una struttura di potere stratificata tra burocrazia, apparato militare e componente teocratica.
Più realistico è un riequilibrio interno: rafforzamento del peso dei militari a scapito del clero politico, senza però una svolta liberal-democratica. L’Iran è persiano e sciita; difficilmente rinnegherà la propria identità sotto le bombe.
Indebolire l’élite religiosa può essere un obiettivo di Washington e Tel Aviv, ma il risultato potrebbe essere una dittatura militare più pragmatica, non certo un ritorno dello scià.
Uno shock petrolifero favorirebbe paradossalmente l’economia russa, fortemente legata alle esportazioni energetiche, mentre metterebbe in difficoltà le economie europee già private del gas russo.
Se Washington decidesse di limitare le esportazioni per contenere i prezzi interni in vista delle elezioni, l’Europa si troverebbe senza alternative: né Mosca né il Golfo, solo l’America.
Intanto l’attenzione americana si sposterebbe dal fronte ucraino al Medio Oriente, con possibili conseguenze sul conflitto tra Mosca e Kiev. Una riduzione degli aiuti occidentali cambierebbe gli equilibri sul campo.
In Italia il dibattito oscilla tra moralismo e tifoseria. C’è chi invoca un diritto internazionale mai pienamente esistito e chi sogna rivoluzioni democratiche calate dall’alto. La realtà è più dura: le grandi potenze agiscono per interesse, non per filantropia. E il Medio Oriente non attende di diventare copia dell’Europa. La crisi attuale non è solo un conflitto regionale. È un banco di prova per il sistema globale. Se prevarrà la logica dello scontro totale, il prezzo lo pagheranno mercati, stabilità e sicurezza collettiva. Se invece tornerà la diplomazia, forse si eviterà che il Golfo diventi la scintilla di una nuova stagione di instabilità mondiale. In gioco non c’è soltanto l’Iran, ma il futuro degli equilibri tra Occidente, Russia e potenze emergenti.
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