06 Gennaio 2026
Usa (Pixabay)
C’è un tratto infantile che attraversa oggi il dibattito geopolitico occidentale: la convinzione che la libertà dei popoli dipenda dall’intervento di una grande potenza esterna, pronta a rimettere ordine. Ieri erano gli Stati Uniti, oggi per alcuni diventano la Russia o la Cina. Cambiano i nomi, non il riflesso psicologico: delegare la propria storia a un “padre” più forte.
Non è centrale discutere se sia realistico o meno immaginare un imminente collasso americano o uno scacco matto russo-cinese. Questa mitologia numerologica prospera perché risponde a un bisogno emotivo: credere che qualcuno verrà a sistemare l’“uomo nero”. Anche l’idea di una Cina come patria socialista rientra in questa logica consolatoria. È una fede, non un’analisi.
Il problema è più profondo: abbiamo smesso di credere che i popoli debbano prendersi carico del proprio destino. Così anche il multipolarismo viene ridotto a una semplice redistribuzione del potere tra élite, multinazionali e satrapi regionali. Ma un multipolarismo autentico dovrebbe significare pluralità di nazioni, culture e modelli, non una nuova gestione oligarchica del globalismo.
L’attesa di una salvezza esterna genera passività, e la passività è una forma di morte politica. Senza una “stella” propria da seguire, ci si limita a commentare, tifare, sperare. Eppure la speranza, se non è azione, diventa quietismo. Si costruisce il futuro lavorando nelle scuole, nei quartieri, nelle fabbriche, non aspettando l’evento salvifico.
In questo quadro si inserisce lo stile diretto di Donald Trump, spesso liquidato come folclore. In realtà, egli ha semplicemente spogliato la politica estera americana delle finzioni umanitarie. La sostanza resta quella storica: o sottomissione volontaria tramite accordi asimmetrici, oppure coercizione economica, politica e militare. Cambia il linguaggio, non la struttura di potere.
Gli Stati Uniti restano una potenza talassocratica, poco incline all’occupazione stabile e più interessata al controllo indiretto. Finché questo metodo non comporta costi reali, Washington lo applica con serenità. L’Ucraina ne è un esempio: profitti politici ed economici, oneri scaricati sugli alleati europei, nessun sacrificio diretto.
Da Mosca, la lezione storica è chiara: la forza è spesso l’unico linguaggio riconosciuto dalle potenze dominanti. La Russia non propone una redenzione universale, ma una deterrenza fondata su geografia, profondità strategica e alleanze difensive. I casi di Bielorussia o Siria mostrano che la sopravvivenza passa per trattati concreti, non per appelli morali.
Le guerre moderne non sono solo militari. La guerra dell’informazione e quella cognitiva decidono chi è il “bene” e chi il “male”. Una volta costruita la narrativa, il compromesso diventa impossibile. È accaduto in Iraq, in Libia, altrove. La realtà dei risultati conta meno della coerenza del racconto.
La contiguità territoriale tra Russia e Cina, cuore dell’Eurasia, rappresenta il vero incubo strategico delle potenze marittime. Un continente integrato rischia di rendere l’oceano periferia. Non è determinismo, ma una tendenza storica che spiega molte scelte aggressive.
Nessuna potenza libererà l’Occidente da se stesso. La Russia non è un messia geopolitico, ma un attore razionale che difende i propri interessi in un mondo duro. Senza illusioni di redenzione, resta una verità semplice e scomoda: si fa ciò che deve essere fatto. Senza retorica, senza attese. La storia non premia chi spera soltanto, ma chi agisce.
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