Giudice Angela Maria Socci (alto magistrato della Cassazione, ndr) parliamo del serial Portobello di Marco Bellocchio su Enzo Tortora. Giustizia e spettacolo, si intrecciano in una delle più grandi tragedie della giustizia italiana. La gente comune pensa che l’ingiusta detenzione o finire nel tritacarne mediatico come Tortora siano frutto della semplice volontà malevola di qualcuno e non di un meccanismo che produce distorsioni. Dalla sua esperienza, è cosi?
Sì, è proprio così, lo pensano ma è falso. Il caso Tortora è una vicenda che ha stritolato delle vite e può succedere a tutti. Le persone non se ne rendono conto. E’ evidente studiandolo
Nella prima puntata c'è l'idea che puoi essere un idolo, una star amatissima da tutti i ceti sociali, metà del Paese ti adora ma non ti salvi, neanche tu, quando arriva la macchina della giustizia. Ho percepito questa tensione e lei?
L'ha percepita bene perché lì Bellocchio fa un'operazione molto elegante: mette in correlazione il massimo della notorietà di Tortora, i 28-30 milioni di spettatori, un coinvolgimento collettivo della società nel suo programma, e l’arrivo della mannaia, proprio perché sei noto, e quando hai questa notorietà…
C’è il faro che illumina te ma acceca chi non sopporta di restare al buio?
Esattamente ed entrano in campo anche sentimenti bassi come l'invidia che è uno dei mali del mondo
Vediamo l’arresto di 850 persone per una mega inchiesta contro la Camorra che insanguina le strade di Napoli e i magistrati si ritrovano un’agendina con il nome del più grande presentatore del momento
Mi ha colpito una frase che Tortora pronuncia, non lo so se fatta dire da Bellocchio nella fiction o se detta davvero, ma è emblematica e dà il tono a tutto il film. Un bambino di una scuola chiede al presentatore se perdona i giudici che l’hanno ingiustamente arrestato, come fece Gesù. E lui risponde: “Gesù Cristo, rivolgendosi al Padre, quando è sulla croce, dice: perdona loro perché non sanno quello che fanno ma i miei giudici sanno perfettamente quello che stanno facendo, quindi non li posso perdonare”. Ricostruzione libera o meno si comprende che il personaggio intuisca che non lo avrebbero mollato, anche se vi erano tutte le contraddizioni di questo mondo
Il buio e la luce, i pentiti e la macchina. Nella seconda puntata vediamo subito la nascita del mostro mediatico. Nel serial notiamo come la macchina giudiziaria proceda comunque anche se ci sono incongruenze. Emblematico l’interrogatorio della proprietaria dell’agendina che esterrefatta spiega come quel nome riportato sia “TORTONA”, cognome di un bibitaro, e non “TORTORA”: “C’è anche il numero di telefono, chiamatelo”, dice la donna al giudice. Ma i pentiti pesano di più
La serie mette in rilievo alcuni elementi processuali un po' romanzati naturalmente, però sostanzialmente riproducono quello che è successo. C'è una bellissima scena più o meno su questo, quando esce l'articolo di Enzo Biagi, che scrive: E se Tortora fosse innocente? E sì vede la Procura che butta il giornale nel cestino. Naturalmente è romanzato. Ma se un giornalista di quel livello ti pone il problema il dubbio dovrebbe restare
Come mai non è accaduto?
E’ una questione culturale e di contesto. Nei magistrati la modestia e la prudenza sarebbero una luce, Falcone ad esempio era molto prudente: quando i pentiti gli facevano rivelazioni le verificava anche nei micro dettagli per capire se dicessero bugie
In generale, il tentativo di mettersi nei panni degli altri quanto è diffuso nella cultura giuridica oggi, tra PM e giudici?
Pochissimo. Pensi che una volta si poteva arrestava in udienza il testimone che si ritenesse bugiardo. In questo caso minacci l’arresto e allora il testimone pensa: “Che faccio, continuo a dire la mia versione o dico il falso per non farmi arrestare?”. Quando si forza la mano a un testimone, non si fa una buona pratica per la giustizia, si può incorrere in un errore, si può falsificare il risultato
Un approccio barbarico perché si ha un potere enorme
Sì, il potere di arrestare le persone. Anche se hai un'idea di come sono andate le cose prima di vederle dalle prove può essere un pregiudizio e il pregiudizio è una bestia per i giudici
Si è visto di tutto nella giustizia italiana…
Sì anche casi di cronaca in cui i giudici hanno scritto la sentenza prima di sentire gli avvocati, senza ascoltare la difesa. Come fai a scriverti la sentenza prima?
I pentiti sono una chiave centrale del film, poi la continua commistione tra i due livelli, l’accusa che persegue il presentatore e il giudice che deve decidere se rinviarlo a giudizio. Parlano insieme, cercando di farsi un’idea insieme. Ricostruzione romanzata o meno dove è il giudice terzo?
Nel film a un certo punto è il pentito Pandico a dettare le interpretazioni al giudice istruttore: drammatico. Pandico sostiene che il numero telefonico sull’agendina fosse un codice segreto. Ma come fa ad essere un codice se corrisponde a un numero telefonico reale? Non quadrava niente eppure... Nel film è stato ricostruito così, a mostrare una delle tante palesi incongruenze
Tra loro c’è Pasquale Barra detto ‘o animale, perché nella leggenda avrebbe mangiando il cuore di un rivale? E’ vero che lei lo ha incontrato?
Sì, ero a Campobasso, facevo l'ufficiale giudiziario prima della laurea e andai in carcere per l'esecuzione delle spese di giustizia, un proforma dove si accertano le eventuali risorse economiche in possesso. Non ne aveva. Dissi a Barra: “Firmi qui il verbale”; e lui mi rispose: “Io non ho mai firmato”. Replicai: “Se non vuoi firmare perché sei analfabeta va bene, sennò scrivo che…”. Lui mi interruppe indispettito: “Io non sono analfabeta, non firmo”. Nacque un innocuo battibecco. Gli dissi: “Se vuoi firmare firmi, se no scrivo che non vuoi firmare”. Ma lui firmò e questa novità fece molto scalpore nell’ambiente perché erano sempre andati tutti via a mani vuote
Pentiti ed opinione pubblica. I primi motivati da convenienza e anche quando non ce l’hanno si ritrovano a sostenere l'impianto accusatorio perché ricevono premi. L'opinione pubblica è invece il palcoscenico dove si gioca la partita e, al di là dei fatti processuali, sembra il luogo della vera battaglia
Il film va vedere l'avvocato Della Valle, bravissimo l’attore, con la sua modestia che si fa affiancare da un altro legale perché la montagna è troppo alta da scalare da soli, che dice: “Apprendiamo le notizie dalla stampa in edicola”. C'è chi diffonde queste notizie. Evidentemente le diffondeva chi sapeva e quelle notizie uscivano ad arte per portare l’opinione pubblica dalla propria parte. Non si fa così! Il rischio, perché siamo umani, è che il magistrato faccia la prima donna
Colpisce
Così anche la ricostruzione dell’arresto. Bellocchio mostra bene come i carabinieri aspettassero la RAI per le riprese di Tortora e come il presentatore mostrasse le manette, forse per evidenziare di più l’assurdità del caso, l’errore. In quel momento non comprende ancora che sarebbe entrato in una spirale molto lunga. Penso alla vicenda della Salis e alle sue manette e ricordo che in Italia lo abbiamo sempre fatto, anche durante Tangentopoli. Si sobilla l'opinione pubblica che è forcaiola, soprattutto quando si tratta di uomo famoso o di potere. Penserà: evidentemente se gli hanno messo le manette qualcosa avrà fatto!
Non mi sogno di accostare questi alla giustizia dei nostri tempi, ma mi viene il dubbio che centinaia di anni di supplizi, quando le persone venivano torturate e anche squartate in pubblica piazza, sono entrate nel DNA del manettaro o no?
La storia di un popolo, la sua cultura viene da quello che siamo stati nei secoli, non solo negli ultimi vent'anni. L'inquisizione che abbiamo avuto, ancora ritorna prepotentemente in certe forme di moralizzazione che si manifestano oggi in modi differenti dal passato
Nella quarta puntata a un certo punto entrano in campo i RADICALI di Marco Pannella. Un esponente storica, Monica Mischiatti, mi ha ricordato il clima di odio del tempo. Mi ha detto: “Oggi giustamente Tortora viene considerato un martire della giustizia italiana ma quando lo candidammo la gente ci trattava mala, disgustata. La massa era contraria come in una gogna. Questo la dice lunga sul livello di conoscenza e consapevolezza che le persone comuni hanno dei meccanismi della giustizia in Italia”
A un certo punto della storia molti capirono che Tortora era innocente, lo capì Enzo Biagi che scrisse un articolo, lo capì Vittorio Feltri che fece una sua indagine giornalistica, lo capirono in tanti e quel genio di Pannella lo comprese fino a investire politicamente sull'innocenza di Enzo Tortora e vinse
La politica con i RADICALI ha giocato un ruolo salvifico e rivelatore, mettendosi a fianco di un innocente, dandogli forza: una cosa impensabile oggi
Pannella era un uomo d'altri tempi e ci fece una battaglia politica. Aveva una sensibilità unica, coltissimo era raffinato, aveva empatia, era uno che faceva battaglie per i diritti civili, quando i diritti civili non si sapeva neanche cosa fossero. Quindi lui sostanzialmente aveva visto giusto e tutti compresero l'innocenza di Tortora
Poi nel film c’è la famosa dichiarazione...
Sì, Tortora lì diede uno schiaffo ai magistrati perché tutti gli chiedevano, se si sarebbe avvalso dell'immunità parlamentare e lui rinunciò. Questo fu un grande gesto, di un uomo integro e di un grande intellettuale
C'è anche un elemento di linguaggio, un uomo, Tortora, che parla una lingua quasi affettata, non molto popolare e che vive in un mondo tutto suo proprio dal punto di vista linguistico. Lì si capisce la distanza tra il suo modo di essere, i camorristi e la massa. Dentro questa distanza si è incistata una storia terrificante
Gli inquirenti secondo me a un certo punto si resero conto che c’era qualcosa che non andava. E’ sempre un esercizio di grande onestà intellettuale ammetterlo e dovevano fare un passo indietro ma non lo fecero. Enzo Tortora era un uomo di un'intelligenza brillante, lo dimostra il programma che ha fatto, un uomo raffinato, molto sensibile. La serie, in modo plastico, ti fa entrare dentro la sua sensibilità. Vedi il rapporto con le donne, con la figlia, con i deboli. Rende umano questo personaggio, più umano di quello che noi potevamo immaginare, con un grande interprete, Fabrizio Gifuni. Rappresenta l'umanità, la finezza che è caduta in un vortice più grande e lotta con tutte le sue forze. Questo il regista Belloccio lo mette molto in luce, era un leone che lottava
Tortora ha lottato non solo per sé, lottava per la civiltà giuridica e questo lo rende un grande uomo
Bellocchio lo mostra. Tortora resta un caso aperto, una ferita non rimarginata, grazie anche alla sua lotta eroica e a quella dei Radicali che ci hanno creduto, soprattutto Marco Pannella
Il serial trasmette questo dramma che poi porterà Tortora alla morte ma anche le figlie a sobbarcarsi un peso inaccettabile
Grande storia umana, drammatica ma è un affresco del nostro Paese. Grande regia di Bellocchio, anche nello stile, nelle inquadrature, nel montaggio, nei personaggi. Alcune frasi possono essere romanzate ma questa no. “Io sono innocente. Lo dicono i fatti, lo dicono le carte. E spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi”. Ecco la grandezza di Tortora e la grandezza di una lezione che arriva a noi. Per questo motivo questo film è uno spaccato civile del nostro Paese.