Trump amplia travel ban, stop a entrata in Usa anche per Palestina e Siria, Ong: "Scelta politica razzista, pro-Israele e sionista"

Nel nuovo travel ban di Trump colpite anche Palestina e Siria: una misura di sicurezza che assume un chiaro significato politico e rafforza l’allineamento con Israele

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato ieri un ampliamento del travel ban verso gli Usa: non potranno più entrare in America cittadini di almeno 15 Stati dal 1°gennaio 2026, fra cui anche palestinesi e siriani. Le Ong sono insorte, denunciando la scelta del tycoon come "politica, razzista, pro-Israele e sionista".

Trump amplia travel ban, stop a entrata in Usa anche per Palestina e Siria, Ong: "Scelta politica razzista, pro-Israele e sionista"

L’amministrazione Trump ha annunciato un’ulteriore espansione del travel ban statunitense, vietando l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di altri cinque Paesi e, per la prima volta in modo esplicito, alle persone in possesso di documenti di viaggio rilasciati o approvati dall’Autorità Nazionale Palestinese. Le nuove restrizioni entreranno in vigore il 1° gennaio e vengono giustificate dalla Casa Bianca come necessarie “per proteggere la sicurezza degli Stati Uniti”.

Tra i Paesi sottoposti a divieto totale figurano Burkina Faso, Mali, Niger, Sud Sudan e Siria, che si aggiungono a una lista già ampia. Laos e Sierra Leone, precedentemente soggetti a limitazioni parziali, sono stati inseriti nel blocco completo, mentre restrizioni meno severe colpiranno altri 15 Stati, soprattutto africani.

La scelta di includere i titolari di documenti palestinesi e di mantenere la Siria sotto pieno bando assume un forte valore politico. Nel caso palestinese, la misura equivale a un’ulteriore delegittimazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, già marginalizzata sul piano diplomatico, e si inserisce in una linea coerente con le posizioni filo-israeliane di Trump. Trattare i documenti palestinesi come un fattore di rischio rafforza implicitamente la narrativa israeliana che associa la questione palestinese a un problema di sicurezza, piuttosto che a uno irrisolto di autodeterminazione.

Anche la Siria resta un bersaglio centrale. Nonostante oltre un decennio di guerra e una crisi umanitaria profonda, Damasco continua a essere presentata principalmente come minaccia, senza distinzione tra responsabilità del regime e condizioni della popolazione civile. Il mantenimento del bando contribuisce a isolare ulteriormente i siriani, inclusi studenti, ricercatori e famiglie divise dal conflitto.

Trump ha motivato la decisione citando carenze nei sistemi di identificazione, alti tassi di overstaying dei visti, corruzione e terrorismo, richiamando anche l’arresto recente di un cittadino afghano sospettato di aver sparato a due membri della Guardia Nazionale. Tuttavia, come già avvenuto con il travel ban del 2017, la misura rischia di essere letta non solo come strumento di sicurezza, ma come segnale politico.

Pur prevedendo eccezioni per residenti permanenti, diplomatici e alcuni titolari di visto, il provvedimento conferma una linea dura sull’immigrazione e ribadisce, ancora una volta, l’allineamento dell’amministrazione Trump alle priorità strategiche di Israele in Medio Oriente.