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Benedetto Croce

Italiani tifosi esigenti ma cittadini rassegnati 

Roger Abravanel sulle colonne del Corriere della sera

Di Roger Abravanel

19 Luglio 2021

"Aristocrazia 2.0".Una nuova élite per salvare il paese" di Roger Abravanel

Roger Abravanel (LaPresse)

 

Molti  osservatori vedono nella vittoria di Wembley un possibile segnale per la ripresa del paese. il New York Times applaude alla rinnovata credibilità internazionale del paese di Mancini e Mario Draghi mentre ogni giorno fioriscono dalle nostre parti  interpretazioni più o meno creative sulla riscossa del paese grazie alla vittoria degli azzurri . Un sottosegretario ha dichiarato  che la vittoria porterà .7% di PIL in più mentre un quotidiano nazionale  è uscito con un pezzo “Tra scherma e industrie hi-tech, la Jesi del Mancio ostinata e di successo”nel quale inneggia alle solite “Multinazionali tascabili “ come piattaforma del rilancio economico  in parallelo in parallelo al  successo globale dei suoi talenti sportivi  come Mancini e Valentina Vezzali.

 

La vittoria agli europei è stata  sicuramente  un piccolo miracolo  se teniamo conto che in tre anni Mancini ha costruito una squadra vincente sulle macerie della eliminazione agli ultimi mondiali. Lo ha fatto  senza possedere grandi talenti e contro squadre molto più favorite.

 

Più che attendere magici impulsi alla crescita delle nostre imprese dalla vittoria di Wembley solo grazie alla riscossa degli italiani galvanizzati dall’ essere diventati i primi d’Europa nello sport più popolare, vale la pena di soffermarsi su ciò che potrebbe imparare dal successo degli azzurri il nostro ecosistema  di imprese ,università  e istituzioni pubbliche  responsabili  di un rilancio della nostra economia post covid, reso più difficile da una accelerazione della economia della conoscenza e del talento sulla quale siamo già in grave ritardo.

 

Innanzitutto l’ ambizione dichiarata da Mancini di volere costruire un progetto vincente agli europei. Ambizione  che troppo spesso  manca  al nostro capitalismo famigliare che si rifugia nelle “ nicchie “ e  nelle  “ multinazionali tascabili “ e fa si che oggi  siamo  il fanalino di coda nelle Fortune 500, le più grandi aziende del mondo , appunto quelle che vincono nella economia della conoscenza e creano i posti di lavoro ben retribuiti per i laureati che da noi oggi mancano. L’ambizione di Mancini &Co si è poi tradotta in un atteggiamento nei confronti del rischio e  della innovazione ( attaccare e non difendere , giocare senza centravanti ecc ) che manca totalmente a molte  delle nostre imprese  che rigettano nuove ( e quindi rischiose ) forme di crescita e competitività globale come le acquisizioni , l’e-commerce , il marketing ecc.

L’ ambizione e la ricerca della eccellenza latitano anche nell’altro protagonista della crescita nella economia della  conoscenza, nostri atenei. Mentre la classifica Qs metteva  al 149mo posto la migliore università italiana , il Politecnico di Milano, da noi si celebrava una ricerca di Italia-decide , Intesa e Luiss che dimostrava che il 40 percento delle università italiane rientra tra le prime 1000 del mondo.

Il progetto ambizioso di Mancini  si è tradotto infine  in un’altra  dimensione particolarmente carente nelle nostre imprese famigliari e nelle università, la meritocrazia. Selezionare talenti e metterli al posto giusto , puntando su "anziani sicuri" ( Bonucci e Chiellini ), scoprendo giovani  poco noti ( Pessina e Locatelli ) e facendo rifiorire altri un po’ spenti nel campionato (Bernardeschi ). Lo stesso Mancini è il risultato di una selezione e non è lì perché suo padre guidava la nazionale. Meritocrazia sconosciuta nel capitalismo familista italiano che durante le settimane di euro 2020 ci sottoponeva all’ antico e deprimente rito dei politici che portavano i loro omaggi al convegno di Confindustria “giovani imprenditori”  che in gran parte sono figli di imprenditori ( sempre meno giovani ). 

Per non parlare del rifiuto cronico da parte dei nostri  atenei della meritocrazia e della competizione che portano da sempre a scandali sulle carriere dei docenti e alla fuga dei “ cervelli “ che ormai non scandalizzano più nessuno.

Infine  la forza della idea di “ squadra “ azzurra che manca totalmente a un ecosistema economico in cui le regioni competono tra loro per promuovere a Shanghai il Bel Paese e il potere giuridico blocca la crescita delle imprese  paralizzando il potere decisionale della PA e la giustizia civile.

Le lezioni dalla vittoria di Wembley per l’ ecosistema economico italiano sono interessanti anche se il rilancio del paese è sfida ben più complessa della vittoria a  euro  2020. ll paragone calcio - economia e’ un po’ stiracchiato perché ,se  ultimo “ miracolo economico “ e di 50 anni fa , di “miracoli calcistici” ce ne sono stati diversi prima di quello di Wembley. Un  secondo posto nel 70 dopo la mancata partecipazione del 66, quarto e primo posto nel 78 e 82 dopo l'eliminazione al primo turno del 74, vittoria agli europei del 2006 dopo l'eliminazione al primo turno del 2002.  Alla fine , ogni 10-15 anni un miracoletto l’Italia  del calcio  lo ha sempre piazzato.

Perciò , anche se c’è molto da imparare dal successo di Wembley , la sfida e le ricette  per riscattare un ciclo negativo calcistico non sono le stesse  di quelle per invertire un declino quasi secolare.  Soprattutto viene   da chiedersi perché il mondo dell’economia e delle istituzioni italiane non riesce da cinquant’anni a darsi una iniezione di ambizione, innovazione, meritocrazia e spirito di squadra come invece fa, periodicamente, la nostra nazionale. 

Qui, forse, una differenza chiave la facciamo noi italiani: tifosi esigenti nel chiedere un cambiamento dopo le sconfitte ma cittadini e operatori economici sonnacchiosi che tollerano un declino che va avanti da cinquanta anni illudendosi che vada tutto bene, senza provare davvero a capire cosa non va e accettando senza critiche le numerose sbagliate diagnosi e ricette proposte delle élite imperanti  della politica e della economia e in più  diffuse da media di bassa qualità.

 

 

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