06 Gennaio 2026
Fonte Wikipedia
L’operazione statunitense a Caracas, culminata nel sequestro del presidente Nicolás Maduro, non è solo un atto militare spettacolare: è un rivelatore politico. Conferma quella che da decenni possiamo definire “eccezione americana”, ossia la convinzione di Washington di potersi porre al di sopra di diritto internazionale, sovranità e procedure multilaterali, decidendo unilateralmente chi governa e chi no.
Donald Trump non rappresenta una rottura, ma una continuità brutale. Cambia lo stile, non la sostanza. Come Reagan o Theodore Roosevelt, Trump interpreta il potere come proiezione della forza, riducendo al minimo il linguaggio ipocrita dei “diritti umani”. Gli Stati Uniti fanno ciò che hanno sempre fatto: colpiscono, intimidiscono, impongono. La differenza è che oggi lo fanno senza più veli.
L’Europa assiste inermi. Gli stessi governi che invocano l’ordine internazionale contro la Russia faticano a condannare un’azione che, se compiuta da Mosca o Pechino, verrebbe definita terroristica. La categoria di “dittatore” diventa così uno strumento politico, applicato a geometria variabile, utile a giustificare qualsiasi intervento.
Le parole di Trump su Delcy Rodríguez chiariscono la posta in gioco: il controllo delle risorse energetiche venezuelane. La democrazia è un pretesto, il greggio la priorità. Sequestro, minacce e ricatti sarebbero definiti mafiosi se pronunciati da chiunque altro. Ma pronunciati dalla Casa Bianca diventano “realpolitik”.
Il riferimento immediato alla Groenlandia mostra che Caracas non è un caso isolato. La rinnovata Dottrina Monroe rivendica l’intero emisfero occidentale come spazio di sfruttamento privilegiato. Il linguaggio della National Security Strategy è esplicito: ridurre l’influenza di Russia e Cina, assicurarsi infrastrutture, porti, materie prime. In America Latina questo suona come imperialismo yankee, non come cooperazione.
Il blitz non “uccide” il diritto internazionale: ne certifica il decesso avvenuto. Serbia, Iraq, Libia hanno già mostrato che la legalità globale vale solo per i vinti. La cattura di Maduro ribadisce un principio cinico ma reale: la differenza tra atto criminale e azione legittima dipende esclusivamente da chi la compie.
Qui sta l’azzardo strategico di Trump. L’operazione potrebbe compattare governi e opinioni pubbliche latinoamericane contro Washington. L’ostilità verso i gringos è un dato storico, aggravato dal fatto che milioni di cittadini di origine latina vivono e servono negli Stati Uniti. Una destabilizzazione prolungata dei Caraibi rischia di ritorcersi contro lo stesso potere americano.
Da Mosca la lettura è fredda. La Russia non difende il chavismo, ma osserva una dinamica nota: senza deterrenza, si viene travolti. I casi di Bielorussia, Siria o Corea del Nord insegnano che solo alleanze militari credibili impediscono il “regime change”. Non è idealismo, è sopravvivenza geopolitica.
Un elemento spesso sottovalutato è il blob propagandistico in cui vivono le società occidentali. Si può abitare un Paese e non capire nulla di ciò che accade davvero. L’esperienza post-sovietica lo dimostra: milioni di russi credevano nel Bengodi occidentale e si ritrovarono nella miseria. La percezione conta quanto la realtà, spesso di più.
Dire che in Venezuela “si viveva male” senza ricordare che era uno dei Paesi più sanzionati al mondo è malafede o ignoranza. Le sanzioni non sono uno strumento neutro: distruggono economie, piegano società, preparano il terreno all’intervento. È una responsabilità che l’informazione mainstream raramente ammette.
Il sequestro di Maduro non ha prodotto un cambio di regime immediato. Anzi, apre a un conflitto strisciante che potrebbe trasformarsi in un “nuovo Vietnam” caraibico. Un simile scenario indebolirebbe Trump anche internamente e rafforzerebbe, paradossalmente, la posizione di Russia e Cina come poli di resistenza all’unilateralismo.
La scommessa di Caracas mostra che l’egemonia americana non è più indiscussa, ma nemmeno rassegnata. Per Mosca è una conferma: il mondo resta duro, regolato dai rapporti di forza. Senza illusioni e senza messianismi, la Russia continua a muoversi come potenza razionale, consapevole che chi rinuncia alla deterrenza finisce, prima o poi, sequestrato nella notte.
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