17 Dicembre 2025
Al Jolani, fonte: Lapresse
Il vecchio meccanismo del 1974 sotto stress
Per mezzo secolo, la fascia di separazione sul Golan – istituita nel 1974 grazie a un’intesa ONU – ha funzionato come un argine contro nuove guerre. La formula era semplice: niente mezzi pesanti, nessuno schieramento aggressivo, osservatori internazionali come garanzia minima. Questa architettura ha resistito anche durante anni complessi, segnati da operazioni aeree israeliane nel resto del territorio siriano e dalla progressiva erosione delle istituzioni a Damasco. Con la fine del governo di Assad nel 2024, però, un equilibrio già fragile si è incrinato del tutto.
L’ingresso israeliano e la nuova mappa del sud
Nel caos seguito al collasso del potere centrale, Israele ha dispiegato truppe all’interno della zona considerata per decenni “demilitarizzata”. Tel Aviv ha presentato l’operazione come una misura preventiva contro possibili riorganizzazioni jihadiste o contro il ritorno di reti legate all’Iran. Da allora, pattugliamenti terrestri, raid mirati e controlli di profondità hanno creato una nuova realtà di fatto. Dal punto di vista siriano, questa presenza rappresenta invece un’occupazione non dichiarata che altera il senso originario dell’accordo del ’74: un territorio sottratto temporaneamente all’esercito nazionale, senza un mandato internazionale chiaro né un quadro condiviso per la gestione della sicurezza.
Al-Sharaa tra prudenza diplomatica e rivendicazione sovrana
L’ascesa di Ahmed al-Sharaa alla guida provvisoria della Siria ha coinciso con una fase di riconfigurazione dei rapporti esterni. L’apertura verso Washington, sfociata in una visita ufficiale e in un parziale allentamento delle sanzioni del Caesar Act, è stata interpretata come il tentativo di segnare una netta rottura con il passato recente. Il discorso pronunciato al Doha Forum nel dicembre 2025 conferma un cambio di tono: il presidente ad interim ha denunciato la presenza israeliana nel sud del Paese, definendola il risultato di una strategia che trasferisce instabilità oltre confine. Al-Sharaa non invoca un confronto militare, ma richiama la comunità internazionale a ristabilire almeno il quadro minimo di legalità garantito dall’accordo del 1974.
Il dossier sicurezza nel negoziato con gli Stati Uniti
La rinnovata vicinanza con gli USA non è priva di calcoli politici. Damasco ha bisogno di trasformare la finestra di apertura americana in un processo duraturo di normalizzazione e punta a collegare il tema delle sanzioni a quello della presenza israeliana nel sud. L’obiettivo è chiaro: ottenere un sostegno – o almeno una pressione diplomatica – affinché Israele limiti operazioni e penetrazioni oltre il Golan. Per Washington, che ha assunto un ruolo centrale nella gestione post-Gaza, la stabilità del Levante rimane un elemento sensibile. La Siria cerca quindi di presentarsi come attore che, pur con un passato complesso, oggi può contribuire a una cornice regionale più prevedibile.
Il peso della guerra di Gaza e la competizione tra narrazioni
Nel mondo arabo, il conflitto di Gaza ha ridefinito percezioni e sensibilità. Inserendo la vicenda del sud siriano dentro questo quadro emotivo e politico, al-Sharaa prova a rinsaldare la posizione di Damasco nel contesto regionale. Il messaggio è semplice: la Siria non cerca escalation, ma rifiuta che la sicurezza israeliana diventi una giustificazione per interventi prolungati in territori altrui. Israele, dal canto suo, continua a descrivere la propria presenza come temporanea e legata alla neutralizzazione di infrastrutture ostili. Ne deriva uno scontro prevalentemente narrativo: chi ha il diritto di definire la minaccia e chi possiede la legittimità per gestire la fascia di separazione.
Ricostruire un equilibrio possibile
La Siria uscita dalla stagione di Assad si trova davanti a un compito enorme: ricostruire istituzioni credibili, evitare che il sud diventi un nuovo fronte instabile e inserirsi con cautela nel mosaico post-Gaza. Il richiamo al vecchio accordo del 1974 non è nostalgia, ma un tentativo di recuperare un principio condiviso in una fase in cui troppi attori operano unilateralmente. Se la diplomazia riuscirà a riportare l’area a un quadro regolamentato, la Siria potrà sperare in un percorso più stabile. In caso contrario, il Golan rischia di tornare a essere uno dei punti più delicati della sicurezza mediorientale.
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