Attacco a Iran, Israele insiste con Usa, Trump continua negoziati, Netanyahu: "Non fidarsi di Teheran, stop a nucleare e missili" - RETROSCENA
Israele spinge per l’attacco all’Iran mentre Washington insiste sulla diplomazia: pressioni su Witkoff, tensioni militari nel Mar Arabico e negoziati ridotti al solo dossier nucleare
La situazione in Medio Oriente ha subito un'accelerazione nella serata di ieri. Un drone iraniano è stato abbattuto dagli Stati Uniti nel Mar Arabico, vicino allo stretto di Hormuz. Continua il dispiegamento militare, mentre la tensione ai confini sale.
Nel mentre, il presidente americano Donald Trump sembra voler continuare i negoziati, alzando la pressione nella regione ma mantenendo la via della diplomazia come prediletta. Non dello stesso avviso il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che nella notte di ieri ha incontrato, insieme ai vertici militari di Tel Aviv, l'inviato speciale Usa Steve Witkoff prima del bilaterale con l'Iran previsto per venerdì 6 febbraio. Israele spingerebbe per un attacco statunitense, o addirittura solo israeliano, verso Teheran, con la giustificazione che "non ci si deve fidare degli iraniani" e chiedendo lo "stop totale all'arricchimento nucleare e al programma di missili balistici".
Attacco a Iran, Israele insiste con Usa, Trump continua negoziati, Netanyahu: "Non fidarsi di Teheran, stop a nucleare e missili" - RETROSCENA
Alla vigilia dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, il quadro che emerge è sempre più chiaro: è Israele il principale attore che spinge per un’escalation militare, cercando di irrigidire la posizione americana e ottenere un via libera – esplicito o implicito – a un’azione contro Teheran. Lo confermano indiscrezioni convergenti di media israeliani, statunitensi e fonti diplomatiche.
Secondo il Times of Israel e Channel 12, nel recente incontro a Gerusalemme con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha presentato quella che Israele definisce la linea delle “tre no”: nessun programma nucleare iraniano, nessun programma di missili balistici e nessun sostegno a gruppi armati considerati una minaccia per Israele. Alla riunione avrebbero partecipato anche il capo del Mossad David Barnea, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, il comandante dell’Aeronautica e il vertice dell’intelligence militare.
Il messaggio israeliano è stato netto: “Dell’Iran non ci si può fidare”, e qualsiasi negoziato rischia di essere solo un modo per guadagnare tempo. Fonti israeliane citate da media statunitensi arrivano a sostenere che, se Teheran non accetterà di rinunciare all’uranio arricchito e ai missili balistici, Israele attaccherà anche senza il consenso di Washington. Non a caso, Israele avrebbe chiesto agli Stati Uniti piena libertà operativa militare.
Sul fronte americano, tuttavia, il quadro appare più sfumato. Funzionari di alto livello hanno ammesso ad Axios che “sono gli israeliani a volere davvero un attacco”, mentre il presidente Donald Trump resta riluttante e continua a dichiarare di voler dare priorità alla via diplomatica, pur mantenendo “tutte le opzioni sul tavolo”. Una distanza politica che non impedisce però un massiccio rafforzamento militare statunitense nella regione.
Negli ultimi giorni il traffico aereo della US Air Force tra i comandi EUCOM e CENTCOM non ha subito rallentamenti: grandi aerei da trasporto come C-17A e C-5M hanno continuato a spostare uomini e mezzi verso il Medio Oriente. Dal 26 gennaio, la portaerei USS Abraham Lincoln opera nel Mar Arabico settentrionale, scortata da cacciatorpediniere lanciamissili e supportata da decine di velivoli, inclusi F-35, aerei da guerra elettronica e mezzi per operazioni di recupero in ambiente ostile.
Le tensioni si sono già tradotte in incidenti concreti. Un drone iraniano Shahed-139 è stato abbattuto da un caccia statunitense F-35 mentre si avvicinava alla USS Abraham Lincoln. Nello Stretto di Hormuz, imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno tentato di fermare una petroliera battente bandiera statunitense, intimandole di spegnere i motori. La nave ha accelerato ed è stata poi scortata da un’unità della Marina Usa, evitando l’abbordaggio.
In questo clima, anche il fronte diplomatico appare fragile. I colloqui previsti inizialmente in Turchia sono stati spostati in Oman su richiesta iraniana. Teheran pretende che i negoziati siano limitati al solo dossier nucleare e condotti in formato sostanzialmente bilaterale, senza il coinvolgimento di Paesi arabi o musulmani. Fonti iraniane chiariscono che missili balistici e capacità difensive non sono negoziabili, mentre gli Stati Uniti continuano a spingere per includere temi più ampi.
Il pessimismo è condiviso da molte figure di peso. L’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha definito “inimmaginabile” un accordo duraturo con l’attuale leadership iraniana, sostenendo che solo la pressione militare può costringere Teheran a concessioni reali. Una linea che coincide ampiamente con quella israeliana, secondo cui un’intesa che non smantelli nucleare e missili sarebbe inutile.
Così, mentre ufficialmente Washington ribadisce l’impegno per la diplomazia, il teatro operativo viene predisposto per scenari ben più ampi. E se i colloqui in Oman dovessero fallire, il rischio è che l’agenda dettata da Israele – più che quella statunitense – finisca per trascinare l’intera regione verso un nuovo confronto militare con l’Iran.