Trump minaccia Iran: "Usa pronti a intervenire se ucciderete altri manifestanti", Teheran: "Stia attento ai suoi soldati"
Il presidente Usa avverte Teheran: “Pronti a intervenire se continueranno le uccisioni”. Le proteste in Iran si allargano e diventano sempre più violente
Le proteste di studenti e commercianti in Iran contro il regime dell'ayatollah Khamenei e il costo della vita sono arrivate al quinto giorno, contemplando sette morti totali e decine di feriti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha però lanciato una seria minaccia a Teheran: "Gli Usa sono pronti a intervenire nel caso in cui l'Iran uccida altri manifestanti". Teheran ha ribattuto: "Gli Stati Uniti stiano attenti ai suoi soldati".
Trump minaccia Iran: "Usa pronti a intervenire se ucciderete altri manifestanti", Teheran: "Stia attento ai suoi soldati"
Le proteste in Iran entrano nel loro quinto giorno consecutivo e diventano sempre più sanguinose, mentre dagli Stati Uniti arriva un messaggio durissimo. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington è pronta a intervenire qualora le autorità iraniane continuino a usare la forza letale contro i manifestanti pacifici. In un post pubblicato su Truth Social, Trump ha scritto che gli Stati Uniti sono “locked and loaded”, pronti ad agire.
"Se l’Iran spara e uccide violentemente i manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire", ha affermato il presidente, rilanciando una linea di forte deterrenza mentre il bilancio delle vittime continua a salire.
Secondo l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency (HRANA), almeno sette manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, soprattutto nella giornata di giovedì. Le proteste, iniziate per motivi economici legati al crollo della valuta e all’aumento del costo della vita, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta contro il sistema teocratico e la Guida suprema Ali Khamenei.
Le manifestazioni si sono estese a decine di città, da Teheran a Isfahan, fino a Qom, considerata una roccaforte del clero sciita. Proprio a Qom, per la prima volta da decenni, si sono uditi slogan apertamente ostili alla Repubblica islamica e richiami alla monarchia, segnale di una frattura simbolica profonda. In diverse località, tra cui Lorestan e Hamadan, video diffusi sui social mostrano agenti che aprono il fuoco sui dimostranti.
Il Dipartimento di Stato americano ha definito le proteste l’espressione di una “comprensibile rabbia” per anni di cattiva gestione, accusando Teheran di aver trascurato economia e servizi essenziali mentre spendeva risorse per programmi militari e gruppi armati alleati. Washington ha inoltre ribadito le accuse di terrorismo rivolte al regime iraniano.
Nel frattempo, Teheran sembra oscillare tra aperture verbali e repressione sul campo. I media di Stato riconoscono il “diritto a protestare”, mentre scuole e uffici sono stati chiusi in gran parte del Paese, una mossa interpretata come tentativo di ridurre la mobilitazione.
La risposta dell'Iran è arrivata molto presto: "Trump dovrebbe sapere che qualsiasi ingerenza americana in una questione interna equivarrebbe a destabilizzare l'intera regione e a danneggiare gli interessi americani".