13 Marzo 2026
Firenze, 13 mar. (askanews) - Il lavoro di Mark Rothko, uno dei più importanti pittori del secondo Novecento, è una forma di esperienza dello spazio, un percorso che diventa necessariamente filosofico, nel momento in cui ci si avvicina, ma è una filosofia della presenza, del modo in cui possiamo immaginare la nostra posizione di fronte e dentro l'arte. Palazzo Strozzi gli dedica una retrospettiva importante, profonda, che restituisce una lettura credibile della portata dell'opera dell'artista nato in Russia nel 1903 e diventato, negli Stati Uniti, uno dei grandi interpreti dell'astrazione. La mostra è intitolata "Rothko a Firenze" ed è curata da Elena Geuna insieme a Christopher Rothko, figlio di Mark.
"Abbiamo cercato di individuare i quadri che fossero più legati alla sua esperienza in Italia, che aveva immaginato già prima di arrivarci realmente da uomo di mezza età negli anni 50 - ha detto Rothko ad askanews -. Aveva sognato questo viaggio, che era davvero importante per lui. Aveva guardato all'arte del Rinascimento, alle tracce dell'antica Roma per tutta la sua vita nell'attesa di arrivare a conoscerle direttamente".
Il legame con la grande pittura e i grandi edifici è importante, ma, attraversando le sale di Palazzo Strozzi - cui i dipinti portano una luce diversa, le trasformano in modo sorprendente - si sente che la potenza della pittura di Rothko va oltre i presupposti narrativi, crea una dimensione differente, occupa lo spazio. Ed è possibile percepirlo fin dalle prime opere, ispirate al surrealismo e comunque ancora in parte figurative, ma nei grandi campi di colore questa sensazione diventa totalizzante. I quadri di Rothko sono finestre aperte su di noi.
"Plasticità, tangibilità - ha detto ancora Christopher Rothko - sono parole che entrano nel suo lavoro, perché lui pensava ai quadri come a qualcosa che fosse realmente presente nella stanza, non qualcosa a cui semplicemente guardare, ma un'esperienza che deve coinvolgere, un'esperienza sentimentale. Senza questa interazione non ci sarebbe neppure il senso di mistero, sarebbero solo dei bei colori. In realtà è importante che questi dipinti pongano le grandi domande: perché siamo qui, dove andiamo... Se non prestiamo attenzione a queste domande, diceva, si vive solo una vita superficiale".
In mostra una serie di capolavori che arrivano dai più importanti musei del mondo, dal MoMA di New York come dal Guggenheim di Bilbao, ma anche bozzetti e opere su carta che mantengono la stessa intensità delle grandi tele che abbiamo imparato a conoscere, ma che, per fortuna, continuano ad alimentare proprio quel mistero citato dal curatore. In ciò che il lavoro di Rothko suggerisce e che noi però non possiamo capire fino in fondo c'è il senso dello stare insieme a queste opere meravigliose e segrete.
"La gente spesso pensa ai dipinti di mio padre come riflessioni sul colore - ha concluso Christopher Rothko - ma io credo che lui fosse più concentrato sulla creazione di luoghi credibili nei quali sia possibile entrare. Di modo che si possa essere nello spazio del dipinto, ma andare anche oltre".
Questi "luoghi credibili" prendono forma anche a Palazzo Strozzi, sono il gradiente di un'esperienza che non è solo quella di una mostra, per quanto importante e unica per il nostro Paese, ma rappresenta una possibilità di un incontro con qualcosa di "altro" che è anche "alieno" a volte e, attraverso i grandi campi di colore filosofici di Mark Rothko ci viene presentato in tutta la sua segreta rilevanza. Oggi ancora di più. Non è chiaro a cosa serva l'arte, se mai deve servire a qualcosa, ma qualora ce lo chiedessero questo tipo di esperienza si candiderebbe a essere una delle possibili risposte.
Ospitata anche nel Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana, l'esposizione è aperta al pubblico fino al 23 agosto. (Leonardo Merlini)
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