"Attacco Usa a Iran la prossima settimana", navi e caccia verso Medio Oriente, rinvio tra pressioni del Golfo e timori Israele - RETROSCENA
Navi e aerei Usa si concentrano in Medio Oriente: l’attacco all’Iran appare imminente, rinviato solo da pressioni del Golfo, timori israeliani e dubbi di Trump sulla tenuta del regime di Teheran
Continuano a moltiplicarsi i segnali che vorrebbero imminente un attacco statunitense sull'Iran. Molti osservatori internazionali hanno confermato che la prossima settimana sarà il periodo più "caldo" per un raid a stelle e strisce: la flotta della portaerei USS Abraham Lincoln arriverà circa giovedì 22 gennaio in Medio Oriente dal Mar Cinese, mentre stanno aumentando i movimenti di caccia, aerei da guerra, da ricognizione e da rifornimento americani verso la regione.
Ci sarebbero però diversi motivi che avrebbero spinto il presidente americano Donald Trump a non attaccare nei giorni precedenti: dalle insistenze da parte dei Paesi arabi del Golfo a non rovinare la pace nella regione, fino ai timori del premier israeliano Benjamin Netanyahu di non essere pronto a eventuali ritorsioni iraniane in caso di attacco. Inoltre, rimaneva l'incognita di quanto il governo di Ali Khamenei sia effettivamente destabilizzato dalle proteste e da come questo potrebbe reagire a un raid statunitense.
"Attacco Usa a Iran la prossima settimana", navi e caccia verso Medio Oriente, rinvio tra pressioni del Golfo e timori Israele - RETROSCENA
I segnali di un imminente attacco statunitense contro l’Iran si stanno moltiplicando e, secondo diverse fonti internazionali, la finestra temporale più probabile sembra collocarsi entro circa una settimana. Non si tratta di indiscrezioni isolate, ma di una convergenza di indicatori militari e politici che, letti nel loro insieme, delineano uno scenario ormai difficilmente reversibile. Washington si sta preparando alla guerra, anche se l’ordine finale è stato rinviato per ragioni tattiche, diplomatiche e strategiche.
Il primo elemento è di natura militare. Gli Stati Uniti stanno spostando verso il Medio Oriente una consistente quantità di assetti: caccia, aerei d’attacco, velivoli da rifornimento e mezzi di supporto logistico, molti dei quali provenienti dall’Europa. A questi si aggiunge il movimento di grandi unità navali, tra cui la portaerei Abraham Lincoln con il suo gruppo d’attacco, in navigazione dal Mar Cinese Meridionale verso l’area del Golfo. Operazioni di questo tipo non sono compatibili con una semplice “deterrenza simbolica”: richiedono settimane di pianificazione e rispondono a uno scenario operativo concreto.
Il rinvio dell’attacco, però, non va interpretato come un passo indietro. Al contrario, appare come il risultato di una serie di ostacoli temporanei che Washington sta cercando di superare. Il primo è la forte pressione esercitata dai Paesi del Golfo. Arabia Saudita, Qatar, Oman e Turchia hanno avvertito l’amministrazione Trump che una guerra contro l’Iran non sarebbe limitata né breve. Teheran ha la capacità di colpire basi militari, infrastrutture energetiche e rotte commerciali strategiche, trasformando l’intera regione in un campo di battaglia. Questi avvertimenti hanno imposto una pausa, ma non hanno cambiato la direzione di fondo.
Un secondo fattore è Israele. Secondo diverse ricostruzioni, il governo Netanyahu avrebbe chiesto esplicitamente a Trump di ritardare l’operazione. Il motivo è chiaro: Israele, dopo mesi di tensioni e operazioni militari su più fronti, non sarebbe pronto a reggere una controffensiva iraniana diretta o indiretta. I sistemi di difesa missilistica sono sotto pressione e il fronte interno, già fragile, rischierebbe un collasso economico e sociale in caso di attacchi prolungati. Anche questo, tuttavia, è un problema di tempistiche, non di strategia: Tel Aviv chiede tempo per prepararsi, non per evitare lo scontro.
Il terzo elemento riguarda direttamente Donald Trump e i dubbi all’interno della sua amministrazione. Non è affatto scontato che un intervento militare statunitense, anche massiccio, sia sufficiente a far capitolare la Repubblica Islamica. L’Iran non è un Paese isolato né un regime fragile sul piano interno: dispone di un forte consenso nazionale quando è sotto minaccia esterna e di una struttura statale resiliente. Colpire siti militari o infrastrutture non garantirebbe né la caduta del sistema politico né tantomeno la possibilità di “rimuovere” la leadership, incluso l’ayatollah Ali Khamenei. Anzi, un attacco rischierebbe di rafforzare ulteriormente la coesione interna iraniana.
È proprio questa consapevolezza che spiega l’apparente esitazione di Trump: la Casa Bianca sta cercando di capire se l’uso della forza possa davvero raggiungere gli obiettivi politici massimi, o se rischi invece di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto lungo e costoso, senza una via d’uscita chiara. Ma mentre il dibattito politico continua, la macchina militare va avanti.
Dal punto di vista iraniano, il quadro è limpido. Teheran interpreta questi movimenti come la prova che l’attacco è solo questione di tempo. La Repubblica Islamica ha già avvertito che qualsiasi aggressione riceverà una risposta dura, diretta e proporzionata, non solo contro interessi statunitensi, ma anche contro i loro alleati regionali. In questo contesto, il rinvio non è un segnale di de-escalation, bensì il preludio a un’offensiva che Washington sta semplicemente cercando di rendere più “gestibile” per sé e per i suoi partner.
Tutti gli indizi convergono: le forze sono in posizione, le alleanze sono state avvertite, i tempi vengono aggiustati. L’attacco all’Iran non è stato cancellato. È stato solo rimandato.