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Occhi sulla Terra, satelliti e piattaforme stratosferiche contro le nuove emergenze climatiche per prevenzione rapida e integrata

Dall’agricoltura di precisione alla tutela dell’ambiente: perché osservare meglio significa prevenire di più, integrare dati da satelliti e piattaforme stratosferiche per decisioni tempestive e territori più sicuri

11 Febbraio 2026

Occhi sulla Terra, satelliti e piattaforme stratosferiche contro le nuove emergenze climatiche per prevenzione rapida e integrata

Pianeta Terra

Non servono più solo “previsioni del tempo”: oggi, con eventi estremi sempre più frequenti, serve anche capire in anticipo dove un territorio sta diventando fragile.

È qui che entra in gioco il monitoraggio della Terra: una rete di sensori che osserva dall’alto campi, fiumi, coste e città, trasformando immagini e misure in informazioni utili per chi decide e per chi interviene.

Negli ultimi anni l’osservazione satellitare ha fatto passi da gigante. I satelliti vedono vaste aree, tornano a sorvolarle con regolarità e permettono confronti nel tempo: una fotografia dopo l’altra, per riconoscere cambiamenti che a occhio nudo sfuggono.

Accanto allo “sguardo” dallo spazio stanno però crescendo le piattaforme stratosferiche: mezzi che operano ad alta quota, tra volo e spazio, e che possono restare a lungo sopra la stessa zona, offrendo osservazioni più continue e flessibili rispetto a un passaggio orbitale.

In Italia ad esempio su questo fronte lavora il CIRACentro Italiano Ricerche Aerospaziali –,  sviluppando piattaforme stratosferiche pensate per restare in persistenza e in prossimità dell’area di interesse, con sensori avanzati capaci di intercettare segnali precoci di criticità.

Il punto non è scegliere tra satelliti o piattaforme: la svolta vera è integrarli. Incrociare dati che arrivano da più sorgenti – spazio, stratosfera, reti a terra – consente una lettura più completa e continua del territorio.

Uno dei campi dove questa integrazione sta già cambiando le cose è l’agricoltura di precisione. Con mappe aggiornate su vigore delle colture e stress idrico, un’azienda può irrigare dove serve davvero, ridurre sprechi e interventi, individuare in tempo anomalie legate a malattie o parassiti.

Anche il monitoraggio ambientale beneficia di un “cielo connesso”: dalla qualità delle acque alla salute delle foreste, dal controllo dell’erosione costiera fino all’individuazione di incendi o sversamenti, spesso l’allerta più efficace è quella che arriva quando il problema è ancora piccolo.

Ma è sul fronte meteorologico che l’osservazione dall’alto può diventare decisiva. Non basta sapere che arriverà pioggia intensa: occorre capire come si muoverà, quanto durerà e quali aree, già sature d’acqua, sono più esposte a frane e allagamenti.

Per questo le piattaforme stratosferiche, grazie alla capacità di “stazionare” sopra un’area, possono seguire l’evoluzione di un sistema perturbato quasi in tempo reale, mentre i satelliti forniscono il quadro più ampio e la continuità storica dei dati.

Il risultato è un’informazione più pronta per la Protezione civile, per i sindaci, per i gestori di strade e infrastrutture: dove intensificare i controlli, dove chiudere preventivamente, dove concentrare mezzi e persone prima che l’emergenza esploda.

La recente catastrofe di Niscemi, in Sicilia, lo ricorda con forza. Dopo giorni di piogge torrenziali a fine gennaio, una frana di grande estensione ha aperto una lunga ferita nel territorio e costretto a evacuazioni e interventi in condizioni difficili e instabili.

In una situazione del genere, un monitoraggio più capillare e continuo avrebbe potuto aiutare almeno su tre piani: rafforzare l’allerta con indicatori oggettivi (pioggia accumulata e saturazione dei suoli), seguire l’evoluzione del dissesto con osservazioni ripetute, e supportare le squadre sul campo con mappe aggiornate delle aree più a rischio.

Non esiste una tecnologia che “fermiuna frana. Ma esiste la possibilità di ridurre il tempo che separa i primi segnali dall’azione concreta: evacuare prima, mettere in sicurezza prima, limitare i danni prima.

È anche una questione di organizzazione dei dati: trasformare misure complesse in avvisi chiari, comprensibili e tempestivi. In questo senso, la ricerca non riguarda solo i sensori, ma anche i metodi di analisi e l’integrazione tra fonti diverse.

Il Lavoro del CIRA segue proprio questa direzione: piattaforme stratosferiche e tecnologie di analisi per una valutazione più completa e continua del territorio, utile dalla gestione delle emergenze alla sicurezza di cittadini e infrastrutture.

In questa fase il Centro apre anche un nuovo capitolo istituzionale. Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha indicato alla guida del CIRA un nuovo Presidente: il prof. Tommaso Edoardo Frosini, chiamato a dirigere il Centro, affidandogli obiettivi strategici tra i quali lo sviluppo di tecnologie per il monitoraggio dell’ambiente e del territorio.

Il tema, oggi, è far dialogare ricerca, industria e servizi pubblici. Perché i dati non restino “in orbita” o in laboratorio, ma arrivino a chi deve decidere in ore, non in giorni.

Quando il clima accelera, anche la prevenzione deve accelerare. Per farlo servono strumenti che guardino dall’alto, ma con i piedi ben piantati nei bisogni di chi vive e amministra i territori.

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