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Vaccino Covid, Frajese: "Sperimentazione di 60 giorni. Nel trial non si parlava di terza dose, di morti né di terapie intensive". ESCLUSIVA

Il dottor Giovanni Frajese in un'intervista esclusiva a Il Giornale d'Italia: "La possibilità di vedere l'efficacia e la sicurezza del vaccino in 60 giorni è praticamente pari a zero. Si parlava di due dosi che impedivano il manifestarsi dei sintomi. Penso che sia davanti agli occhi di tutti che in questo anno e mezzo di vaccinazione le persone vaccinate si sono ammalate tutte o quasi"

30 Giugno 2022

In un'intervista esclusiva a Il Giornale d'Italia, il dottor Giovanni Vanni Frajese, medico endocrinologo, professore all'Università di Roma "Foro Italico" e vice presidente dell'Associazione "ContiamoCi!", ha parlato del vaccino anti-Covid. 

Quanto alla "sperimentazione di soli 60 giorni", di cui ha parlato anche in un recente intervento alla Camera dei Deputati, ai nostri microfoni il Professore ha spiegato: "Questa è la ragione per cui sono stato convocato ieri dall'Ordine dei Medici e poi probabilmente tornerò dopo aver risposto alle domande che mi hanno chiesto per iscritto. Il fatto che qualcuno utilizzi una definizione che è quella di approvazione condizionale per dire che il prodotto non è sperimentale non prende in considerazione la realtà che rimane quella che dissi già un anno fa al Senato, ma evidentemente non è stata ascoltata abbastanza, cioè l'obbligo ai medici è stato fatto dopo 60 giorni di sperimentazione. Una cosa che non era mai accaduta prima nella storia della medicina. Normalmente ci vogliono anni e anni, non 60 giorni, anche perchè la possibilità di vedere sia l'efficacia sia la sicurezza in 60 giorni è praticamente pari a zero. Capisco che nell'emergenza bisognava trovare una soluzione però questa soluzione andava presa e spiegata con la complessità che in realtà ha e con la verità, non con una propaganda di sicurezza legata invece a una sperimentazione di 60 giorni che mi auguro non diventi tra l'altro lo standard. Perché in medicina, così come nella scienza, il problema è che se qualcosa viene accettata, ad esempio anche una approvazione di questo tipo, anche se condizionata, dopo 60 giorni vorrà dire che si possono fare studi così piccoli per ottenere risultati con lo stesso tipo di sostanza. C'è addirittura chi dice che visto che il vettore rimane lo stesso e cambia solamente la sequenza dell'rna per quel che riguarda i vaccini che verranno in futuro, non c'è neanche bisogno di fare gli studi perché ci si appoggia su quelli già fatti in precedenza. Vorrei che il mondo accademico e scientifico riprendesse il senso della ragione e della verità delle cose, altrimenti la strada che imbocchiamo è una strada nella quale la sicurezza delle persone non è proprio considerata, non è che viene messa all'ultimo posto".

"Personalmente, se ci fossimo trovati di fronte ad una patologia infettiva di quelle serie cioè quelle che hanno una mortalità del 20, del 30 o addirittura del 50% allora avrei anche capito. Di fronte al tasso di mortalità di questa patologia (Covid-19, ndr) ci sono tante cose che non ho compreso. Innanzitutto non ho compreso perché non è stato fatto un vaccino con un virus inattivato, che è una piattaforma che usiamo da cinquant'anni se non di più, di cui conosciamo pregi e difetti e sicuramente sarebbe stato un fare un tipo di ricerca un pochino più semplice. Perché qui alla novità di questo coronavirus si è aggiunta la novità terapeutica che è stata sdoganata in maniera universale, trasversale, a livello mondiale con questi vaccini a mRna. Ma il perché sia stata fatta questa scelta sinceramente non è logico. Io non lo so il perché. Perché la logica avrebbe voluto che si scegliesse la strada più semplice, che avrebbe dato risultati in tempi abbastanza rapidi e non dovevamo preoccuparci di eventuali interazioni nuove con questi vettori o di tipo lipidico o di tipo adenovirale come sono stati fatti e le complicazioni che questo comporta. Perché alla novità si è aggiunta un'altra novità che ha reso la cosa estremamente complessa. Se poi aggiungiamo il fatto che dopo due mesi di sperimentazione Pfizer ha fatto l'unblinding, cioè ha vaccinato le persone che avevano preso il placebo, in realtà di fatto la sperimentazione l'hanno fatta solo in quei due mesi. Dopodiché hanno cancellato il gruppo di controllo e ci troviamo dove ci troviamo. C'era una spinta anche a vaccinare il gruppo di controllo nella popolazione. A questo punto mi permetto di dire per fortuna questa non è riuscita in maniera tale che in futuro avremo la possibilità, guardando le due popolazioni, di capire se ci sono problemi ed eventualmente quali sono e come risolverli. Perché il vero problema che c'è oggi è che nella difficoltà di riconoscere gli eventi avversi e il meccanismo fisiopatologico che li causa, come facciamo a dare una terapia? Non la possiamo dare perché non sappiamo il meccanismo di azione. Per questo il gruppo di controllo è fondamentale e menomale che è rimasto. Almeno saremo in grado di aiutare le altre persone quando a questo punto sarà un po' più chiaro che cosa succede, cosa che credo sia un po' davanti agli occhi di tutti. Avevano detto che avevamo il 95% di efficacia nell'evitare la malattia sintomatica. Non si parlava né di morti né di terapia intensive nel trial. Non si parlava affatto di terza dose. Si parlava di due dosi che impedivano il manifestarsi dei sintomi. Penso che sia davanti agli occhi di tutti che in questo anno e mezzo di vaccinazione, le persone vaccinate si sono praticamente ammalate tutte o quasi. Questa percentuale dunque era un pochettino campata in aria, probabilmente dovuto al fatto che lo studio è stato fatto solo di due mesi. Troppo pochi per capire l'efficacia di un vaccino che per essere efficace deve innanzitutto incontrare l'agente patogeno e non sviluppare la malattia. Ma in due mesi non è neanche detto che io lo incontri. Se lo incontro dopo sei, l'efficacia sembrerà di sei mesi. Se lo incontro prima, sarà così. I dati sono complicati da capire".

Quanto alle prossime eventuali dosi: "L'hanno chiamato il secondo booster. Si gioca molto sulle parole. C'è una sorta di neo-lingua stile 1984. Prima avevamo il portatore sano, ma suonava troppo male perché era sano. Quindi è diventato malato asintomatico. Questi cambiamenti nel vocabolario non sono casuali. Senza tra l'altro che nessuno dei colleghi dica: "Ma perché cambiamo la dicitura? Si chiamava portatore sano. Perché adesso si chiama malato asintomatico?". Perché il malato asintomatico lo conti?".

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