08 Novembre 2022
Una scelta coraggiosa ma non facile quella dell’attivista britannico-egiziano Alaa Abdel Fattah, che da oltre 200 giorni si è sottoposto allo sciopero della fame. Ora, mentre il mondo si è riunito a Sharm el-Sheik per la COP27 e discute dei cambiamenti climatici, Alaa ha deciso di smettere anche di bere. Lo sciopero della sete è iniziato domenica, nella prigione di Wadi al-Natrun dove l’attivista per i diritti umani è recluso in attesa di giudizio. Le sue condizioni di salute stanno peggiorando e la sua vita è in pericolo.
I temi affrontati durante COP27 sono fondamentali per il pianeta, ma, poiché la Conferenza si svolge proprio in Egitto, la discussione sui diritti umani non può passare in secondo piano. In tanti si sono esposti sulla questione in favore di Alaa Abdel Fattah, tra questi i vertici delle Nazioni Unite che chiedono il «rilascio immediato di Abdel Fattah”. Anche la presa di posizione del cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non si è fatta attendere: «Dobbiamo prendere una decisione ora, un rilascio deve essere possibile in modo che questo sciopero della fame non abbia un esito fatale».
L’appello è diretto al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi. Alaa, che tra poco più di una settimana compirà 41, è stato arrestato tre volte in passato. L’ultimo arresto risale al settembre del 2019, quando Abdel Fattah al-Sisi era già al potere. Da allora l’attivista è rimasto in carcere in attesa di giudizio. Ora, sono passati più di tre anni e il termine massimo per il processo (che la legge egiziana fissa a 2 anni) è stato superato. La strategia del regime del Cairo è conosciuta e consiste nel stremare il dissenso con arresti indiscriminati sostenuti da accuse non credibili. Ad agosto, 25 detenuti non ancora processati sono stati rilasciati per decisione del Comitato Presidenziale per la Grazia. Tra loro, però, non c’era Alaa.
In occasione di COP27, è arrivata anche una delle sorelle di Alaa, Sanaa. Anche lei in passato era stata perseguitata e arrestata dal regime egiziano. Invece, Mona Seif, l’altra sorella, per mesi si è stabilità in maniera permanente davanti al Foreign Office di Londra, per chiedere al governo britannico un aiuto per liberare il fratello. Il suo sforzo non è stato vano e il 5 novembre Mona ha ricevuto una lettera da Rishi Sunak, il nuovo primo ministro inglese: “Stiamo seguendo il caso del vostro familiare, per noi è una priorità risolverlo vista la posizione di difensore dei diritti umani e cittadino britannico. Continuerò personalmente a pressare il presidente al-Sisi al fine della sua liberazione”. Infatti, lo scorso anno Alaa Abdel Fattah ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza britannica.
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