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Dal rules-based order al mondo a sfere: Venezuela e Ucraina come segnali di una nuova grammatica del potere globale

La fine dell’universalismo occidentale e il ritorno delle sfere di influenza: perché Caracas e Kiev parlano lo stesso linguaggio strategico, tra soglie alzate, diritto piegato e contabilità della forza.

03 Gennaio 2026

Dal rules-based order al mondo a sfere: Venezuela e Ucraina come segnali di una nuova grammatica del potere globale

Quando cadono le foglie di fico

Cominciamo dall’ovvio: dopo gli eventi delle ultime ore, ogni discorso sul rules-based order può essere archiviato con una certa leggerezza. Non perché ieri fosse davvero credibile, ma perché oggi sono cadute anche le ultime foglie di fico. Le grandi potenze non fingono più di agire in nome di regole universali: tornano a ragionare per sfere di influenza, per perimetri vitali, per soglie da alzare o abbassare. Non è solo Caracas, non è solo Kiev. È un cambio di fase.

Il “mondo a sfere”: meno morale, più contabilità

Immaginare il mondo senza bandiere e istituzioni aiuta a capire. Restano i centri di potere e la loro capacità di controllare o impedire ad altri di controllare. Questo è il mondo a sfere: non un’astrazione, ma una lente analitica. Dopo la Guerra Fredda l’Occidente ha promosso un ordine presentato come universale, con gli Stati Uniti nel ruolo di garante. Oggi quel modello mostra il conto: nessuna potenza è disposta a pagare all’infinito i costi dell’universalismo. Le crisi vengono selezionate, non più gestite ovunque. E dove l’interesse è vitale, la forza torna strumento legittimo.

Il do ut des implicito tra grandi potenze

Nel mondo a sfere il principio guida non è l’amicizia, ma il do ut des. Non servono patti scritti: bastano segnali, tolleranze reciproche, linee rosse non dichiarate. Il messaggio è semplice: questo spazio è per me sensibile; riconosco che un altro lo sia per te. È una gestione del conflitto basata su equilibrio dei costi, non su valori condivisi. Stabilità fredda, transazionale, sempre revocabile.

Venezuela: l’atto risolutivo nel “vicinato”

Se l’azione statunitense culminata nella cattura di Nicolás Maduro verrà confermata nei termini più forti, il significato strategico è chiaro. Non è solo “punire un regime”, ma dimostrare che nel proprio emisfero Washington può ancora determinare gli esiti, non solo influenzarli. La giustificazione legale addotta – Maduro come criminale narco-terrorista, arresto per proteggere personale USA senza passare dal Congresso – è francamente risibile. Accuse di cospirazione, armi di distruzione e traffico di droga costruiscono una narrativa che ricorda più l’ufficio legale della Regina di Cuori che il diritto internazionale. Ma nel mondo a sfere il diritto è strumento, non vincolo.

Perché Caracas non è Kiev

Qui vale la pena fermare la reductio ad Putinum, sport nazionale di certo commentariato. Paragonare l’operazione USA in Venezuela all’intervento russo in Ucraina è analiticamente sbagliato. Primo: lo scopo russo non era arrestare Zelensky, ma affrontare – giusto o sbagliato che lo si giudichi – un problema di sicurezza strategica legato a NATO e architettura europea. Secondo: il livello di sostegno all’Ucraina, militare e finanziario, non è neppure lontanamente paragonabile a quello del Venezuela. Terzo, decisivo: non c’è stata resistenza militare a Caracas. Né aviazione, né contraerea, né migliaia di Igla spalleggiabili. Questo apre solo due ipotesi: accordo interno con settori dell’apparato venezuelano o forze armate in stato pietoso. Nessuna delle due condizioni esisteva in Ucraina, ed è per questo che Mosca intervenne con mezzo esercito, aspettandosi – a torto – una resistenza minore, ma comunque una resistenza.

Ucraina: perimetro vitale e “evento abilitante”

Per la Russia l’Ucraina resta un perimetro esistenziale: profondità strategica, sicurezza dei confini, credibilità interna. Questo non equivale ad “avere ragione”, ma ad avere un interesse vitale percepito. I segnali dell’intelligence ucraina su una possibile azione su vasta scala o su un evento abilitante vanno letti così: preparare la narrativa, modellare il contesto, immunizzare l’opinione pubblica. In geopolitica l’intelligence non è solo informazione, è shaping.

Condanna diplomatica e preparazione strategica

La condanna formale russa dell’azione USA in Venezuela è coerente e quasi rituale. Serve a posizionarsi sul piano normativo-diplomatico. Ma non vincola il piano operativo-strategico. Nel mondo a compartimenti, Mosca può criticare Caracas e, allo stesso tempo, prepararsi su Kiev senza contraddirsi. La critica è posizione, la preparazione è interesse. E quando gli interessi sono vitali, la morale diventa accessoria.

La vera partita: Cina e risorse

C’è però un attore che dovrebbe guardare con molta più attenzione a Caracas: la Cina. La Russia in Sudamerica ha interessi limitati e scarsa capacità di proiezione. Pechino no. Petrolio, ferro, bauxite: il Venezuela è un partner strategico. Ma la Cina dispone quasi esclusivamente di strumenti finanziari e commerciali, non militari. Se Washington decide di mettere le mani sulle risorse di un paese chiave per Pechino, la Cina oggi non può difenderle. Quando gli USA parlano di “attori non-emisferici” nel loro emisfero, non pensano a Mosca, ma a Pechino. E questo riguarda anche i BRICS, Iran in testa, potenzialmente prossimo nella lista.

Europa: un’assenza strutturale

E l’Europa? L’Europa semplicemente non c’è. Non come attore strategico autonomo, non come centro di decisione. Spettatrice, commentatrice, talvolta finanziatrice. Nulla di più.

Una nuova grammatica del potere

Venezuela e Ucraina non dimostrano un accordo segreto tra Washington e Mosca. Dimostrano qualcosa di più semplice e più inquietante: una grammatica condivisa del potere. Meno universalismo, più perimetri. Meno regole, più fatti compiuti. Il do ut des tra grandi potenze non è un patto di amicizia, ma una contabilità della forza. Funziona finché conviene. E proprio per questo è intrinsecamente instabile.

 

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