Raid Usa su Iran, in Italia 13mila soldati americani e possibile utilizzo di 7 basi con ok del governo in base a Memorandum 1995

Secondo gli accordi vigenti, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l'ok del governo italiano. Il quadro giuridico affonda le radici nel secondo dopoguerra: dal Nato Sofa del 1951 al Bilateral infrastructure agreement del 1954, aggiornato nel 1973, fino al Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995 che oggi rappresenta il riferimento principale

Gli Usa potrebbero utilizzare 7 basi italiane come trampolino di lancio per i raid sull'Iran. Sul territorio italiano sarebbero inoltre presenti 13mila soldati americani distribuiti nelle principali installazioni strategiche. Ogni eventuale utilizzo per operazioni offensive, però, richiede l’autorizzazione del governo italiano. Il quadro normativo di riferimento è quello definito dagli accordi bilaterali, fino al Memorandum d’intesa del 1995.

Raid Usa su Iran, in Italia 13mila soldati americani e possibile utilizzo di 7 basi con ok del governo in base a Memorandum 1995

L'America è in guerra con l'Iran, e l'Italia è uno degli avamposti principale in Occidente, con le 7 basi potenzialmente utilizzate e 13mila militari Usa di stanza sul nostro territorio. Tuttavia, il ruolo del nostro Paese non è automatico né scontato in termini operativi: la presenza americana si articola tra aeroporti, torri radar e porti, ma il loro utilizzo per finalità belliche resta vincolato a precisi accordi.

In questi giorni sotto i riflettori è finito lo scalo militare di Sigonella in Sicilia, dove si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, al momento impegnati in attività di rifornimento, logistica e sorveglianza aerea. Un’attività che conferma il valore strategico della base nel Mediterraneo, ma che non equivale a un coinvolgimento diretto in operazioni offensive.

Secondo gli accordi vigenti, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l'ok del governo italiano. Un passaggio politico imprescindibile che rimette al centro la sovranità decisionale dell’Esecutivo.

Nel contesto dell’attuale crisi, il governo ha già fatto sapere che eventuali decisioni sulla concessione delle basi Usa saranno condivise con il Parlamento. Il quadro giuridico affonda le radici nel secondo dopoguerra: dal Nato Sofa del 1951 al Bilateral infrastructure agreement del 1954, aggiornato nel 1973, fino al Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995 che oggi rappresenta il riferimento principale.

Oltre a Sigonella, la rete di installazioni comprende gli aeroporti militari di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, da cui una dozzina di F16 sarebbero già stati trasferiti, e Ghedi, in Lombardia, dove sarebbero custodite testate nucleari. A questi si aggiungono i porti di Napoli e Gaeta e le basi terrestri di Camp Darby, in Toscana, uno dei principali depositi di armi e munizioni americani in Europa, e Camp Ederle, in Veneto, insieme alla Caserma Del Din. Esistono poi ulteriori presidi minori e dislocazioni riservate.

La presenza militare statunitense non si limita ai 13mila uomini nelle basi: altri 21mila fanno parte della VI flotta della Us Navy, con una dotazione di circa 40 navi e 175 aerei tra combattimento e trasporto. Sul territorio nazionale operano inoltre sistemi avanzati di sorveglianza, come il Muos di Niscemi, che attraverso radar e satelliti monitora anche lo scenario mediorientale.