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Sovranità europea e guerra permanente: tra sanzioni sul dissenso e una sicurezza costruita sull’escalation

Dalle parole di Kaja Kallas alle liste di proscrizione intellettuale: l’Europa imbocca la via della censura e della spesa militare senza strategia

29 Dicembre 2025

Sovranità europea e guerra permanente: tra sanzioni sul dissenso e una sicurezza costruita sull’escalation

Kaja Kallas, fonte: imagoeconomica

Le dichiarazioni di Kaja Kallas contro le restrizioni statunitensi ai viaggi di funzionari europei suonano, a prima vista, come una difesa della sovranità europea. Libertà di espressione, autonomia regolatoria, spazio digitale: parole giuste. Il problema nasce quando la stessa leadership europea firma pacchetti sanzionatori contro cittadini e analisti colpevoli non di reati, ma di opinioni divergenti sulla guerra in Ucraina. La contraddizione è evidente: si invoca la libertà mentre la si restringe.

Il dissenso come minaccia

Il caso di Jacques Baud, ex ufficiale svizzero sanzionato per le sue analisi critiche, non è un’eccezione ma un precedente. Non si colpiscono azioni ostili, bensì interpretazioni non allineate. In questo modo, la guerra non resta confinata ai campi di battaglia: entra nello spazio pubblico, trasformando il dibattito in terreno di sicurezza e il dissenso in rischio da neutralizzare.

Rifiutare la guerra non è pacifismo ingenuo

Opporsi alla guerra oggi non significa abbracciare un pacifismo emotivo. Significa rifiutare una evocazione bellica priva di necessità difensiva reale. L’idea di una Russia pronta a conquistare l’Europa è, sul piano demografico, logistico e strategico, poco credibile. Mosca fatica storicamente a gestire la propria vastità territoriale; non ha né l’interesse né la capacità di amministrare nuove popolazioni ostili. Pensare il contrario serve più alla mobilitazione politica che all’analisi militare.

La difesa senza strategia

Colpisce come la presunta difesa europea parta dai budget, non dagli scenari. Si decide quanto spendere prima di chiedersi per cosa. È l’inversione del metodo strategico: la sicurezza diventa un capitolo di spesa, non un progetto. Così, l’aumento degli stanziamenti appare funzionale a equilibri interni e a pressioni industriali più che a una valutazione seria delle minacce.

Tre livelli della pulsione bellica

La spinta verso la guerra opera su più piani. Il primo è retorico: la costruzione quotidiana del nemico, l’amplificazione di eventi ordinari come segnali di attacco imminente, l’uso della guerra ibrida per insinuare paura. Questo meccanismo, anche senza intenzioni belliche dichiarate, produce escalation.

Controllo e stato d’eccezione

Il secondo livello è interno: l’atmosfera di emergenza legittima controllo, sorveglianza e censura. In nome della sicurezza, l’esecutivo comprime pesi e contrappesi, riducendo lo spazio dello stato di diritto. Le sanzioni contro voci critiche sono il segnale di una normalizzazione dell’eccezione.

L’interesse che non si nomina

Il terzo livello è il più concreto: la ragion di Stato come copertura di interessi privati. La guerra ridisegna priorità di spesa, spostando risorse da welfare, sanità e istruzione verso commesse militari. Non è una novità storica. È però una scelta che incide direttamente sulla qualità della vita dei cittadini europei.

Ucraina: leadership e responsabilità

Le parole di Volodymyr Zelensky, cariche di radicalità, parlano a un Paese stremato. Ma indicano anche un limite politico: chi si pone in termini assoluti difficilmente può gestire una trattativa. Con il progressivo disimpegno statunitense, la responsabilità del conflitto ricade sempre più sull’Europa, che rischia di assumere un ruolo di supplenza senza una propria strategia autonoma.

Un cuneo geopolitico europeo

L’Ucraina è diventata un perno armato della sicurezza continentale, un avamposto che assorbe risorse e orienta decisioni. In questo senso, Zelensky appare come una figura centrale dell’attuale architettura europea: non eletta dai cittadini UE, ma determinante nelle loro scelte di bilancio e di politica estera.

L’urgenza di fermarsi

Opporsi alla deriva bellicista, oggi, è un dovere civile. Non per negare i conflitti, ma per evitare che l’Europa sacrifichi libertà, pluralismo e sostenibilità sociale sull’altare di una guerra senza orizzonte politico. La sicurezza non nasce dalla censura né dalla spesa cieca. Nasce da analisi, diplomazia e autonomia strategica. Continuare su questa strada significa preparare un futuro più povero, più controllato e più instabile per l’Europa stessa.

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