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Il caso Tortora, Enzo era il più visibile ed il più improbabile degli accusati: si trattò di un’operazione di massa

Le indagini furono approssimative, affrettate, prive di riscontri oggettivi e basate, quasi integralmente, sulla testimonianze dei pentiti

Di Carlo Freccero

19 Maggio 2022

Enzo Tortora

Scrivo per testimoniare la mia gratitudine e la mia nostalgia nei confronti di un uomo che è stato per me un maestro e un amico. Ho conosciuto Enzo direttamente come collega nella rete 4 di Mondadori. Ma da tempo lo stimavo e lo giudicavo un maestro. Era più grande di me. Apparteneva a quella generazione che creò la RAI. Io ho iniziato la mia carriera nella tv commerciale che, in qualche modo, ho collaborato a costruire ed ogni volta che ho dovuto citare un precedente, un modello, un’icona di cui la televisione commerciale rappresenti il naturale sviluppo, ho sempre fatto riferimento al Portobello di Tortora.

Portobello nasce in Rai dopo una lunga serie di successi da parte di Tortora (Telematch, Campanile sera, la Domenica Sportiva), ma si distingue da tutti i precedenti, perché è la metafora di quella rivoluzione copernicana che porterà con la televisione commerciale, il pubblico a farsi autore della sua televisione. Un processo che Eco chiama neotelevisione. Non so se Enzo avesse teorizzato tutto questo, ma sicuramente lo intuì per la sua sensibilità televisiva. Ho letto la testimonianza della sua assistente Gigliola Barbieri sulla nascita di Portobello. Tortora fece tutto da solo. Leggendo le inserzioni sui giornali entro in contatto con un’umanità fuori dagli schemi che compravendeva le cose più assurde: dai coccodrilli impagliati ai servizi più strampalati.

Lui che era una persona per bene e “regolare” intuì che era giunto il momento di dare la parola a questa moltitudine eterogenea e borderline. E questo gli sarà fatale. Ma nessuno poteva prevederlo. Lui ragionava in termini televisivi ed anticipò con Portobello il passaggio della televisione generalista da pedagogica a voce della maggioranza silenziosa. Portobello è del 1977. La televisione commerciale nasce nell’80. E in qualche modo Tortora è stato il simbolo degli anni 80. Con la sua televisione ha interpretato il passaggio dal capitale culturale alla maggioranza. Dalla qualità alla quantità. Nello stesso modo con la sua odissea giudiziaria è diventato la personificazione di una mala giustizia che era figlia di un processo analogo. Una giustizia dove il fare prevaleva sul capire. Dove l’immagine di efficienza contava di più della verità . Una giustizia in chiave quantitativa anziché qualitativa. Una giustizia sensazionale. Il suo arresto fu dirompente per l’opinione pubblica perché era all’apice del successo. Tutta l’attenzione dei media mainstream si concentrò su di lui. Ma il suo arresto faceva parte di una retata di 856 imputati, che, in breve tempo, si ridussero di numero, man mano che venivano identificate identità, circostanze e coinvolgimenti reali. Alla fine i condannati furono 120. Oggi si parla di Tortora perché era il più visibile ed era il più improbabile degli accusati, ma si trattò di un’operazione di massa. Rodotà intervenne per dire che era solidale con Tortora, ma bisognava essere garantisti con tutti.

Io credo che questa operazione di grande portata contro la camorra nascesse da un intento propagandistico per ridare al governo la sua verginità, dopo che, nel caso Cirillo, la Democrazia Cristiana era scesa a patti con la camorra per salvarlo. L’operazione significava: non c’è alcuna connessione o connnivenza tra politica, magistratura, camorra dato che con questa inchiesta la camorra verrà annientata. A riprova di quello che dico abbiamo la carriera successiva dei giudici che condannarono Tortora. Nessuno subì sanzioni, ma, al contrario ricevettero promozioni e successi. Le indagini furono approssimative, affrettate, prive di riscontri oggettivi e basate, quasi integralmente, sulla testimonianze dei pentiti.

La legge sui pentiti era stata introdotta in Italia nel 1982 da Cossiga per combattere il terrorismo. Non premiava e non premia il pentimento reale, ma la delazione. Mi sembra profondamente immorale, ma ha una funzione pratica. Rientra nella rivoluzione culturale degli anni 80. Come la televisione commerciale era espressione di una mentalità all’americana, basata più sul pragmatismo che sul diritto, più sulla quantità che sulla qualità. Per la giustizia americana, così come la conosciamo dalle serie poliziesche, non conta tanto l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, quanto la velocità di assicurare i colpevoli alla giustizia. Poco importa se tutto ciò può originare errori giudiziari. Non è il caso singolo, ma l’efficienza globale del sistema a contare. Eravamo abituati a salvaguardare prima di tutto il diritto alla difesa dell’imputato: “In dubio pro reo”. Prevale in questa visione la produttività ed il diritto delle vittime a vedersi vendicate. Abbiamo introiettato così tanto questo modello, da aver dimenticatole le nostre radici giuridiche. Tutto ciò ha finito per incrinare l’idea della giustizia. Ma allora un uso così disinvolto della giustizia era ancora sorprendente. Non a caso, anche se era evidente l’innocenza di Tortora, molti opinionisti come Camilla Cederna ritennero che non ci sarebbe stato un arresto così clamoroso, senza una sufficiente motivazione.
E lo pensava anche Tortora. Quando il valente giornalista Paolo Martini gli telefonò per metterlo in guardia contro l’arresto di cui aveva avuto notizia, scoppiò in una risata. Lo riteneva impossibile.

Ricordo che Enzo Tortora era laureato in legge e nella legge credeva fermamente. Era stato un sostenitore della colpevolezza di Valpreda a Piazza Fontana, sulla base della sua imputazione. Per questo si scusò in seguito quando fu a sua volta vittima della giustizia. Nel caso Tortora la legge sui pentiti si rivelò in tutta la sua aberrazione ed anche con un risvolto amaro di comicità, se non si fosse purtroppo trasformata in tragedia. Quando furono chiarite le ragioni dell’equivoco che travolse la vita di Enzo, la terribile realtà si trasformò in farsa.

Tortora fu coinvolto perché un carcerato inviò a Portobello dei centrini da vendere. Il carcerato era analfabeta e dovette chiedere al compagno di stanza, Giovanni Pandico, di scrivere per lui al programma.

Questo Pandico era uno psicopatico con delirio di vendetta. Aveva ucciso due impiegati perché non gli avevano rilasciato un certificato. Si immedesimò così tanto nel suo ruolo di intermediario per il compagno di stanza, che la sua storia divenne la sua storia. I centrini furono smarriti e lo psicopatico concepì un delirio di vendetta. Pandico era una sorta di assistente di Cutolo e la sua presunta contiguità col capo della camorra indusse altri a testimoniare contro Tortora. Non c’erano prove, ma alla testimonianza di camorristi contro un uomo per bene fu data attenzione e credibilità e non all’uomo perbene.

Durante la sua detenzione ai domiciliari fui molto attivo a sollecitarlo. Feci su Retequattro tre puntate prodotte da Carlo Gregoretti di “G COME GIUSTIZIA” sui casi di malagiustizia, condotte da Enzo stesso agli arresti domiciliari. E mandai in onda una sua lezione improvvisata di educazione civica ad una classe scolastica venuta con me a trovarlo in via Dei Piatti 8.

Aveva diritto a prendere parola visto che a parlare erano i peggiori. Come sempre ho ripetuto, lui non era innocente, era estraneo e la sua storia aveva un significato che travalicava il suo caso personale e la sua biografia.

Ho riflettuto spesso sulle strane vicende della vita di Enzo. Difficilmente una sceneggiatura metterebbe insieme una storia così assurda. E difatti c’era solo un precedente: l’arresto di Tognazzi come capo delle Brigate Rosse. Solo che si trattava di un paradosso della rivista satirica IL MALE. Nonostante tutto Enzo è riuscito a dare alla sua storia un significato di crescita e maturazione. È diventato il simbolo della lotta contro la mala giustizia. Si è trasformato da uomo di successo in eroe. Le sue disavventure sono state l’inizio di una nuova vita concentrata non sul successo mediatico, ma sulla lotta per la giustizia. Non si è mai arreso e ha fatto del suo caso privato una battaglia di civiltà.

Di Carlo Freccero

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