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Ursula von der Leyen, Davos e la guerra permanente: l’Unione europea tra velleità militari e crisi del globalismo

Dall’Ucraina alla Groenlandia, passando per Davos: l’attivismo bellico della Commissione UE rivela limiti politici, dipendenze strategiche e l’incapacità europea di leggere il nuovo ordine multipolare

20 Gennaio 2026

Ursula von der Leyen, Davos e la guerra permanente: l’Unione europea tra velleità militari e crisi del globalismo

Von der Leyen, fonte: imagoeconomica

Un protagonismo fuori mandato

Le recenti dichiarazioni di Ursula von der Leyen confermano una tendenza ormai consolidata: il progressivo sconfinamento della Commissione europea in ambiti che i Trattati non le assegnano. Come già accaduto in passato, il richiamo al potere militare appare più come un riflesso ideologico che come una proposta politicamente fondata. La presidente della Commissione sembra muoversi su un piano autoritativo e simbolico, più che istituzionale, evocando scenari di sicurezza e difesa che restano saldamente nelle mani degli Stati nazionali.

L’Ucraina come terreno retorico

Il caso ucraino è emblematico. Parlare di “prima e seconda linea di difesa”, di “coalizioni di volenterosi” e di presunte garanzie di sicurezza significa ignorare sia la realtà militare sia quella diplomatica. Mosca ha ribadito con chiarezza che qualsiasi presenza armata di Paesi NATO sul suolo ucraino sarebbe considerata un obiettivo legittimo. In questo quadro, le affermazioni di von der Leyen appaiono scollegate dai negoziati reali e incapaci di incidere su un processo di pace che, se mai ci sarà, passerà inevitabilmente da neutralità e compromessi territoriali.

Numeri, illusioni e propaganda

L’idea di una forza europea credibile in Ucraina non regge nemmeno sul piano numerico. A fronte di forze armate ucraine ipotizzate in centinaia di migliaia di uomini, l’eventuale contributo franco-britannico di poche migliaia di soldati ha un valore più mediatico che strategico. Il dibattito, alimentato da Bruxelles, resta quindi un esercizio astratto, utile forse a giustificare nuovi stanziamenti per la difesa, ma privo di concretezza operativa.

Energia e silenzi strategici

Molto più rilevante, eppure trattato con imbarazzato silenzio, è il possibile colpo inferto alle infrastrutture energetiche ucraine, come il grande deposito sotterraneo di gas di Bilche-Volitsko-Uhersky. Se confermata, la sua distruzione avrebbe conseguenze dirette sulla sicurezza energetica europea, già compromessa da scelte politiche miopi. L’improvviso rialzo dei prezzi del gas suggerisce che qualcosa di strutturale sia accaduto. Ma ammetterlo significherebbe riconoscere il fallimento della strategia energetica UE, costruita su sanzioni e rotture senza adeguate alternative.

Difesa europea o fuga in avanti

Invece di affrontare questa emergenza, la Commissione rilancia sul terreno militare, proponendo un bilancio UE fortemente sbilanciato su difesa e spazio. L’aumento dei fondi risponde più a una logica di militarizzazione politica che a un disegno coerente di sicurezza collettiva. Non è un caso che tali ambizioni provengano da una figura che, da ministro della Difesa tedesco, lasciò un bilancio quanto meno controverso.

Groenlandia e l’equivoco americano

Il confronto con gli Stati Uniti sulla Groenlandia mette in luce un altro paradosso. Da un lato Bruxelles rivendica un ruolo politico e finanziario su un territorio che non fa parte dell’UE; dall’altro continua a definire Washington un “alleato”, ignorando le pressioni e le minacce provenienti dalla Casa Bianca. L’Artico è già uno spazio di competizione tra grandi potenze, e pensare di gestirlo in subordinazione strategica agli USA rivela una persistente ingenuità geopolitica europea.

Davos e la crisi del globalismo

In questo contesto si apre il Forum di Davos 2026, segnato da una crisi evidente del progetto ultra-globalista. Il ridimensionamento del World Economic Forum, dopo scandali e dimissioni eccellenti, coincide con l’emergere di un mondo più frammentato e conflittuale. Il ritorno di Donald Trump non segna la fine dell’egemonia americana, ma il suo mutamento: meno governance globale, più dominio diretto, fondato sulla forza e sul ricatto economico.

Due visioni, un’unica subordinazione

Il confronto tra il globalismo di Davos e il nazional-imperialismo trumpiano è spesso presentato come uno scontro di modelli alternativi. In realtà, entrambi presuppongono la riduzione della sovranità altrui: nel primo caso a vantaggio delle corporation globali, nel secondo a beneficio della potenza americana. L’Europa, incapace di una propria visione strategica, oscilla tra queste due opzioni senza mai emanciparsi. Le smanie bellicose di Ursula von der Leyen non sono un’anomalia personale, ma il sintomo di una crisi strutturale dell’Unione europea. Priva di sovranità militare, energetica e diplomatica, Bruxelles supplisce con la retorica a ciò che non può esercitare nella realtà. In un mondo che torna multipolare, la Russia – piaccia o no – ragiona in termini di potenza e interessi concreti. L’Europa, invece, continua a confondere i proclami con la strategia. E il prezzo di questa illusione rischia di essere molto alto.

 

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