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Benedetto Croce

"Yoga" di Emmanuel Carrère e la pienezza del vuoto

"La vita è uno strumento consegnato per separare". Esce per Adelphi il nuovo libro dello scrittore francese Emmanuel Carrère

Di J. Muller

03 Giugno 2021

Yoga di Emmanuel Carrère e la pienezza del vuoto

Lucio Fontana, Terra e Oro. L'artista: " IO BUCO LA TELA E DA LÌ ENTRO NELL’INFINITO”

Le prime pagine di Yoga si sfogliano lentamente. Il lettore è convinto, forse anche un po' deluso, tradito evidentemente dalla meticolosa suddivisione in paragrafi, di avere davvero davanti un tranquillo e edificante libretto sullo yoga.

Intanto si addentra in questo racconto che pare essere l'auto-auscultazione di uno scrittore dall'animo malinconico, provvisto di un "ego smisurato", che ha come meta quella di accedere al Nirvana, alla vita "sottratta dall'illusione", sottrarsi dal samsara (dalla vita terrena) per riuscire a "vedere le cose come sono".
Quasi un voyant, un veggente, un po' troppo onesto, un "vecchio fricchettone" che ubriaco seduto sul suo zafu pensa ai suoi successi e ai suoi fallimenti, ai suoi amori, al suo incontrollabile Io che si vorrebbe solo consolare.
Ben presto però su quel proposito chiarificatore che vuole farsi luce e solida unità chiaroscurale, calano le tenebre.
Tutto diviene disgregazione, perché, ed è forse questa la frase che meglio riassume il nuovo libro di Emmanuel Carrère "la vita è uno strumento consegnato per separare".
Lo ying e lo yang, la statua dei gemelli, Alex e Aline, Frederica e Claire, Hassan e Atiq : tutte coppie che formano "la versione squinteternata, parodica, terrificante, della grande legge dell'alternanza degli opposti".

Attraverso la frammentazione, i "disturbi amnetici ricorrenti", il dolore della divisione, lo scrittore ci porta a navigare sulle rive della malattia mentale per approdare su di una spiaggia terrificante, su un confine pericoloso, sul bardo del labirinto psichico.

Eppure il racconto di Carrère non è mai patografia, anche quando ricopia con diligenza le cartelle cliniche di St. Anne, quando restavano solo gli elettroshock a tirarlo fuori dalla sindrome bipolare di tipo II, nella quale si ritrova come "un bambino murato vivo". 

Il racconto di Carrère non è nemmeno il libro "arguto e accattivante" sullo yoga che si era proposto di scrivere, ma è sicuramente il racconto doloroso di chi, morso e diviso dal giogo dalla malattia mentale, decide di scalare l'erta montagna che conduce verso l'unità.
Non è quella della meditazione e del Nobile Silenzio tuttavia la vera strada che lo scrittore si appresta a compiere, ma quella del logos e dell'impossibilità di tacere il proprio dolore e insieme quello del mondo.
L'attentato di Charlie Hebdo che interrompe il seminario di meditazione Vipassiana e i profughi di Leros che interrompono il suo ritorno a "Itaca" sono avvenimenti che testimoniano l'impossibilità per lo scrittore, intento a sciogliere quel nodo aggrovigliato tra vita activa e contemplativa, di non empatizzare, di non ricercare la verità al di là del proprio corpo, quasi viandante nella nebbia, attraversato dalle correnti del Weltschmerz.
La faticosa mise en forme,  ben espressa anche nella sua accezione più corporea attraverso gli "esercizi di dattilografia", la scrittura che ripara quello che la vita disgrega, che unisce i fili di quella "poltiglia di ricordi, paure e fantasie e vane prospettive", resta l'unica strada possibile.

Del nirvana Carrère parlava anche in alcune tra le sue pagine più dense di significato. In Limonov scriveva:

Senza preavviso tutto si ferma. Il tempo, lo spazio: eppure non è la morte. Nulla di quanto lo circonda ha mutato aspetto [...] ma è come se tutto ciò fosse stato fin a quel momento un sogno e d'un tratto divenisse pienamente reale: elevato al quadrato, svelato e insieme annullato. Eduard viene risucchiato da un vuoto più pieno di tutto ciò che è pieno al mondo, da un'assenza più presente di tutto ciò che riempie il mondo della propria presenza. Non è più da nessuna parte ed è interamente
lì. Non esiste più e non è mai stato così vivo. Non c'è più nulla, c'è tutto. La si può chiamare "trance", "estasi", "esperienza mistica". Il mio amico Hervè dice che è un rapimento[...] Poi si ridiscende. Dopo aver vissuto in un lampo tutta la durata del mondo e il suo annullamento, si ricade nel tempo. Si ritrova il vecchio binomio: desiderio e angoscia.
Ci si può chiedere: "che ci faccio qui?", allora si può, come Hervè, trascorrere i trent'anni successivi a riflettere e assimilare questa esperienza ineguagliabile. Oppure si può, come Eduard, tornare nella propria baracca, sdraiarsi sul materasso, prendere il quaderno e scrivere: "Questo mi aspettavo da me. Ora nessun castigo può toccarmi, perchè saprò trasformarlo in felicità. Uno come me può trarre gioia anche dalla morte. Non tornerò alle emozioni dell'uomo comune".

Mi sono sempre chiesta se Carrère, nell'ipotesi poco plausibile per la quale possa raggiungere infine l'agognato nirvana, si comporterebbe come Hervè o come Limonov. Dopo aver letto Yoga non ho più dubbi ad optare per il secondo. 

Il problema tuttavia resta questo: "E' un esperienza che non si può raccontare". Così lo scrittore, anche in questo caso, non può far altro che accumulare ossimori: "Oscura chiarezza, pienezza del vuoto, vibrazione immobile..".

Yoga è una declinazione narrativa di questi ossimori, spinto dal disperato tentativo di trovare una sintesi. Se l'unione tra Frederica e Claire è l'informe, ariosa e possente Eroica di Chopin, l'unico vero momento di unità possibile per il narratore è l'incontro con una donna sconosciuta, raccontata nelle pagine più poetiche del libro, direttamente da quella "camera segreta" che è equilibrio sopra al caos dell'esistente:

Si può dire che abbiamo incominciato a fare l'amore facendo yoga, e che abbiamo continuato a fare yoga facendo l'amore [...] restavo sospeso sull'orlo, entrambi facevamo durare questo momento il più a lungo possibile, poi mi rituffavo dentro di lei, sempre più lentamente, sempre più profondamente, proprio come quando, meditando, la respirazione diventa sempre più lenta e profonda, più lunga l'inspirazione, più lunga l'espirazione, e più lunghe le pause fra l'una e l'altra, più dilatati anche i momenti in cui viene da pensare che il movimento è ormai terminato, che è arrivato a fine corsa, che sta per ripartire nell'altro senso, e invece no, si prolunga ancora, si intensifica, si affina, mentre tutte le sensazioni sono concentrare in un unico punto. 

L'illusione di trovare il proprio completamento nell'Altro, quell'amore puro che il narratore ha cercato per tutta la vita, ("Sono stato amato, sì, ma non ho saputo amare, o potuto, è lo stesso. Nessuno ha potuto abbandonarsi con piena fiducia al mio amore e io, alla fine, non mi abbandonerò all'amore di nessuno") in realtà non è mai esistito.
Lo confesserà l'autore alla fine: la "donna della statuetta dei gemelli" è immaginaria. O meglio, il racconto non corrisponde esattamente a quello che è accaduto. Significativa questa affermazione in un libro come questo dove lo scrittore ripercorre la sua opera, intrisa di autofiction, ribadendo il mantra di una vita: "La letteratura è il luogo dove non si dicono bugie". 

L'ossessione per l'onesta è per Carrère una "tortura", eppure da questa versione per certi versi inedita dello scrittore, avviluppato nella melanconia e nella malattia mentale, dalla vecchiezza, dall'immagine di un grande narratore improvviso lettore assiduo di poesia e praticante di yoga, intento a cucire insieme attraverso la finzione l'alternanza degli opposti che caratterizza la vita, vi risiede un'estenuante ricerca estetica dell'infinito.
Ignacio Matte Blanco a tal proposito individua una struttura bilogica, simile a quelle alla base di molte malattie mentali come la schizofrenia, che riguarda la creazione artistica: la struttura Simassi.  

Secondo lo psicologo cileno, alcuni accostamenti presenti in poesia sono capaci di creare dei cortocircuiti mentali tali da consegnarci, seppur per frangenti, degli sprazzi di infinito. Carrère penetra questi spazi attraverso il fluire della prosa, viva traccia di un'esistenza che vuole guardarsi allo specchio, squarcia e ricuce approdando alla limpidezza di alcune pagine tra le più belle della letteratura contemporanea. 

Giunti alla fine, affiora inevitabile una domanda che rattrista ma che è difficile non porsi: "Questo è l'ultimo libro di Emmanuel Carrère?"
"Per vivere c'è bisogno di una storia, io non ne ho più", confessa lo scrittore.  Forse non resta che inventarla, non resta che ritrovare la "donna della statuetta dei gemelli", l'unione degli opposti, "gli occhi che brillano", la sinestesia dei sensi, l'estetica dell'infinito, la vita e la sua intensità,  "l'orrore assoluto", "la paura inenarrabile", la felicità di essere vivi. 

[Citazioni tratte da: E. Carrère Yoga, Adelphi, 2021; E. Carrère, Limonov, Adelphi, 2012]

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