03 Marzo 2026
Trump e Meloni, fonte: imagoeconomica
C’è un convitato di pietra che aleggia nei corridoi di Palazzo Chigi. E non è un leader dell’opposizione. È la guerra mediorientale accesa da Donald Trump contro l’Iran.
E stavolta, assicurano fonti ben informate, a tremare non è solo la Farnesina ma la stessa Giorgia Meloni. Il motivo? Il referendum sulla giustizia rischia di finire travolto dal rumore dei missili. E sullo sfondo spunta il dossier più esplosivo: l’uso delle basi Nato in Italia.
Nei sondaggi che circolano nei palazzi romani – quelli veri, non le veline ottimistiche – il fronte del No sarebbe avanti. Non di un abisso, ma abbastanza da far scattare l’allarme.
Il problema, spiegano le stesse fonti, è che con una guerra in corso tra Washington e Teheran l’agenda mediatica cambia radicalmente: talk show monopolizzati dagli scenari bellici, aperture dei tg sui bombardamenti, analisti militari in tour permanente. Tradotto: pochissimo spazio per spiegare i quesiti, pochissimo margine per recuperare consenso.
Per Palazzo Chigi è un incubo comunicativo: se il referendum viene oscurato, la rimonta diventa quasi impossibile.
Ma c’è un secondo nodo, ancora più politico. La premier ha costruito negli anni un rapporto privilegiato con Trump, presentandosi come l’interlocutrice europea più affidabile della nuova amministrazione repubblicana.
Il punto è che oggi il leader americano divide e – dopo l’escalation con l’Iran – polarizza ancora di più l’opinione pubblica italiana. Una guerra nel Golfo non scalda i cuori dell’elettorato moderato, anzi.
Il timore, in ambienti di maggioranza, è che la vicinanza a Trump possa trasformarsi in un boomerang proprio alla vigilia del voto: l’opposizione è pronta a cucire addosso alla premier l’etichetta di “sponsor italiano” della linea dura americana.
Ma il retroscena più delicato sarebbe un altro. Secondo quanto filtra, da Washington sarebbe già arrivato un segnale: la possibilità di utilizzare le basi Nato in Italia in caso di ulteriore escalation contro l’Iran.
Non una richiesta formale – almeno per ora – ma un “heads up” politico fatto arrivare a Palazzo Chigi. Una comunicazione preventiva che, però, avrebbe gelato più di un consigliere.
Perché qui il calcolo è semplice: se l’Italia dovesse concedere l’uso operativo delle basi, la reazione dell’opinione pubblica potrebbe essere durissima. Gli italiani storicamente digeriscono male il coinvolgimento diretto in guerre lontane, soprattutto se percepite come iniziative unilaterali americane.
E in piena campagna referendaria, una scelta del genere rischierebbe di incendiare il clima, compattare le opposizioni e trasformare il voto sulla giustizia in un referendum politico sulla politica estera del governo.
Così, mentre ufficialmente si ribadisce “massima attenzione agli sviluppi internazionali”, nei corridoi si lavora di cesello: prudenza nei toni, nessuna dichiarazione muscolare, equilibrio calibrato al millimetro tra fedeltà atlantica e sensibilità domestica.
Il paradosso è tutto qui: una leader che ha fatto dell’asse con Washington un punto di forza ora deve evitare che quell’asse diventi una zavorra.
Morale della favola? Il referendum sulla giustizia rischia di giocarsi molto più a Teheran che a Roma.
Di Ghost Dog
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2026 - Il Giornale d'Italia