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Geopolitica del Medio Oriente | Replica ad Aisha Gheddafi

Una terza via possibile per l’Iran tra il destino libico e la prigione teocratica: replica ad Aisha Gheddafi ed i limiti strategici della retorica anti-USA .

Oltre il paradigma libico e l’antagonismo permanente: perché la stabilità iraniana richiede una strategia non allineata, sovrana e post-teocratica

15 Gennaio 2026

Una terza via possibile per l’Iran tra il destino libico e la prigione teocratica: replica ad Aisha Gheddafi ed i limiti strategici della retorica anti-USA .

Il messaggio di Aisha Gheddafi rivolto al popolo iraniano si fonda su un ammonimento netto: non fidarsi delle “false promesse dell’Occidente”, non credere che concessioni strategiche possano condurre a una convivenza pacifica. È una posizione comprensibile, perché nasce da una tragedia reale, vissuta sulla propria pelle. Ma proprio per questo richiede un’analisi rigorosa, capace di distinguere tra testimonianza storica e generalizzazione ideologica.

Retorica anti-imperiale e semplificazione storica

Espressioni come “negoziare con un lupo non salverà le pecore” hanno una forza simbolica immediata, ma riducono la complessità delle relazioni internazionali a una narrazione manichea: da una parte il predatore, dall’altra la vittima. È vero che direi tutte le politiche occidentali ( ma quelle di tutti gli altri attori mondiali Russi, Cina, ect…non sono da meno ) sono guidate da interessi economici, egemonici e geopolitici e non da altruismo; ma è falso che ogni dialogo equivalga a una trappola.

La storia recente dimostra il contrario. Ad esempio, forse il più eminente, il Vietnam, dopo una guerra devastante contro gli Stati Uniti, ha intrapreso negli anni Novanta una normalizzazione graduale delle relazioni internazionali. Nessuna occupazione, nessuna dissoluzione dello Stato, nessuna perdita di sovranità: Hanoi è oggi un attore regionale stabile, politicamente autonomo, pur restando ideologicamente distante da Washington. Se la logica del “dialogo uguale distruzione” fosse una legge storica, il Vietnam non dovrebbe esistere.

L’esempio concreto del  Vietnam non idealizza il dialogo. Dimostra però un punto essenziale: non esiste una legge storica che condanni automaticamente chi negozia. Esistono contesti, leadership, istituzioni, equilibri interni. Ed è proprio ciò che la retorica assoluta tende a cancellare.

Libia: tragedia reale, paradigma sbagliato

La Libia post-2011 resta una ferita aperta. Ma il suo collasso non può essere attribuito in modo esclusivo all’intervento occidentale. È stato il risultato di decenni di autoritarismo personalistico, assenza di istituzioni autonome, frammentazione tribale e vuoto politico.

La Libia di Muammar Gheddafi non crollò perché dialogò, ma perché dialogava senza Stato, senza pluralismo, senza una società civile in grado di sostenere il cambiamento. L’errore non fu l’apertura in sé, ma l’averla concepita come concessione del leader, non come processo collettivo. Trasformare quella tragedia in un monito universale significa assolvere le responsabilità interne e ridurre la storia a destino.

L’Iran non è la Libia: il pericolo dei due estremi

L’Iran non è la Libia. È una civiltà millenaria, con strutture statali profonde, una società complessa e una memoria storica stratificata. Difendere la sovranità nazionale è legittimo, ma oscillare tra due estremi ugualmente pericolosi non lo è.

Da un lato, il ripudio totale di ogni dialogo, che rischia di isolare ulteriormente il Paese sul piano economico, scientifico e culturale, aggravando gli effetti delle sanzioni. Dall’altro, la dipendenza da un antagonismo permanente, che consente alla teocrazia di utilizzare il nemico esterno come strumento di controllo interno, sacrificando libertà civili e pluralismo.

Il rischio reale non è soltanto la sottomissione all’Occidente, ma la subordinazione alla propria élite interna, che può non rappresentare la volontà di riforma di una società giovane, istruita e sempre più consapevole.

Antisionismo e guerra ideologica permanente

In questo quadro, l’antisionismo assolutizzato ha funzionato come collante ideologico. Non più critica politica allo Stato di Israele, ma elemento identitario totalizzante, teologizzato, utile a mantenere uno stato di mobilitazione continua. Quando il nemico esterno diventa indispensabile alla stabilità del sistema, la politica si riduce a gestione della paura. E una società che vive di paura non evolve, si irrigidisce.

Una terza via: sovranità senza isolamento

Una replica seria al messaggio di Aisha Gheddafi deve riconoscere ciò che è giust, la dignità di un popolo che non vuole essere dominato, senza scivolare in una retorica oppositiva totale. L’Iran non deve scegliere tra sottomissione all’imperialismo e chiusura teocratica. Esiste una terza via, sebbene impervia e molto difficile da percorrere, da costituita sovranità senza isolamento, identità senza dogmatismo, modernizzazione senza rinnegamento.

Liberarsi dalle catene teocratiche non significa perdere l’anima persiana. Significa restituire a una civiltà millenaria la sua vocazione naturale al pensiero, al pluralismo, alla trasformazione. La Persia è sopravvissuta agli imperi non perché si è chiusa, ma perché ha saputo cambiare.

Conclusione

Il dolore libico evocato da Aisha Gheddafi merita ascolto, ma non può diventare una profezia obbligata. I popoli non muoiono quando dialogano: muoiono quando smettono di scegliere. L’Iran non ha bisogno di una guerra eterna per esistere, né di un nemico costante per sentirsi sovrano. Ha bisogno di scegliere sé stesso, oltre la paura e oltre la retorica.

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