04 Gennaio 2026
Trump, Maduro, fonte: Wikipedia
La nebbia della guerra e l’analisi a caldo
Comprendere gli eventi mentre accadono è sempre complesso. In Venezuela, come spesso accade, le informazioni sono frammentarie, talvolta contraddittorie, altre volte apertamente strumentali. Ciò nonostante, un primo tentativo di analisi è non solo legittimo, ma necessario. Rimandare ogni giudizio in nome della prudenza significa spesso lasciare il campo alla narrazione dominante, che tende a consolidarsi molto prima dell’accertamento dei fatti.
Un attacco annunciato
Che un’azione statunitense fosse inevitabile era chiaro da mesi. Il dispiegamento prolungato di forze aeronavali USA al largo delle coste venezuelane non aveva prodotto risultati politicamente spendibili. Troppo poco per giustificare una simile concentrazione di mezzi. In questi casi, la storia militare insegna che l’inerzia è l’eccezione: quando la macchina è schierata, prima o poi viene usata.
Il fulcro dell’operazione: la persona, non lo Stato
Le informazioni disponibili indicano che il cuore dell’operazione non sia stato un regime change classico, bensì la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie. Non una guerra, dunque, ma un’azione mirata, quasi poliziesca nella forma, pur se militare nella sostanza. Il dettaglio decisivo è l’assenza pressoché totale di resistenza: né contraerea, né aviazione, né fanteria. Questo dato, da solo, vale più di mille comunicati.
Consegna o collasso?
Due sole ipotesi appaiono plausibili. La prima è un accordo preventivo con settori dell’apparato statale e militare venezuelano, volto a garantire l’incolumità degli attaccanti. La seconda è uno stato di degrado avanzato delle forze armate. La presenza della moglie di Maduro tra gli arrestati rafforza l’idea di una consegna concordata, più che di una cattura forzata. Non sarebbe la prima volta che un leader negozia la propria uscita in cambio di garanzie.
Nessuna invasione, nessuna occupazione
L’operazione sembra già conclusa. Un’invasione terrestre sarebbe troppo rischiosa, militarmente e politicamente. È quindi probabile che, al netto dell’uscita di scena di Maduro, l’assetto del potere a Caracas resti sostanzialmente invariato, salvo un possibile riassetto nei rapporti con Washington e, soprattutto, con le compagnie petrolifere statunitensi. Il resto è teatro.
La giustificazione giuridica: il diritto come accessorio
La base legale addotta dagli Stati Uniti è francamente debole. Washington decide che Maduro è un criminale; decide quindi di arrestarlo; e autorizza l’uso della forza senza passare dal Congresso per “proteggere il personale USA”. Le accuse – narco-terrorismo, armi di distruzione, cospirazione – sembrano uscite da un copione già visto. In questo quadro, il diritto internazionale non è più un limite, ma un ornamento retorico.
La falsa analogia con l’Ucraina
Il confronto con l’operazione russa in Ucraina è intellettualmente scorretto. Primo: Mosca non mirava all’arresto di Zelensky, ma alla risoluzione – condivisibile o meno – di un problema di sicurezza strategica legato alla NATO. Secondo: il sostegno militare e politico di cui godeva Kiev non è minimamente paragonabile a quello di Caracas. Terzo, e decisivo: in Ucraina c’è stata resistenza armata. In Venezuela no. Questo cambia tutto.
Ogni guerra ha la sua logica
Come ricordava Aleksandr Svečin, ogni conflitto è un caso specifico. Applicare schemi prefabbricati è l’errore tipico di chi fa propaganda, non analisi. La Russia intervenne con forze convenzionali perché sapeva che avrebbe affrontato un esercito addestrato, motivato e sostenuto dall’Occidente. Gli Stati Uniti hanno agito con reparti selezionati perché sapevano, o avevano garantito, che non ci sarebbe stata risposta.
Il vero destinatario del messaggio: Pechino
Più che a Mosca, questa operazione parla a Pechino. La Russia ha interessi limitati in Sudamerica. La Cina no. Petrolio, ferro, bauxite: il Venezuela è un nodo strategico per l’economia cinese. Ma Pechino dispone solo di strumenti finanziari e commerciali, non di capacità di proiezione militare. Il messaggio USA è chiaro: chi non può difendere i propri interessi, li perde.
Attori non-emisferici e futuro dei BRICS
Quando Washington parla di “attori non-emisferici”, non pensa alla Russia, ma alla Cina. E, per estensione, agli altri membri dei BRICS, a partire dall’Iran, potenziale prossimo bersaglio. Il mondo che emerge è fatto di sfere di influenza, non di regole condivise. E chi non accetta questa realtà rischia di subirla.
Europa: irrilevanza certificata
L’Europa, ancora una volta, non pervenuta. Priva di autonomia strategica, incapace di una voce comune, si limita a osservare. Avallare questa deriva significa accettare un mondo in cui la forza bruta è l’unico metro. Un mondo in cui anche il più debole degli alleati diventa sacrificabile.
La fine delle foglie di fico
Con il Venezuela, cadono le ultime foglie di fico del cosiddetto rules-based order. Nessuno ci credeva davvero, ma ora non si finge più. Ognuno farà ciò che può, non ciò che è giusto. È una cattiva notizia per molti. Ma è soprattutto una realtà con cui fare i conti, senza ipocrisie e senza illusioni.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia