30 Novembre 2025
Il 2025 che si sta per chiudere è tutt'ora un'annata da decifrare per il gruppo farmaceutico italiano Dompè, posseduto dall'omonima famiglia e guidato dal presidente Sergio Dompè. I dazi sui medicinali, fortemente voluti da Trump che pretende di abbassare il prezzo dei farmaci per il mercato americano tramite tariffe all'importazione, hanno introdotto una serie di variabili esogene su prezzi e quote di mercato del pharma. Ed è inevitabile che anche Dompè ne venga toccato. Difficile, commentano dalla società, fornire stime attendibili sull'impatto a fine anno. Anche se il management pensa di poterli assorbire e di mantenere immutata la guidance a medio termine con gli aumenti dei ricavi a doppia cifra previsti dal piano industriale al 2029. Secondo il piano, infatti, entro il 2030 l'azienda dovrebbe raggiungere un fatturato vicino a 1,9 miliardi dagli 1,2 miliardi dello scorso anno.
L'incertezza però la farà da padrona, nonostante lo storico passo di marcia di Dompè dovrebbe rassicurare sulla capacità di crescere anche in questi senari avversi. Di fatto il gruppo che ha l'impianto produttivo principale a L'Aquila, ma che opera su scala globale con stabilimenti negli Usa, ma anche in Cina, Canada e nella frontiera balcanica di Kosovo e Albania, ha dietro di sé una delle storie di crescita più dirompenti non solo nel pharma, ma anche nella nella manifattura. Tanto che l'ultimo rapporto dell'Area Studi di Mediobanca, targato 2025 sulle principali società italiane, ha inserito l'azienda della famiglia Dompè tra le 8 più dinamiche e profittevoli del 2024. L'anno scorso il consolidato del gruppo ha visto i ricavi salire a 1,233 miliardi con un balzo del 27% sul 2023. Il margine operativo netto è assai elevato al 48% dei ricavi, gli utili netti al 25% dei ricavi e un roe (ritorno sul patrimonio del 24%, livello invidiabile nella manifattura). Negli ultimi 5 anni, come documenta la banca dati di S&P Global Market Intelligence, il fatturato si è triplicato insieme alla profittabilità con gli utili netti saliti da poco più di 120 milioni ai 316 milioni del 2024. Una vera e propria macchina da soldi che mostra continuità di risultati e che appare di grande solidità, grazie agli utili accantonati nel tempo che vedono ora il gruppo sedere su un patrimonio netto di 1,6 miliardi. L'azienda ultra-centenaria è nota per i suoi farmaci di antica data come l'anti-infiammatorio Oki in tutte le sue formulazioni o come il Collirio Alfa o la Xamamina.
Ma nel corso del tempo si è allungata verso altre frontiere terapeutiche, in particolare nel campo poco battuto delle Nerve Growth Factor (Ngf) che fecero guadagnare il Nobel a Rita Levi Montalcini per la scoperta. Dompè ha saputo sfruttare tutte le potenzialità terapeutiche della ricerca nelle neutrofine, campo in cui vanta primati globali come ad esempio nella neuro-oftalmologia. Il farmaco di punta è l'Oxervate che ha come principio attivo la Cenegermin e ha il suo mercato di sbocco soprattutto negli Usa. Del resto Dompè è ormai un marchio globale con il fatturato prodotto all'estero che copre oltre l'80% delle vendite totali. Non solo, ma altro campo esplorato da tempo dal dominus del gruppo Sergio Dompè è la frontiera biontech con accordi di sviluppo in giro per il mondo. La profittabilità è sempre stata la caratteristica del gruppo. I costi di produzione totali si fermano a meno del 50% del valore delle vendite. Un margine che consente di avere redditività netta al 25% dei ricavi. Tanta cassa quindi che Dompè impiega in attività finanziarie. Quasi un ibrido tra pharma e finanza. Con i soldi prodotti dall'attività tipica si fanno investimenti, ricerca, si accumula patrimonio, si danno dividendi. Ma una grossa parte (in eccesso rispetto alle risorse da destinare al business pharma) finisce in attività finanziarie.
L'azienda a fine 2024 aveva in portafoglio investimenti per 607 milioni, dati in gestione alle più grandi banche globali. A cui si aggiunge una cassa liquida in depositi banari per 540 milioni. Ma non ci sono solo la gestione di țesoreria a dare proventi finanziario i margini della gestione industriale. Dompè da tempo è un investitore attivo nel venture capital e non disdegna puntare su realtà più che promettenti. Il caso più eclatante è l'investimento strategico in Bf, le ex bonifiche Ferraresi a cui l'imprenditore Federico Vecchioni sta dando da anni una forte impronta di sviluppo anche internazionale. La società dei Dompè è socio stabile di Bf con il 24,9% del capitale in carico a bilancio per 200 milioni e che vanta già una discreta plusvalenza latente. Altro investimento fatto dal gruppo è in Philogen, biontech quotata italo-svizzera, specializzata in ricerca e sviluppo di prodotti biofarmaceutici destinati al trattamento del cancro e delle malattie infiammatorie croniche. Qui la società ha una posizione nel capitale del 32% che pare assai promettente nel suo sviluppo. Nel 2024 ha visto il fatturato triplicare ed è arrivato il primo sostanzioso utile. Dompè guarda lontano.
Di Fabio Pavesi, Milano Finanza
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