15 Gennaio 2026
Iran, Trump valuta ingresso in guerra e attacco a centrale nucleare Fordow, poi minaccia Khamenei: “Sappiamo dove ti nascondi”
Il rumore mediatico e la realtà strategica
Il frastuono mediatico che accompagna ogni crisi mediorientale è comprensibile, soprattutto quando si parla di Iran, Stati Uniti e Israele. Tuttavia, al di là dell’emotività, l’analisi fredda dei fatti suggerisce cautela. I segnali sul terreno non indicano un’imminente operazione militare su larga scala, bensì una fase di attesa armata, fatta di pressioni psicologiche, posture simboliche e manovre diplomatiche sotterranee.
Il nodo delle basi e dello spazio aereo
Un elemento decisivo è il diniego, ormai esplicito, da parte dei principali Paesi della regione all’uso delle loro basi e del loro spazio aereo per un’azione offensiva contro Teheran. Arabia Saudita, Qatar e Oman non intendono farsi trascinare in una guerra dalle conseguenze imprevedibili. Anche gli Emirati Arabi Uniti, dopo le battute d’arresto subite in teatri come Yemen, Sudan e Corno d’Africa, sembrano aver archiviato l’allineamento automatico con l’agenda israeliana.
Il ripiegamento degli aerei da rifornimento anglo-americani dal Golfo è un segnale eloquente: se qualcosa accadrà, non sarà né immediato né massiccio.
L’ipotesi indiana e i suoi limiti
Si è parlato di un possibile ricorso a partner “alternativi”, come l’India, per aggirare i veti regionali. Ma anche questa ipotesi appare fragile. Nuova Delhi intrattiene rapporti energetici, commerciali e portuali di primo piano con Teheran e difficilmente sacrificherebbe tali interessi. Inoltre, il recente conflitto indo-pakistano e la crescente vicinanza tra Islamabad e Teheran rendono lo scenario ancora più complesso.
Un fronte regionale che si ricompatta
Al triangolo Turchia-Arabia Saudita-Pakistan si aggiunge un Qatar sempre più allineato a Riyad. Da non sottovalutare la cooperazione turco-iraniana in ambito d’intelligence: Ankara ha recentemente condiviso informazioni decisive sulle infiltrazioni curde, consentendo a Teheran di neutralizzare cellule del PKK/PJAK. Un fatto che indica come, al di là delle divergenze, prevalga oggi una logica di stabilità regionale.
Washington tra deterrenza e ambiguità
Le dichiarazioni di Donald Trump riflettono questa ambiguità. Da un lato le minacce di “azioni molto forti”, dall’altro i segnali di de-escalation, come il riconoscimento della fine delle repressioni più dure in Iran. Non è un mistero che Trump utilizzi spesso la retorica pubblica per coprire manovre alternative. La Casa Bianca cerca una via d’uscita da un’impasse in parte auto-indotta, stretta tra le aspettative israeliane e i limiti operativi sul campo.
Le opzioni sul tavolo: colpire senza guerra
Il dibattito interno all’amministrazione americana sembra convergere su un punto: niente truppe a terra e nessun conflitto prolungato. Restano opzioni a basso costo e alto impatto mediatico: attacchi chirurgici contro strutture di sicurezza iraniane, cyber-attacchi, operazioni di PsyOps. Ma anche queste mosse comporterebbero ritorsioni e rischi per partner riluttanti a esporsi.
Teheran alza il livello di controllo
La chiusura dello spazio aereo iraniano, certificata dai NOTAM e confermata dalle principali compagnie occidentali, è una misura difensiva ma anche politica. Il messaggio è chiaro: chi violerà questa linea se ne assumerà la responsabilità. Le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi sul “controllo totale” della situazione mirano a rafforzare la deterrenza, più che a provocare. In definitiva, la probabilità di un’azione spettacolare ma limitata esiste; quella di una guerra su larga scala appare ridotta. Washington e Tel Aviv hanno oggi una coperta corta, mentre il sostegno – esplicito o tacito – attorno a Teheran si fa più solido. In questo quadro fluido, la vera partita si gioca sul terreno della percezione, non su quello dei carri armati. E, almeno per ora, la guerra resta più evocata che combattuta.
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