09 Marzo 2026
Nicoletta Romanazzi, la mental coach più richiesta d’Italia: «Il nostro miglior alleato è l’ironia. Non lavorerei mai con aziende di scommesse, di tabacco o di prodotti chimici»
Nicoletta Romanazzi, 58 anni, è la mental coach che Marcell Jacobs ringraziò pubblicamente dopo i due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Lì, il suo «bottino» finale fu di quattro medaglie: le altre due le «vinse» con i karateka Luigi Busà e Viviana Bottaro. Da allora i suoi impegni si sono moltiplicati, ha scritto due saggi (il terzo uscirà ad aprile: La tua bussola sei tu, Longanesi), ha fatto due podcast, ha creato un team di «allenatori della mente», oltre a una scuola di coaching. E alla fine del 2025, come una ciliegina sulla torta, ha vinto il «Globe Soccer Awards» a Dubai, dove per la prima volta tra i premiati c’era la sua categoria professionale.
Ci parli della sua famiglia e del suo “ingombrante” padre, l’industriale meccanico Paolo Romanazzi, figura leggendaria del jet set degli anni 60-70-80. Tutti lo ricordano come un celebre playboy. Che ricordo ha di lui? La sua famiglia com’era? «Patriarcale. Ma mi ha segnata in un modo diverso. Per nove anni ho lavorato nell’azienda di mio padre (Paolo Romanazzi, ndr), pur essendo molto infelice. Quando decisi di intraprendere la strada del coaching, lui mi ostacolò in ogni modo, arrivando a rimproverare mio marito perché mi “faceva uscire” a seguire i corsi». Lei ha scritto due saggi (il terzo uscirà ad aprile: La tua bussola sei tu, Longanesi), ha fatto due podcast, ha creato un team di «allenatori della mente», oltre a una scuola di coaching. E alla fine del 2025, come una ciliegina sulla torta, ha vinto il «Globe Soccer Awards» a Dubai, dove per la prima volta tra i premiati c’era la sua categoria professionale.
Le sue figlie lavorano con lei? «Solo le maggiori, Costanza e Ludovica, che hanno 29 anni: la prima è mental coach e segue grandi atleti, compresa una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Parigi; Ludovica è il mio braccio destro sul piano organizzativo. Camilla si occupa di moda».
Va ancora nelle scuole? «Sì, da poco a Fasano. È incredibile l’attenzione dei ragazzi: nessuno gli insegna ad avere fiducia in sé, a coltivare l’autostima, a sognare. Ricordo con emozione un compagno delle mie figlie: mi scrisse dopo la laurea in ingegneria dicendo che quel traguardo lo aveva raggiunto grazie alle mie parole ascoltate nell’aula magna della scuola».
Chi può essere il nostro più grande alleato? «L’ironia, utile a disinnescare il critico interiore».
Quale atleta del passato avrebbe voluto seguire? «Non so cosa avrei dato per lavorare con Borg e McEnroe».
E c’è qualcuno con cui non ha mai voluto lavorare? «Sì: aziende di scommesse, di tabacco o di prodotti chimici. Non voglio fare cose che rischiano di farmi entrare in conflitto con i miei valori».
Nicoletta Romanazzi, ha visto le Olimpiadi invernali? «Sì, certo! Sono state bellissime e piene di risultati straordinari da parte dei nostri atleti».
Ne ha seguito uno? «Sì, nello sci alpino: non posso dire il nome. Abbiamo portato a casa una medaglia».
Chi l’ha colpita di più? «L’incidente di Lindsey Vonn forse era evitabile. Mentre temo che Ilia Malinin non sia riuscito a gestire la pressione delle aspettative: la paura di fallire e di deludere i genitori e il mondo esterno ha preso il sopravvento».
E della nostra fantastica Federica Brignone cosa dice? «Ha ottenuto un risultato incredibile e penso sia potuto succedere perché si è permessa di accogliere le sue fragilità. Ha vissuto le gare senza aspettative».
Nicoletta Romanazzi, 58 anni, è la mental coach che Marcell Jacobs ringraziò pubblicamente dopo i due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Lì, il suo «bottino» finale fu di quattro medaglie: le altre due le «vinse» con i karateka Luigi Busà e Viviana Bottaro.
Che effetto le ha fatto stare sul palco accanto a Ronaldo e agli altri giganti dello sport? «La mia emozione era tutta per Novak Djokovic. Ho fatto in modo di stare vicino a lui nella foto di gruppo. Si è perfino congratulato con me in italiano. Io amo il suo modo di lavorare: fa yoga, meditazione, tutte cose con le quali ho molta familiarità».
Un tennista con il quale vorrebbe lavorare oggi? «Musetti. Quando lo vedo fermarsi sempre a un passo dalla grande vittoria ci vedo degli autosabotaggi inconsci. Avrebbe proprio bisogno di allenare anche la mente, non solo il corpo».
Non possiamo non parlare di Jacobs. «Grazie a lui tutti all’improvviso sapevano quello che facevo. Ma io ero mental coach già da vent’anni».
Però non lo segue più. «No, infatti. Dopo Tokyo, il nostro lavoro era diventato molto sporadico, ma ci stava. È giusto che gli atleti camminino con le loro gambe».
C’è lei dietro i gesti del velocista sui blocchi di partenza? «Sì. Quando incrociava le braccia sul petto, per esempio, abbracciava il suo bambino interiore e lo preparava alla corsa che avrebbero fatto insieme».
Il pilota del Moto Gp Luca Marini la chiamò per liberarsi dell’ombra del fratello, Valentino Rossi? «Ma no, anzi: il fratello non è mai stato oggetto del nostro lavoro. Luca ha un carattere opposto ed era questo che limitava il suo rapporto con il team, i giornalisti e il pubblico: eccesso di timidezza». con Luca Marini
Un traguardo condiviso? «Un giorno disse che aveva problemi nei sorpassi. E mi spiegò che si concentrava sull’ostacolo, cioè sul motociclista, per trovare il modo di superarlo. Io lo incoraggiai a concentrarsi, piuttosto, sugli spazi vuoti. Dopo che lo sperimentò la prima volta in gara, mi telefonò entusiasta: “Nico, non ci crederai, vedevo solo vie di fuga!”».
È un po’ quello che facciamo noi ogni giorno: ci concentriamo sui problemi e non sulle soluzioni. «Un esempio semplice è la dieta. Se continuiamo a ripeterci che non dobbiamo mangiare, la fame aumenterà, perché la nostra mente non accetta il rifiuto. Ci aiuta di più dirci: ora voglio mangiare sano, mangiare bene, fare in modo che il mio fisico sia in forma».
Donnarumma la cercò al Paris Saint-Germain. «Con una squadra di campioni sempre in attacco, faceva fatica a tenere alta la concentrazione quando gli avversari riuscivano ad arrivare nella sua area».
Con lui cos’ha fatto? «L’ho aiutato a gestire la pressione, perché per i tifosi un gol è sempre colpa del portiere. E a mantenere alta la concentrazione».
Avrete lavorato anche sulla tifoseria milanista... «Sì, in particolare in vista della prima partita tra il PSG e il Milan. Ha accettato che i tifosi si fossero sentiti traditi, anche se non aveva lasciato la squadra con quell’intenzione e pure lui aveva sofferto».
Un altro «suo» portiere è Mattia Perin. «Mattia è diventato talmente bravo che potrebbe già fare il mental coach. Abbiamo cominciato a vederci otto anni fa, mi aveva chiamato per allargare il team di preparatori. Lavorammo subito sulla gestione dell’errore».
Cosa vuol dire? «Mattia andava in tilt: dopo un gol subìto poteva passare una settimana a guardare documentari in tv, senza rivolgere la parola a nessuno. Il karateka Luigi Busà è un altro che si arrabbiava moltissimo dopo un errore. Con entrambi il lavoro è stato di percepire l’errore come un alleato prezioso per capire cosa migliorare. Con Mattia siamo riusciti ad allentare la parte competitiva. Oggi è un leader nello spogliatoio».
Il nostro peggior nemico? «Noi stessi. Il critico interiore può diventare un killer se non impariamo a riconoscerlo e a dargli il giusto peso. Non è un caso che certi atleti si infortunino spesso. Se guardiamo alla nostra vita, quando cominciamo ad ammalarci spesso, il nostro corpo ci sta chiedendo aiuto per l’eccesso di pressione».
L’attivista Cathy La Torre cosa ha imparato con lei? «A non farsi schiacciare dagli attacchi esterni, che non sono mai rivolti a lei, ma a ciò che rappresenta. Per dire: se una persona è cresciuta in una famiglia patriarcale, non può che respingere l’idea di una donna che si dichiara omosessuale, va in tilt quando l’ascolta».
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