"Attacco Usa all'Iran fra una settimana", continuano le evacuazioni di cittadini Usa e Ue da Teheran, atteso arrivo portaerei USS Lincoln - RETROSCENA

Attacco non immediato ma possibile entro una settimana: evacuazioni, flotta Usa in arrivo e pressione psicologica. Trump punta a destabilizzare Teheran prima di un colpo decisivo

La maggior parte dei media era convinto che nella nottata tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio gli Stati Uniti avrebbero attaccato l'Iran. Nulla è successo, però, dopo la conferenza stampa del presidente americano Donald Trump, in cui ha annunciato che "né oggi né domani ci saranno esecuzioni dei manifestanti da parte governativa".

Sembrerebbe tutto risolto, ma da ieri, secondo diversi osservatori internazionali, troppe pedine si starebbero muovendo sullo scacchiere geopolitico mediorientale. Dalle evacuazioni dei cittadini americani ed europei dall'Iran alla decisione di non volare nello spazio aereo di Teheran di molte compagnie, fino al richiamo della portaerei americana USS Abraham Lincoln: l'attacco sarebbe stato solamente rimandato, probabilmente di una settimana.

"Attacco Usa all'Iran fra una settimana", continuano le evacuazioni di cittadini Usa e Ue da Teheran, atteso arrivo portaerei USS Lincoln - RETROSCENA

Secondo fonti di sicurezza e analisti militari, l’ipotesi di un’azione militare statunitense contro l’Iran non sarebbe stata accantonata, ma semplicemente rinviata. La finestra temporale più citata è quella di circa una settimana: un lasso di tempo che servirebbe a completare tre passaggi considerati cruciali da Washington. Evacuare cittadini e personale diplomatico, rafforzare ulteriormente la pressione psicologica sul regime di Teheran e attendere l’arrivo di assetti navali e aerei statunitensi dal Pacifico al Medio Oriente.

Nelle ultime ore si sono moltiplicati segnali che vanno in questa direzione. Diversi Paesi occidentali, tra cui Stati Uniti e Regno Unito, hanno avviato o accelerato l’evacuazione di ambasciate e personale non essenziale. Le compagnie aeree stanno evitando lo spazio aereo iraniano e iracheno, mentre gli avvisi di sicurezza per i cittadini europei e nordamericani si estendono a tutta la regione. L’obiettivo, spiegano fonti diplomatiche, è ridurre al minimo la presenza di cittadini americani e alleati sul territorio iraniano e nei Paesi limitrofi prima di qualsiasi escalation.

Parallelamente, il Pentagono sta riposizionando forze militari. La portaerei USS Abraham Lincoln e i suoi gruppi di supporto sono in trasferimento dal Pacifico verso l’area di responsabilità del CENTCOM. Anche velivoli strategici, aerei cisterna e personale della US Air Force sono stati ridislocati da basi chiave come Al-Udeid, in Qatar. I movimenti che richiedono giorni, non ore, e che rafforzano l’idea di una tempistica non immediata ma pianificata.

Molti osservatori si aspettavano un attacco già nelle ultime 48 ore. Ma Donald Trump avrebbe scelto deliberatamente di non colpire subito. Una decisione che, secondo indiscrezioni provenienti da ambienti dell’intelligence, risponderebbe a più logiche. La prima è la sicurezza: ieri in Iran e nell’area circostante erano ancora presenti troppi cittadini americani e occidentali, un fattore che avrebbe potuto trasformarsi in un rischio politico e umano enorme in caso di risposta iraniana.

La seconda è strategica e riguarda la cosiddetta “guerra psicologica”. L’amministrazione Trump sarebbe convinta che il semplice accumulo di forze militari, unito a evacuazioni, avvisi di sicurezza e notizie di attacchi imminenti, stia già producendo effetti destabilizzanti all’interno dell’Iran. L’obiettivo sarebbe spingere la popolazione a manifestare, alimentare l’insicurezza ai vertici del potere e logorare il regime dall’interno prima ancora di un’eventuale azione militare. In questo schema, l’attesa non è un segno di debolezza, ma uno strumento di pressione.

C’è poi un terzo elemento, forse il più delicato: la natura dell’operazione che Trump avrebbe in mente. Secondo più fonti, il presidente non sarebbe interessato a un’azione limitata o simbolica, ma a un’operazione di “decapitazione” del regime, mirata a colpire il cuore del potere iraniano e in particolare la leadership legata alla Guida suprema Ali Khamenei. Ieri, tuttavia, l’intelligence statunitense non avrebbe potuto garantire il successo di un’operazione di questo tipo. Le condizioni operative e informative non erano considerate sufficienti per assicurare un colpo rapido e davvero risolutivo.

I consiglieri di Trump restano divisi. Da un lato, c’è la convinzione che un attacco deciso potrebbe accelerare il collasso del regime; dall’altro, il timore che l’Iran reagisca in modo aggressivo su più fronti, trascinando gli Stati Uniti in una guerra regionale prolungata. Proprio per questo, ogni giorno di attesa viene utilizzato per rafforzare le difese, migliorare l’intelligence e ridurre i rischi collaterali.

La prossima settimana potrebbe dunque rappresentare un punto di svolta. Se evacuazioni e schieramenti militari verranno completati, e se la pressione interna sul regime iraniano continuerà a crescere, Washington potrebbe ritenere maturate le condizioni per passare dalle minacce ai fatti. Fino ad allora, il Medio Oriente resta sospeso in una fase di altissima tensione, in cui il tempo stesso è diventato un’arma.