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Referendum giustizia, la firma lampo di Mattarella avvisa l’ANM: dal Colle stop ai giochi sul rinvio - RETROSCENA ESCLUSIVO

Sergio Mattarella guarda il copione del referendum sulla separazione delle carriere e vede un rischio preciso: che la partita scivoli dal terreno della riforma a quello di uno scontro frontale tra politica e magistratura

09 Febbraio 2026

Sergio Mattarella

Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Dal Colle più alto la scena assomiglia a un teatro dove tutti urlano e nessuno ascolta. Sergio Mattarella guarda il copione del referendum sulla separazione delle carriere e vede un rischio preciso: che la partita scivoli dal terreno della riforma a quello di uno scontro frontale tra politica e magistratura. Per questo la sua firma, arrivata in poche ore sul nuovo decreto che riscrive il quesito ma conferma la data del voto, non è stata un atto notarile. È stata una mossa politica, un cartellino giallo sventolato soprattutto all’ANM e ai professionisti del rinvio.

Il clima, al Quirinale, è elettrico. Negli ultimi dieci giorni il presidente è dovuto intervenire due volte, prima sul decreto sicurezza e poi sul testo pro-ponte sullo Stretto, sempre con quel metodo tutto suo: poche parole, messaggi chirurgici, nessuna sceneggiata. Ma sul referendum la temperatura è salita oltre il livello di guardia. La magistratura associata ha trasformato la consultazione in un derby identitario, parlando di pubblico ministero ridotto a passacarte del governo. Una narrazione che al Colle giudicano forzata, se non tossica.

Poi è arrivato il capolavoro procedurale dei quindici cittadini autorizzati dalla Cassazione a raccogliere firme parallele, nonostante due iniziative parlamentari già depositate. Un’operazione dal retrogusto furbo, rivendicata senza troppi giri di parole dagli ambienti del No. Il ricorso contro la data del 22-23 marzo è stato accolto e la Suprema Corte ha imposto un quesito più analitico, “inventandosi” di fatto una nuova lettura dell’articolo 138 della Costituzione: le richieste si sommano, i promotori si moltiplicano, i tempi si allungano. Tradotto: il referendum può finire nel congelatore.

A quel punto Mattarella ha capito che la palude stava per inghiottire tutto. È partita un’interlocuzione diretta con Giorgia Meloni, tesa ma pragmatica. Risultato: nuovo DPR, quesito ritoccato secondo i desiderata della Cassazione e data confermata. Dal Quirinale filtrano parole scelte con cura – “soluzione giuridicamente ineccepibile” – ma il sottotesto è chiaro: il gioco dell’ostruzionismo è finito.

La firma fulminea del presidente ha spiazzato più di un giocatore. Nelle file dell’ANM l’hanno letta come un altolà, nelle opposizioni come un mezzo assist al governo. Mattarella sa benissimo che qualunque gesto verrà interpretato come una presa di posizione, ma non intende farsi trascinare nella rissa. Arbitro sì, spettatore no.

Resta l’incognita di un nuovo ricorso, magari al TAR, che trasformerebbe la campagna in una guerriglia legale permanente. Prospettiva che al Colle fa venire l’orticaria: il Capo dello Stato teme un corto circuito istituzionale in cui ognuno parla solo alla propria curva.

Intanto la sinistra ufficiale si è accodata alle tesi dell’ANM e guarda con sospetto chi, nel suo campo, osa schierarsi per il Sì. Il referendum è diventato un regolamento di conti travestito da battaglia costituzionale. Mattarella osserva, prende appunti e prova a tenere la barra dritta: nessuno sconto a Meloni, come dimostrano i rilievi sui decreti, ma neppure coperture a chi sogna di governare dai tribunali.

Mancano quaranta giorni al voto e l’aria promette temporali. Dal Colle filtra un solo mantra: le istituzioni non sono un ring. La firma sul decreto è stata questo, un richiamo all’ordine. Chi vuole intendere, in toga o in doppiopetto, è avvisato.

Di Eric Draven

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