06 Gennaio 2026
A Caracas, l’anno è iniziato non tra i classici fuochi d’artificio, ma tra esplosioni ed elicotteri che sorvolavano la città.
Nelle scorse settimane, c’era stata una intensa attività delle navi americane contro quelli che sono stati definiti dei narcos operativi nella zona dei Caraibi, anche se fonti di intelligence USA avevano riferito che l’operazione in corso era molto diversa da quella annunciata.
A Caracas, erano in corso dei tentativi di destabilizzazione da parte del governo britannico che stava armando e reclutando mercenari e paramilitari per eseguire il più classico dei regime change, il termine anglosassone che identifica i colpi di Stato e le rivoluzioni colorate, sulle quali c’è ampia letteratura nel libro nero della famigerata CIA.
Eppure in Venezuela, si è visto qualcosa di molto diverso da un colpo di Stato.
Non un colpo è stato sparato dalle forze armate venezuelane.
La contraerea del Paese è rimasta immobile, così come nessuna risposta è stata indirizzata agli elicotteri americani che hanno potuto sorvolare i cieli della capitale venezuelana indisturbati.
Maduro sarebbe stato prelevato senza nessuna difficoltà.
Il presidente del Venezuela è da anni vittima di una serie di attentati, l’ultimo dei quali ha visto una pioggia di droni piombare sulla sua testa, prima che la sicurezza dell’esercito riuscisse a metterlo in salvo.
Le forze armate del Venezuela sono pronte e ben addestrate a questo tipo di situazioni, e se pur dall’altra parte c’era una potenza militare come gli Stati Uniti, è soltanto da ingenui o da digiuni di operazioni militari pensare che il leader del Paese possa essere stato prelevato con tale irrisoria facilità.
Mosca a sua volta non ha fatto nulla.
Sapeva quello che stava per accadere, perché una sua nave era al largo delle coste del Venezuela in quelle ore, e il Cremlino è il Paese che da tempo sta rifornendo di armi e sistemi militari Caracas.
Se Washington ha deciso di intervenire per una qualsivoglia operazione, Mosca deve essere stata giocoforza informata in anticipo, ma la notte del 3 gennaio non si è assolutamente visto qualcosa che somigli nemmeno lontanamente ad un golpe.
Il regime change ha infatti delle linee guida ben precise.
Se si vuole comprendere i meccanismi di azioni dello stato profondo di Washington, si può pescare dai suoi innumerevoli precedenti, tra i quali c’è quello del golpe del 1973 orchestrato dall’eminenza grigia della governance globale, Henry Kissinger, che seguì passo dopo passo le fasi che portarono alla caduta di Salvador Allende e alla successiva installazione al potere dell’uomo dell’anglosfera, Augusto Pinochet.
Non si perse un istante.
Il governo di Allende venne prontamente rovesciato.
Il presidente che soltanto un anno prima aveva tenuto un memorabile discorso di fronte al consesso delle Nazioni Unite sulla preponderante influenza che stavano assumendo i centri d’affari finanziari delle multinazionali sugli Stati nazionali, morì il giorno stesso del golpe, l’11 settembre, in circostanze ancora oggi poco chiare.
Il suo governo venne spazzato via.
Nessun ministro di Allende restò al suo posto. Ognuno venne sostituito da membri di una giunta militare guidata da Pinochet e dai suoi uomini.
Pinochet si dichiarò subito leader del Paese fino a quando nel 1974 non assunse ufficialmente la carica di presidente del Paese, dando vita ad una tirannia fatta di sangue e repressione, nella più classica delle dittature del Sudamerica che Washington all’epoca instaurava regolarmente per preservare il potere dell’impero americano e soprattutto della governance globale.
A Caracas, non si è visto nulla del genere.
Il presidente Maduro sarebbe stato “rapito” dalle forze speciali degli Stati Uniti, mentre il suo governo è rimasto tutto lì, al potere.
L’esercito non si è mosso minimamente contro il governo venezuelano.
Soltanto poche ore dopo il presunto rapimento di Maduro, il ministro della Difesa, Luis Padrino, si è presentato indossando una uniforme militare e con tutta la calma del mondo tuonava contro l’imperialismo nordamericano, ma nemmeno una parola di condanna veniva detta contro il presunto architetto del rapimento del leader del Venezuela, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Il governo del Venezuela è rimasto lì dov’è.
Ogni singolo posto chiave è occupato dagli uomini di Maduro che non si sono discostati in nulla dalla linea segnata dal presidente, e qualcuno tra le fila dell’opposizione eterodiretta dall’anglosfera ha iniziato a sentire la puzza di bruciato.
Gli uomini del centrodestra venezuelano non sono affatto soddisfatti.
Si sono resi conto che nulla è cambiato a Caracas, e che il governo è ancora di fatto nelle mani degli uomini di Maduro e di chi soltanto un anno fa vinse regolarmente le elezioni.
Il sospetto che in Venezuela si sia consumata una raffinata psy-op militare è venuto anche a Gunther Fehlinger, economista austriaco e oltranzista della NATO che ha definito “fasullo” il golpe di Trump che ha lasciato ognu uomo di Maduro ai posti di comando.
Nel Paese, lo status quo non è cambiato di una virgola. Il petrolio è ancora saldamente nelle mani del governo venezuelano e i rapporti con la Russia sono immutati.
Nessuna privatizzazione ha avuto luogo e nessuna privatizzazione ci sarà, perché il fine dell’operazione non è mai stato chiaramente quello di mettere le mani sulle risorse petrolifere venezuelane.
Gli Stati Uniti già sotto il primo mandato di Trump hanno perseguito una politica di indipendenza energetica.
Attraverso l’estrazione dell’olio di scisto sono passati nel giro di 3 anni, dal 2017 al 2020, a diventare esportatori netti di petrolio per la prima volta in 70 anni, e oggi, nonostante ogni previsione di sedicenti esperti, sono il Paese che produce più petrolio al mondo, e a costi contenuti.
Washington aveva iniziato già allora a cambiare completamente la sua politica estera.
Gli Stati Uniti sono stati per decenni il principale importatore di petrolio al mondo.
Ogni presidente ha cercato per questo di preservare il petrodollaro nato dopo la fine del gold standard decisa da Richard Nixon, che si mosse subito per stabilire un patto con il principale esportatore di petrolio al mondo, ovvero l’Arabia Saudita.
Riyadh accettò di ricevere soltanto dollari in cambio del suo petrolio.
Il dollaro deve, o meglio doveva, il suo status di valuta privilegiata rispetto alle altre monete non per delle sue intrinseche caratteristiche monetarie, visto che ogni moneta fiat è uguale all’altra, ma per la geopolitica, per il peso di una politica estera imperialista che aveva imposto al mondo di procurarsi il biglietto verde per comprare il petrolio necessario per far girare gli ingranaggi delle economie nazionali.
Il dollaro è diventato così molto più di una moneta.
Si è trasformato in un’arma vera e propria, in un randello che si abbatteva contro quei Paesi, sommersi di sanzioni ed esclusi dai mercati, perché rifiutavano di piegarsi agli interessi e ella volontà dell’impero e della governance mondiale.
Donald Trump ha spostato ogni possibile asse della politica americana.
Gli Stati Uniti di Trump non sono interessati a mantenere in piedi la vecchia politica della supremazia imperiale, ma vogliono costruire una politica nella quale gli Stati nazionali tornino finalmente sulla scena.
Il bilateralismo e non l’unipolarismo è la via tracciata da Washington che si ritrova così sulla stessa linea d’onda dei BRICS, quel blocco di Paesi guidati dalla Russia che già nei primi anni 2000 aveva aperto la via del multipolarismo, oggi vera e propria bussola dei rapporti internazionali.
Washington dismette così i panni dell’impero e indossa quelli di potenza che vuole seguire la via multipolare, ma sullo scacchiere si combatte una feroce battaglia contro quegli elementi destabilizzanti che vogliono ancora il dominio di oligarchie mondiali, e la dissimulazione si rivela spesso una necessità per anticipare e neutralizzare le mosse dell’avversario.
A volere un regime change in Venezuela non era Washington, ma Londra.
Londra sta cercando disperatamente di sostituirsi allo stato profondo americano nel tentativo di creare caos, conflitti e destabilizzazioni in ogni parte del pianeta.
L’amministrazione americana ha deciso di scegliere la strategia dell’anticipo.
Si sono seguite in pratica le linee guida dell’operazione della Russia in Siria, che alla fine del 2024, favorì la sostituzione del governo Assad con la presidenza di Al-Sharaa, che ha lasciato immutata la politica estera di Damasco.
All’epoca, la solita orda di falsi informatori alternativi scrissero subito che la Siria era finita, che i suoi territori sarebbero stati smembrati e annessi da Israele, fino ad arrivare alla cacciata della Russia dal Paese.
Un anno dopo, tali disinformatori seriali sono stati smentiti su tutta la linea perché non solo Israele è lontana dal controllare il Paese, ma i rapporti tra Damasco e Mosca si sono persino consolidati.
A Tel Aviv, hanno probabilmente intuito subito che il Cremlino aveva ancora una volta aperto il manuale della maskirovka, e giocato d’astuzia attraverso una sostituzione concepita dalla stessa intelligence russa per “rimuovere” dalla scena l’elemento tramite il quale si spingeva verso un cambio di governo a Damasco, ovvero il “dittatore” Bashar Assad, ostracizzato dall’Unione europea e dalla NATO.
Mosca ha “accontentato” i vari architetti del caos prendendosi gioco di loro.
Si voleva l’uscita di scena di Assad, e la Russia ha seguito tale direzione, attraverso l’instaurazione di un altro governo che non ha la minima intenzione di smembrare il Paese pur di far allargare i confini dello stato ebraico, alla folle ricerca del suo impero in Medio Oriente.
La maskirovka siriana ha consentito poi a Trump di mettere fine alla guerra economica che Obama aveva scatenato contro Damasco.
Gli Stati Uniti hanno ritirato ogni sanzione.
I rapporti tra Washington e Damasco sono stati pienamente ripristinati tra la rabbia di Israele che si è vista ancora una volta buggerata dal presidente americano.
A Caracas, la sceneggiatura è stata pressoché identica.
A palazzo Miraflores, è rimasto al potere il governo precedente di Maduro, che ora negli Stati Uniti, partecipa ad un processo per “narcotraffico”, nel quale avrà modo di dire veramente chi sono i veri protettori dei narcos, a partire dalla vicina Colombia, da tempo nelle mani di agenti dell’anglosfera, e dal Messico dei cartelli, vicinissimi allo stato di Israele che ha addestrato molti dei trafficanti di droga più potenti del mondo.
I narcos sono lontani dall’essere un fenomeno spontaneo.
Sono il prodotto di un sistema, l’ultimo anello di una catena ben più lunga e più potente, i cui anelli arrivano fino ai compartimenti dei servizi segreti Occidentali, del Mossad, e delle banche d’affari come le famigerate JP Morgan e Goldman Sachs, che lavano i soldi della droga e li rimettono in circolazione “puliti” nell’economia regolare.
Sono i poteri che hanno dichiarato guerra al Venezuela da quando salì al potere Hugo Chavez, l’ex ufficiale dell’esercito venezuelano che decise che era giunto il tempo di trascinare il suo Paese fuori da questa condizione di colonialismo che lo opprimeva da troppi anni, ma la reazione ovviamente non poteva non suscitare la risposta dell’impero che fece di tutto per rovesciare Chavez e il suo successore, Nicolas Maduro, definito dagli organi di stampa come un “dittatore comunista”.
Sono a dir poco imbarazzanti la superficialità e la mendacia degli stereotipi che vengono affibbiati al Venezuela sia da parte degli organi di stampa mainstream sia dalla citata falsa controinformazione, americana e italiana, che hanno definito Maduro come un “marxista”, nonostante la sua ferma opposizione ai matrimoni omosessuali e all’aborto, ad oggi proibito integralmente in Venezuela.
Se proprio si vuole dare una definizione al Venezuela, si può dire che questo ad oggi sia il Paese più cattolico dell’America Latina, quello nel quale vengono respinte le follie woke e gender che invece vorrebbe portare la leader dell’opposizione “conservatrice”, Maria Corina Machado, il premio Nobel per la pace (sic), già vicinissima all’amministrazione Bush negli anni 2000, e oggi fantoccio di BlackRock e di Londra che vogliono impossessarsi del Venezuela.
Washington e Mosca stanno quindi giocando una partita a dir poco sopraffina, nei quali ci sono scenari complessi che a volte richiedono di intervenire preliminarmente e di dissimulare le varie operazioni per impedire che gli avversari causino disordini veri in varie zone del mondo.
Sono meccanismi a volte controintuitivi, nei quali il bianco può apparire come nero e viceversa, e che dovrebbero essere chiariti da addetti ai lavori onesti e in buona fede, ma là fuori purtroppo c’è invece una ciurma di corifei e di sguaiati depistatori gestiti da servizi Occidentali e massonerie che si impegnano per portare in un vicolo cieco chi disgraziatamente finisce nella loro rete.
Sono i profeti del caos e della bugia permanente, che ad ogni piè sospinto si attivano per mentire, ingannare e depistare come accaduto dalla fine della farsa pandemica nel 2022, che a detta di lor signori sarebbe stata “eterna”, o come accaduto per la citata Siria, per la crisi iraniana, nella quale secondo tali ciarlatani la guerra mondiale era alle porte, e infine oggi per il Venezuela.
La governance mondiale sta morendo, ma cerca di disinformare fino all’ultimo istante attraverso tali avvelenatori di pozzi, ormai sempre più scoperti, che hanno lo scopo di portare gli ignari lettori lontani dal capire come l’apparato militare russo-americano sia all’opera per la definitiva dismissione di ciò che resta del tramontato Nuovo Ordine Mondiale.
Washington e Mosca ne parlano apertamente.
I rappresentanti dei due Paesi affermano di essere parte di Q, una lettera che identifica l’apparato di intelligence militare che sin dal 2016 risulta aver affiancato il presidente Trump nelle sue decisioni strategiche.
Sono ormai 10 anni che si combatte questa guerra.
Una guerra nella quale si scontrano due visioni radicalmente differenti del mondo, quella della tirannia globale ispirata alla religione luciferiana, e quella del ritorno delle patrie e della difesa del cristianesimo, profondamente detestato dai vari globocrati e signori della finanza.
Il Venezuela è un altro capitolo di tale guerra, e il presidente Trump ha ancora una volta dimostrato di essere una mente strategicamente superiore ai suoi avversari.
Il “dittatore” Maduro ora è stato portato al sicuro negli Stati Uniti, e lasciato libero di parlare contro i veri architetti della destabilizzazione, mentre a Caracas resta il governo precedente e vengono subito chiuse le porte a Maria Corina Machado.
Il vice di Maduro, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che è pronto a collaborare con Donald Trump, il quale ha confermato che ha già parlato con lei in più di un’occasione.
Se si ascolta attentamente il presidente americano, e lo si legge tra le righe, fa capire chiaramente che la sua amministrazione sta da mesi dialogando con il governo venezuelano, con il quale si è deciso di eseguire un regime change fittizio per disinnescare i tentativi eversivi che Londra e l’alta finanza stavano portando avanti da tempo.
Secondo quanto emerso nelle ultime ore, il governo venezuelano sta arrestando tutti coloro che durante la simulazione di golpe erano usciti allo scoperto per sostenere un colpo di Stato che in realtà non c’è stato.
La scorsa notte ci sono stati scontri a fuoco nei pressi del palazzo presidenziale da parte di quei golpisti che volevano prendere veramente il potere e rovesciare il legittimo esecutivo in carica.
Una volta dissolta la frenesia delle prime ore, si comprende appieno la maestria e l’astuzia di Donald Trump.
Trump ha aiutato il governo di Maduro a far uscire fuori tutti gli agenti infiltrati da Londra, Israele e dalla vicina Colombia che nei mesi scorsi erano all’opera per rovesciare l’esecutivo di Caracas.
Attraverso tale psy-op, Caracas si libera della sua quinta colonna, e a dargli l’aiuto necessario per individuare i traditori è stato il presidente degli Stati Uniti, il “rapitore” di Maduro.
Se non è questo un capolavoro di strategia militare e diplomatica, allora è difficile immaginare cosa altro possa essere.
C’è ora da attendere il prossimo capitolo di questa guerra militare, psicologica, e soprattutto spirituale, ma a giudicare dagli eventi, si è giunti nelle fasi finali.
L’apparato del mondialismo non ha davvero più molte frecce al suo arco.
Il tempo e le forze in campo sono contro i signori del caos.
Di Cesare Sacchetti
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