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Dalla libertà della rete al controllo digitale: UE e Big Tech USA nello scontro geopolitico per il dominio del cyberspazio

Tra censura, sovranità e soft power, il conflitto tra Unione Europea e piattaforme americane rivela che Internet è ormai un campo di battaglia strategico, non uno spazio neutrale

14 Gennaio 2026

Dalla libertà della rete al controllo digitale: UE e Big Tech USA nello scontro geopolitico per il dominio del cyberspazio

Fonte: Pixabay

Un conflitto poco osservato ma decisivo

C’è uno scontro silenzioso, ma strutturale, che attraversa l’Occidente e che riguarda il cuore del potere contemporaneo: il controllo di Internet. Da una parte le Big Tech statunitensi, dall’altra le istituzioni europee, impegnate in una partita che viene spesso ridotta, in modo fuorviante, a un semplice confronto tra libertà di espressione e autorità repressiva. In realtà, siamo di fronte a un conflitto di sovranità, in cui – per usare un vecchio detto – due torti non fanno una ragione.

Il cambio di paradigma transatlantico

Con il ritorno al potere di una leadership americana espressione del mondo MAGA, l’Unione Europea si è ritrovata, quasi per inerzia, a difendere l’impianto globalista e politicamente corretto delle precedenti amministrazioni USA. Questo rovesciamento dei ruoli ha generato una frattura: Washington invoca oggi la libertà della rete, Bruxelles risponde con strumenti normativi sempre più dirigisti, come il Digital Services Act.

I primi segnali: il caso X e l’era Musk

Le tensioni sono emerse già con l’acquisizione di Twitter, poi X, da parte di Elon Musk. Le pressioni della Commissione Europea per orientare politiche di moderazione e censura hanno segnato l’inizio di uno scontro che precede persino le ultime elezioni americane. Apparentemente una difesa dei cittadini europei, in realtà un tentativo di riaffermare un controllo politico sul discorso pubblico.

Cloudflare e la fragilità digitale europea

Il conflitto si è poi esteso al piano infrastrutturale, come dimostra la controversia tra il governo italiano e Cloudflare. Qui emerge una verità scomoda: la sicurezza digitale europea dipende in larga misura da fornitori statunitensi. Minacce di sospensione dei servizi, persino in occasione di eventi strategici come le Olimpiadi Milano-Cortina, mostrano quanto la posizione negoziale europea sia debole.

Backdoor, algoritmi e intelligence

Ancora più rivelatore è il braccio di ferro tra Francia e X sulla richiesta di accesso agli algoritmi e a possibili backdoor. La risposta di Musk – rendere open source parti del sistema – ha neutralizzato l’ambizione francese di un controllo esclusivo. Non è un caso isolato: Parigi aveva già tentato una pressione analoga su Telegram e sul suo fondatore Pavel Durov, confermando l’interesse degli apparati statali per il controllo delle comunicazioni.

Il Digital Services Act e l’ipocrisia giuridica

Il DSA rappresenta l’apice dell’approccio europeo: uno strumento che ambisce a regolamentare il cyberspazio come fosse un territorio amministrativo classico. Le sanzioni statunitensi contro alcuni europarlamentari appaiono, a loro volta, come un atto di extraterritorialità giuridica. Sul piano dei principi, Bruxelles può anche avere ragioni; sulla forma, Washington compie un’ingerenza non meno discutibile.

Libertà di parola o dominio economico?

La retorica americana sulla free speech è tutt’altro che disinteressata. Le stesse aziende che oggi si ergono a paladine della libertà hanno collaborato attivamente con CIA e intelligence USA, diventando pilastri della raccolta di metadati globali. Quando Facebook censurava voci dissenzienti in linea con l’amministrazione Biden, la libertà di espressione passava in secondo piano.

La lezione russo-cinese: sovranità digitale

Russia e Cina hanno compreso da tempo che Internet non è neutrale. La Runet russa e gli ecosistemi digitali cinesi rappresentano tentativi concreti di difendere una autonomia strategica. L’Europa, invece, pretende di controllare ciò che non possiede, senza disporre di alternative sovrane credibili alle piattaforme americane.

Cyberspazio come nuovo campo di battaglia

Il web è oggi il principale asset di soft power. Le recenti dichiarazioni e iniziative americane sul fronte iraniano mostrano come Internet venga utilizzato per orientare narrative, destabilizzare e preparare il terreno politico. In questo senso, il cyberspazio è la nuova “rivoluzione spaziale”, per dirla con Carl Schmitt: un dominio da conquistare, non da idealizzare. Né gli Stati Uniti né l’Unione Europea agiscono per nobili principi. Entrambi cercano controllo, influenza e sicurezza strategica. La differenza è che Washington dispone degli strumenti, mentre Bruxelles tenta di supplire con la legge. In questo squilibrio si gioca il futuro di Internet e, con esso, una parte decisiva degli equilibri geopolitici del XXI secolo.

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