Mercoledì, 25 Febbraio 2026

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Gaza: quando la guerra viene dichiarata finita, ma il fuoco continua a bruciare, i palestinesi continuano ad essere uccisi

Mentre questo articolo viene scritto, altre due persone sarebbero state uccise a Beit Lahia, nel nord di Gaza, all’interno di una scuola che ospitava civili sfollati in cerca di sicurezza tra le sue mura — ritrovatisi invece ancora una volta sotto il fuoco

25 Febbraio 2026

Ogni volta che viene annunciata la fine della guerra, gli abitanti di Gaza si guardano intorno in cerca di segnali di pace. Al loro posto trovano distruzione diffusa e il ronzio costante dei droni sopra le loro teste.

Le dichiarazioni ufficiali parlano di “cessate il fuoco”, ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia: raid aerei intermittenti, incursioni continue e un bilancio costante di vittime — sia all’interno sia oltre quella che localmente viene definita la “linea gialla”. È come se la guerra non fosse finita, ma avesse semplicemente cambiato forma.

Oggi Gaza non è soltanto una città segnata dal conflitto; è un territorio intrappolato in crisi che si accumulano e si aggravano.

Il blocco rimane saldamente in vigore, limitando la circolazione di persone e merci e aggravando la carenza di elettricità, acqua potabile e forniture mediche.

Gli ospedali, che a malapena hanno resistito a mesi di bombardamenti, continuano a lottare sotto il peso di emergenze incessanti.

Migliaia di famiglie sfollate vivono in condizioni umanitarie drammatiche, rifugiate tra le macerie delle proprie case o in strutture sovraffollate prive dei servizi più essenziali.

Nonostante narrazioni mediatiche che suggeriscono la cessazione delle operazioni militari, i fatti sul terreno indicano il contrario.

I raid aerei proseguono in modo sporadico, i movimenti militari persistono lungo la periferia dell’enclave e vengono ripetutamente segnalate violazioni del cessate il fuoco. Per molti residenti, la guerra non si è davvero conclusa: si è trasformata in una fase prolungata di pressione e logoramento.

Gli episodi con numerose vittime restano una realtà ricorrente.

Solo pochi giorni fa, 18 palestinesi sono stati uccisi in attacchi che hanno colpito aree di Khan Younis, nel nord di Gaza e nelle zone centrali della Striscia.

Mentre questo articolo viene scritto, altre due persone sarebbero state uccise a Beit Lahia, nel nord di Gaza, all’interno di una scuola che ospitava civili sfollati in cerca di sicurezza tra le sue mura — ritrovatisi invece ancora una volta sotto il fuoco.

Secondo statistiche ufficiali, circa 600 persone sono state uccise da Israele dall’annuncio del cessate il fuoco, a causa di violazioni continue e bombardamenti intermittenti.

Il dato conduce a una conclusione netta: il cessate il fuoco non ha segnato una fine definitiva delle ostilità, ma piuttosto una pausa fragile all’interno di un ciclo di violenza ancora in corso.

La cosiddetta “linea gialla”, che dovrebbe delimitare zone soggette a restrizioni, è stata a sua volta teatro di ripetute violazioni e avanzate militari, secondo fonti locali. Questi sviluppi hanno rafforzato la percezione che sul terreno si stiano imponendo nuove realtà, con porzioni di territorio di fatto trasformate in aree militari chiuse e civili allontanati dalle proprie case e dai propri mezzi di sostentamento.

Nel frattempo, il costo umano continua a crescere. Quasi ogni famiglia a Gaza porta con sé una storia di perdita. Le strade testimoniano raid e bombardamenti; le aule scolastiche sono senza tetto; le famiglie piangono i propri cari che non faranno ritorno.

I bambini che un tempo sognavano di tornare a scuola oggi frequentano lezioni improvvisate senza mura, mentre i genitori fanno i conti con un’incertezza diventata costante.

Gaza sta vivendo le conseguenze di una guerra i cui effetti restano irrisolti: devastazione economica diffusa, disoccupazione alle stelle, trauma collettivo e profonda frammentazione politica.

Dichiarare la fine della guerra non basta senza una reale revoca del blocco, un processo credibile di ricostruzione e garanzie vincolanti per prevenire una nuova escalation.

La pace non si misura con l’emissione di un comunicato militare. Si misura nel silenzio dei cieli, nella ricostruzione delle case e nel ripristino di un senso di sicurezza tra i civili. Fino a quando questo non diventerà realtà, per molti a Gaza la guerra non sarà finita — indipendentemente da ciò che possano affermare le dichiarazioni ufficiali.

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

x