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Innovare il sistema produttivo del Paese, anche in termini sociali

Intervista all'economista Alessia Potecchi: occorre riformare gli ammortizzatori sociali, renderli universali, ma anche vincolare a precisi obiettivi le ingenti risorse pubbliche destinate alle imprese

Di Paolo Brambilla

20 Agosto 2021

Innovare il sistema produttivo del Paese, anche in termini sociali

Le ingenti risorse pubbliche messe a disposizione dalla comunità europea sul PNRR vanno utilizzate per innovare il sistema produttivo del Paese, realizzare la transizione ecologica e digitale, dare soluzioni alle tante crisi aperte, creare nuova e stabile occupazione. Per fare questo, per accompagnare questo percorso, occorre riformare gli ammortizzatori sociali, renderli universali, ma anche vincolare le ingenti risorse pubbliche destinate alle imprese ad aspetti fondamentali, come difesa dell’occupazione, superamento della precarietà, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tanti purtroppo gli episodi di lavoratori che perdono la vita svolgendo il proprio dovere: non è più tollerabile. Abbiamo tutti gli strumenti per intervenire a 360 gradi con controlli, collaudi, ispettori del lavoro e formazione permanente. 

Innovare il sistema produttivo, come procedere?

Intervistiamo su questi argomenti l’economista Alessia Potecchi. C’è molto da fare, questo tema così importante e di primo piano è collegato alla transizione green: c’è da parte del Governo un percorso importante intrapreso con le parti sociali, un rapporto sinergico e costruttivo sui tanti capitoli che riguardano il dopo pandemia.

Intervista ad Alessia Potecchi

"Questo percorso di confronto e di soluzioni condivise deve assolutamente continuare: abbiamo le risorse europee, grande e straordinaria occasione proprio per gestire temi così importanti come il lavoro, ma anche la de-carbonizzazione e i processi green a partire dalle tante realtà industriali che attendono un progetto serio in questa direzione".

A che punto siamo adesso?

“Dopo lo sblocco dei licenziamenti e l'intesa raggiunta a Palazzo Chigi da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria per ulteriori 13 settimane di cassa integrazione, sono arrivate delle sorprese molto spiacevoli a livello di ristrutturazione e licenziamenti da parte di diverse aziende metalmeccaniche con modalità davvero impensabili e inaspettate”.

A quali situazioni ti riferisci in particolare?

“La prima, ai 152 lavoratori della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, licenziati con una mail alla fine del turno pomeridiano. L’azienda, di proprietà del fondo americano Quantum Capital Partner, ha giustificato la decisione con la crisi perdurante dello stabilimento aggravatasi per la pandemia. Poi i 422 dipendenti della Gkn il cui fondo ha comunicato la chiusura totale dello stabilimento e i relativi licenziamenti. A distanza di pochi giorni, si è tenuto subito l'incontro al Mise ma al tavolo in Prefettura con la viceministra Alessandra Todde, il fondo britannico ha mandato, in videocollegamento, un avvocato che ha solo confermato l'intenzione dei vertici.

Poi è toccato ai 106 lavoratori della Timken di Brescia, licenziati senza alcun ricorso agli ammortizzatori. Il dato di fatto è che in pochi giorni sono state avviate procedure di licenziamento per 1.500 lavoratori. Nello stabilimento bresciano di proprietà statunitense, sempre del settore automotive, sono stati indetti immediatamente scioperi e presidi”.

Restano poi i vecchi nodi ancora irrisolti: ex Ilva e Whirlpool. Anche per queste realtà sono stati programmati scioperi e si sono già svolte diverse manifestazioni.

“Esatto, aumentano dunque al MISE i tavoli di crisi. Non si può permettere ai fondi e alle multinazionali di danneggiare il sistema industriale del Paese, occorre applicare quanto stabilito nell’accordo riguardo al blocco dei licenziamenti. Dal primo luglio, per il settore dell’industria e delle costruzioni, è scaduto il divieto di licenziare per motivi economici: il blocco dei licenziamenti era stato introdotto all’inizio della pandemia per evitare che migliaia di persone rimanessero senza lavoro per via della crisi economica. In vista dello sblocco era stato siglato un accordo tra sindacati confederali e Confindustria, firmato anche dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, che impegnava le aziende a esaurire tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di procedere alla chiusura dei rapporti di lavoro”.

Era considerato un buon accordo nel complesso, no?

 “Ma l’accordo non è stato rispettato perché diverse multinazionali stanno procedendo con il licenziamento collettivo di centinaia di persone, senza sfruttare gli strumenti che hanno a disposizione come ammortizzatori sociali”.

Che cosa suggerisci?

"Occorre che siano messe in campo adeguate politiche industriali, vincoli per le imprese, regole chiare per quanto concerne le delocalizzazioni. Occorre una norma a livello comunitario che si spinga oltre l’attuale legislazione e che blocchi le delocalizzazioni per evitare danni occupazionali irreversibili e una serie di iniziative per attrarre gli investimenti nel nostro paese e dica chiaramente quali sono le responsabilità sociali delle imprese stesse. Una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di affrontare la transizione ecologica dell’industria nel rispetto dei lavoratori e dei territori. Non dimentichiamo che tutte le tematiche di carattere ambientale sono legate a stretto filo con il discorso del lavoro, della riconversione ecologica e della politica industriale a cui noi oggi dobbiamo puntare in tutte queste importanti realtà industriali che soffrono, a partire, faccio l’esempio. dall’ex ILVA di Taranto che attende da molto tempo un piano serio per la decarbonizzazione e un piano di riconversione ecologica che permetta di mantenere comunque i livelli occupazionali e tenere rispetto alla concorrenza dei prezzi esteri nella produzione dell’acciaio”.

Quanto ai licenziamenti?

“Vanno bloccati i licenziamenti nell’automotive, settore strategico per l’industria e parte importantissima delle nostre esportazioni, che attraversa una fase di profonda trasformazione e riorganizzazione. Bisogna convocare le parti sociali e discutere seriamente di un piano in grado di affrontare e sostenere la transizione con politiche industriali e strumenti a sostegno adeguati. Questo è anche il prezzo che sta già iniziando a pagare un settore - la componentistica dell’automotive - immerso in una transizione verso l’elettrico che si sta rivelando complessa”. 

Purtroppo, questi aspetti incidono su tutta la filiera dell’auto

“Sì, le circa 2.200 imprese che producono componenti per la filiera dell’auto dovranno affrontare con non poche difficoltà la transizione ecologica, cioè quel processo di trasformazione della produzione industriale che il governo italiano si è impegnato a fare con il Recovery. L’accordo politico in Europa per fare dei cambiamenti climatici è un’opportunità per costruire un nuovo modello economico. Si tratta di obiettivi imponenti, come la riduzione entro il 2030 delle emissioni di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 e la vendita esclusiva di macchine elettriche dal 2035”.

Allora non parliamo solo del comparto automobilistico

“Il tema riguarda anche la natura della produzione industriale e su questo bisognerà porre la dovuta attenzione per quanto riguarda il mantenimento dei livelli occupazionali, che ovviamente corrono dei grossi rischi in questa situazione e all’interno di questi cambiamenti di grosse dimensioni che coinvolgeranno di conseguenza i lavoratori”. 

Come possiamo concludere questa intervista?

“Bisogna fare chiarezza sulla brutalità delle modalità di licenziamento che non sono accettabili e sono ingiustificate, difendere l’occupazione, il reddito dei lavoratori, impedire la riduzione della capacità industriale del Paese, evitare che altre aziende facciano altrettanto e rivendicare allo stesso tempo investimenti e politiche industriali su tutto il territorio nazionale.

Bisogna fare in modo che gli accordi vengano rispettati a tutti i costi, quindi utilizzare gli ammortizzatori sociali. Il Governo con i tavoli di crisi che si sono aperti deve lavorare in queste direzioni per scongiurare la perdita di posti di lavoro anche  e soprattutto a fronte della crisi pandemica che viene usata anche come alibi spesso in questi casi”.

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