05 Gennaio 2026
Trump AI, fonte: Truth, @therealdonald
La questione della Groenlandia non è un capriccio di un singolo leader, ma l’espressione di una politica che interpreta i rapporti internazionali in chiave predatoria. Non è solo cronaca: è il riflesso di un approccio secondo cui chi possiede la forza può decidere il destino di territori altrui, ignorando la volontà dei popoli e il diritto internazionale. La nomina di Jeff Landry come inviato speciale per l’isola dimostra che Washington considera la diplomazia un optional quando si tratta dei propri interessi strategici e minerari.
Gli Stati Uniti giustificano l’azione con la retorica della sicurezza nazionale, evocando presunte minacce russe o cinesi. In realtà, la vera motivazione è espansiva: sfruttare il cambiamento climatico, accedere a risorse minerarie critiche come terre rare, uranio, oro e litio, e assicurarsi il controllo di rotte strategiche emergenti. Questa logica non risponde a minacce immediate, ma cerca di dominare un’area fondamentale per la competizione tecnologica globale.
La scelta di Jeff Landry, fedelissimo di Trump e veterano dell’esercito, consente di bypassare la diplomazia tradizionale. Non si negozia tra stati sovrani, ma si tratta la Groenlandia come un territorio disponibile, violando i principi elementari della politica internazionale. La reazione europea resta debole: Bruxelles esprime “solidarietà” alla Danimarca senza azioni concrete, mentre la NATO mantiene un profilo prudente, timorosa di contraddire l’alleato principale.
Il popolo groenlandese respinge con chiarezza le mire statunitensi. Sondaggi mostrano che l’85% si oppone all’annessione, mentre leader locali come Jens-Frederik Nielsen e Pele Broberg chiedono autodeterminazione, senza legarsi né agli USA né alla Danimarca. Nonostante ciò, Trump insiste, dimostrando che la politica americana oggi può ignorare la volontà dei popoli quando confligge con gli interessi strategici.
La Groenlandia non è solo minerali e risorse: la sua posizione domina il cosiddetto GIUK gap, essenziale per il controllo dell’Atlantico settentrionale. L’installazione di sistemi difensivi come il progetto “Golden Dome” evidenzia il calcolo militare dietro la retorica della sicurezza nazionale. Possedere l’isola significa influire sulle rotte commerciali tra Asia ed Europa e ottenere un vantaggio strategico rispetto a Russia e Cina.
Gli Stati Uniti accusano la Russia di violare la sovranità ucraina, sostenendo la legalità internazionale. Tuttavia, la stessa logica viene negata in Groenlandia: il principio della sovranità è selettivo, applicato solo quando conviene. Questo doppio standard erode le fondamenta del diritto internazionale, mostrando che ciò che viene proclamato per difendere l’ordine globale può trasformarsi in strumento di coercizione.
La pressione sulla Groenlandia, e persino sul Canada, riflette una nuova Dottrina Monroe: estendere il controllo statunitense oltre l’America, fino all’Atlantico settentrionale e ai Paesi nordici. Questo modello apre la porta a un effetto domino: se la superpotenza globale ignora i principi internazionali, altre potenze faranno lo stesso. La logica della forza diventa norma, destabilizzando l’intero sistema.
La risposta europea resta tiepida, incapace di agire militarmente o diplomaticamente. La dipendenza da Washington, unita a tensioni interne, limita l’autonomia strategica. La Danimarca si trova intrappolata tra alleanza e sovranità. L’unica speranza per Groenlandia e Nord Europa è una posizione europea più coerente, capace di coniugare autodeterminazione e sicurezza collettiva.
Il Grande Nord non è più periferia: è nodo strategico tra risorse, rotte marittime e proiezione militare. La Russia considera l’Artico spazio vitale, energia e deterrenza nucleare, mentre Pechino sfrutta la Polar Silk Road. Gli Stati Uniti puntano a controllare basi, radar e infrastrutture. L’Europa rischia di essere esclusa dai corridoi commerciali e dalla definizione delle regole internazionali, pur possedendo interessi diretti in sicurezza, energia e ricerca.
La Groenlandia è il simbolo di un mondo dove il principio del più forte sta sostituendo i principi di sovranità e cooperazione. Gli Stati Uniti mostrano la capacità di influenzare territori senza ricorrere ai carri armati, con coercizione economica e cattura delle élite locali. La sfida per Europa e NATO è enorme: difendere un Artico aperto e cooperativo significa riconoscere il cambiamento della geopolitica globale e reagire con strumenti concreti, prima che la logica della forza diventi la norma internazionale.
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