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Immigrazione, quali sono gli ostacoli per rimpatriare chi ha commesso reati, il governo: “7mila espulsioni nel 2025, aumentate del 12%"

Nonostante i numeri sull'immigrazione siano incoraggianti, sono molti i casi di espulsioni mancate in cui l’ordine di lasciare il territorio nazionale notificato a chi è irregolare viene semplicemente ignorato

09 Gennaio 2026

Immigrazione, quali sono gli ostacoli per rimpatriare chi ha commesso reati, il governo:  “7mila espulsioni nel 2025, aumentate del 12%"

Carabinieri controllano documenti di due uomini stranieri, fonte: imagoeconomica

Sarebbero quasi 7mila le espulsioni nel 2025, +12% rispetto all’anno precedente, ma dietro il dato annunciato dal governo restano gli ostacoli concreti ai rimpatri di chi ha commesso reati, tra ordini ignorati, ricorsi, difficoltà di identificazione e limiti negli accordi bilaterali con i Paesi di origine. Crescono i provvedimenti, ma ci si domanda ancora come mai sia così difficile allontanare dal territorio chi è pericoloso. 

Immigrazione, quali sono gli ostacoli per rimpatriare chi ha commesso reati, il governo: “7mila espulsioni nel 2025, aumentate del 12%

Nel 2025 i provvedimenti di espulsione e rimpatrio sono arrivati a quota quasi 7mila, in aumento rispetto ai 5.514 del 2024 e con una crescita del 12%. Il trend è in rialzo già dal 2022: 4.304 provvedimenti, poi 4.751 nel 2023 e oltre 5.400 nel 2024. A questi numeri si affianca il dato sugli sbarchi, che sarebbero circa 66mila nell’ultimo anno, in linea con il 2024 e molto inferiore al 2023. Sul fronte della sicurezza il Viminale ha segnalato un calo generale dei reati, ovvero –3,5% nel 2025, con diminuzioni per stupri, furti, maltrattamenti in famiglia, estorsioni e rapine. Dietro alle percentuali, però, c’è la parte più problematica del sistema che corrisponde all’effettiva esecuzione delle espulsioni. Spesso l’ordine di lasciare il territorio nazionale, notificato a chi è irregolare, viene semplicemente ignorato. Le persone diventano irreperibili, si spostano da una città all’altra, vengono rintracciate solo in occasione di nuovi controlli, e anche quando scatta il fermo il rimpatrio non è affatto automatico. Pesano le difficoltà di identificazione di soggetti che usano numerosi alias, i ricorsi contro il trattenimento nei Cpr accolti dai giudici, i costi e le procedure di accompagnamento scortato in aereo e i limiti degli accordi bilaterali. Alcuni Paesi fissano tetti settimanali agli ingressi dei rimpatriati, come la Tunisia che non accetta più di 80 rientri a settimana.

A complicare il quadro intervengono anche elementi apparentemente minori ma decisivi come passaporti scaduti che bloccano i rientri, certificazioni mediche che dichiarano incompatibile il trattenimento nei centri, casellari giudiziari incompleti o non aggiornati che non riflettono i precedenti reali. In alcuni casi, persone già colpite da ordini di allontanamento restano in libertà e vengono identificate più volte in diverse città senza che i provvedimenti riescano a tradursi in un rimpatrio effettivo. È in questa zona grigia, tra norme, ricorsi e ritardi amministrativi, che maturano anche vicende tragiche che riaprono il dibattito pubblico.

Le forze dell’ordine si scontrano ogni giorno con ostacoli giuridici, amministrativi e diplomatici che rallentano le procedure e aprono spazi di incertezza. I numeri ufficiali registrano un miglioramento, ma restano le domande su efficacia, tutela della sicurezza e rispetto dei diritti individuali in un ambito che tocca insieme immigrazione, giustizia e politica estera.

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