11 Gennaio 2026
Reza Ciro Pahlavi, l'erede dello Scià d’Iran
Chi è Reza Ciro Pahlavi, l'erede dello Scià d’Iran che fu costretto a lasciare il suo Paese nel 1979 dopo la rivoluzione islamica
Figlio primogenito di Farah Diba e di Mohamed Reza Pahlavi, lo scià detronizzato dalla Rivoluzione islamica del 1979, preparato fin dalla nascita a ereditare il Trono del Pavone, il 65enne Reza vive in un sobborgo vicino a Washington DC. Frequentatore abituale dei caffè locali, spesso accompagnato dalla moglie Yasmine, senza guardie del corpo visibili, è da decenni in esilio negli Stati Uniti. La sua figura è rispettata da molti, nonostante alcune scelte sbagliate di suo padre lo Scià, che applicava controlli di polizia fortemente repressivi con la famigerata Savak, la polizia politica, e un nazionalismo nel campo petrolifero che piano piano lo screditarono davanti alle potenze quali Stati Uniti e Francia che non volevano allentare il controllo sui pozzi petroliferi. In campo sociale lo scià era molto avanti, per alcuni fin troppo, consentendo alla donne di vestire all’Occidentale e frequentare l'università, cosa impensabile oggi nella Repubblica islamica dove il velo è ancora simbolo del potere della sharia. Reza Pahlavi è nato a Teheran il 31 ottobre 1960 ed è cresciuto come principe ereditario della monarchia persiana, celebrata con grandi festeggiamenti nel 1971, alla presenza di teste coronate e capi di Stato di tutto il mondo. Gli anni dell'infanzia furono passati secondo una rigida istruzione scolastica e militare, senza i lussi e i collegi svizzeri che invece aveva frequentato il padre, ex studente del Rosey, la scuola dei Re dove avevano studiato Ranieri di Monaco e Vittorio Emanuele di Savoia. Dopo la morte dello Scià, nel 1980, la corte in esilio proclamò Reza Palavi nuovo sovrano proprio nel giorno del suo ventesimo compleanno. Da allora, la sua vita si è svolta interamente lontano dall'Iran, anche perché esiliato. Scelse gli Stati Uniti, dove aveva frequentato una accademia militare. Lì si è sposato con una connazionale naturalizzata americana, Yasmine Etemad-Amini, avvocato specializzata in diritti umani, dalla quale ha avuto tre figlie femmine: Noor, Iman e Farah. Negli interventi più recenti, Pahlavi si è proposto non tanto come restauratore della monarchia, quanto come figura di transizione, sostenendo che spetterà agli iraniani decidere il futuro assetto istituzionale del Paese con un referendum istituzionale. Lo scorso giugno a Parigi, città nella quale vive sua madre Farah Diba, è intervenuto in una conferenza stampa per assicurare che lui si sarebbe fatto garante di una transizione democratica che vuole mettere d'accordo le diverse anime dell'opposizione iraniana, già molto divise al loro interno. Ma la sua figura resta divisiva. Fuori e dentro il grande Paese islamico-persiano non sono tutti a favore di un suo rientro. Molti osservatori continuano a sottolineare la mancanza di una "vera leadership" da parte dell'opposizione e la difficoltà di realizzare nel concreto uno scenario post-Repubblica islamica. Ma dice Pahlavi: "Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell'Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino". Dopo la guerra dei 12 giorni di giugno sull'Iran, in cui morirono diversi generali iraniani di alto rango e furono azzerati i siti dell'arricchimento dell'uranio, Pahlavi ha intensificato gli sforzi per intestarsi una leadership dell'opposizione dentro e fuori il Paese. Dopo il suo appello in cui chiedeva agli iraniani di intonare un richiamo allo Scià, un ingente numero di manifestanti ha di fatto marciato attraverso la capitale iraniana e altre città inneggiando a un suo ritorno. Dunque è possibile che le piazze abbiano deciso di rispondere positivamente alle parole del principe, se non altro per rovesciare l'attuale regime degli ayatollah che in molti vedono oramai troppo corrotto e repressivo. Insieme alle grida anti-regime come "Morte al dittatore" e "Questo è un anno sanguinoso, Seyyed Ali Khamenei sarà rovesciato" - si sono sentiti con più forza anche slogan come "Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando". In queste ore buona parte del popolo iraniano sta inneggiato alla monarchia, e Reza Ciro è pronto a tornare in Iran per unirsi alle proteste contro il regime che vanno avanti da oramai due settimane. Ad annunciarlo è lui stesso in un post su X in cui parla persiano. "Avete ispirato l'ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza", ha scritto rivolgendosi ai manifestanti, "la vostra, ancora una volta, gloriosa presenza nelle strade dell'Iran venerdì sera è stata una risposta schiacciante alle minacce del leader traditore e criminale della Repubblica Islamica". L'erede al trono ha chiesto ai "lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell'economia, in particolare dei trasporti, del petrolio, del gas e dell'energia, di iniziare uno sciopero a livello nazionale". "In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi inviti all'azione", aveva annunciato nel primo l'appello. Il prossimo step - secondo il principe - non è più solo manifestare ma "prepararci a conquistare e difendere i centri cittadini" e dunque bisogna prepararsi a rimanere in strada".
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