15 Gennaio 2026
Groenlandia e Trump
Il riflesso condizionato della parola “dittatura”
Nel dibattito pubblico occidentale ricorre sempre più spesso una formula apparentemente critica ma, in realtà, profondamente conformista: “Quel regime è una dittatura, però l’intervento occidentale è sbagliato”. È una premessa rituale, quasi obbligata, che non chiarisce nulla ma serve a ribadire una gerarchia implicita. Iran, Venezuela, ma anche altri Stati non allineati vengono etichettati come dittature a prescindere dalla complessità dei loro sistemi politici.
Elezioni, rappresentanza e realtà istituzionale
Per decenni la distinzione sembrava semplice: dittatura come assenza di elezioni, democrazia come loro presenza. Oggi questo schema non regge più. Iran e Venezuela hanno elezioni, parlamenti, competizione politica interna. Ciò non li rende sistemi liberali occidentali, ma nemmeno giustifica una classificazione automatica come regimi tirannici. La verità è che, nel linguaggio politico dominante, dittatura coincide con ciò che non rientra nel perimetro liberal-atlantista.
Una dicotomia ideologica, non analitica
La contrapposizione democrazia/dittatura è una costruzione astratta. Nessun sistema reale è il puro riflesso della volontà popolare, così come nessun potere è del tutto sganciato dal consenso sociale. Ovunque esiste un miscuglio di elementi democratici e autocratici, anche in Occidente. Pensare che i primi siano sempre virtuosi e i secondi sempre malvagi è un pregiudizio culturale, non un’analisi politica.
Il non detto del discorso “critico”
Quando intellettuali e commentatori dichiarano di criticare l’Occidente ma premettono la superiorità strutturale del suo modello, stanno in realtà rafforzando lo stesso paradigma che fingono di mettere in discussione. La domanda è semplice: esiste, per loro, un buon sistema politico non occidentale? La risposta, quasi sempre, è no. Tutto ciò che non replica le istituzioni euro-atlantiche viene degradato a dittatura.
Pluralità dei modelli e contesto storico
Un’analisi geopolitica seria, tanto più se vuole liberarsi dell’occidentalocentrismo, deve riconoscere che i sistemi politici sono funzioni della storia, della geografia e della società. Ciò che garantisce stabilità e coesione in un Paese può essere disfunzionale in un altro. Non esistono modelli universali, ma equilibri specifici. Russia, Iran o Venezuela non sono paradisi politici, ma nemmeno caricature morali.
Dalla retorica politica alla geografia del potere
Questo uso ideologico del linguaggio non riguarda solo i regimi “altri”, ma anche lo spazio. La Groenlandia non è diventata improvvisamente importante perché è cambiata in sé, ma perché è mutato il contesto globale. Come durante la Guerra Fredda, la geografia torna centrale. L’Artico non è più periferia: è cerniera strategica tra Nord America ed Eurasia.
Artico: da teatro tecnico a fronte geopolitico
Durante il confronto USA-URSS, l’Artico era un corridoio di deterrenza e allerta precoce. Oggi a questa funzione si sommano fattori nuovi: scioglimento dei ghiacci, risorse, rotte commerciali, catene del valore. La sicurezza torna a essere materiale, non solo normativa. In questo quadro, la Groenlandia diventa un nodo inevitabile.
Sovranità, NATO e attriti transatlantici
La Groenlandia è parte del Regno di Danimarca ma gode di autogoverno. Questo rende ogni pressione esterna politicamente delicata. Gli Stati Uniti leggono l’isola come piattaforma strategica; l’Europa tende a ricondurla dentro una cornice multilaterale NATO. È qui che emergono frizioni: non sulla sicurezza in sé, ma su chi decide e come.
La risposta europea: proceduralizzare il conflitto
Di fronte a posture americane massimaliste, la reazione europea è tipica: trasformare la tensione in processo, la crisi in pianificazione, l’ultimatum in cooperazione regolata. Consolati, esercitazioni, gruppi di lavoro, presenza graduata: strumenti lenti ma stabilizzanti. È il tentativo di evitare che l’Artico diventi un precedente di competizione interna all’Occidente. Dalla parola dittatura alla definizione di spazio strategico, il problema è lo stesso: l’Occidente usa categorie normative per legittimare rapporti di forza. Una lettura più equilibrata – che la scuola geopolitica russa ha sempre privilegiato – invita a guardare ai rapporti reali, non alle etichette. Perché capire il mondo non significa giudicarlo, ma riconoscerne la pluralità e gli equilibri.
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