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Israele apre un nuovo fronte in Siria e demolisce Beirut: Netanyahu ridisegna il MO con le bombe, mentre l'Occidente tace

Il silenzio complice dell'Occidente non è neutralità: è corresponsabilità. In tal senso vale la pena citare, a titolo di vergogna collettiva, due nomi simbolo di questa Europa sonnambula e codarda: Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Unione, e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea

23 Marzo 2026

Netanyahu

Fonte: X @netanyahu

Mentre la guerra contro l'Iran brucia da più di 20 giorni e il Libano sprofonda sotto le bombe, Israeleha deciso di aprire un altro fronte, attaccando il sud della Siria. Escalation su escalation. Emorragia su emorragia. Benjamin Netanyahu, con la benedizione di Washington e il silenzio colpevole dell'Europa, sta procedendo metodicamente a ridisegnare la geografia politica e militare del Medio Oriente, lasciando dietro di sé macerie e morti.

La Siria meridionale nel mirino: i drusi come pretesto strategico

L'esercito israeliano ha attaccato una serie di obiettivi militari nel governatorato di Suwayda, nel sud della Siria. Il portavoce dell'IDF ha dichiarato che l'operazione si era resa necessaria a causa degli attacchi dell'esercito siriano contro la minoranza drusa che abita quelle aree. L'aviazione di Tel Aviv ha colpito un quartier generale dell'esercito siriano e alcuni depositi di armi in campi di addestramento delle forze di Damasco. Il governo del Presidente Ahmad al-Shara non ha commentato. Silenzio che non stupisce, in un Paese che deve barcamenarsi tra pressioni esterne e una frammentazione interna ancora irrisolta. Una milizia drusa indipendente ha raccontato sui social che nove persone erano state uccise in circostanze non precisate, dodici arrestate a un posto di blocco e altre sette rapite, con attacchi di razzi e droni su alcuni villaggi. Tel Aviv ha dichiarato che non permetterà al regime siriano di sfruttare la guerra con l'Iran e con Hezbollah per danneggiare i drusi, avvertendo che Israele agirà con maggiore forza se necessario. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha usato parole nette: chi colpisce i drusi sta colpendo dei "fratelli di Israele". Il pretesto umanitario è reale solo in parte. È vero che nella provincia di Suwayda si sono verificate uccisioni extragiudiziali e violenze attribuite a forze governative e tribù sunnite beduine, con circa 250-350 vittime totali tra civili e combattenti nelle ultime escalation. È vero che i drusi, minoranza etno-religiosa di circa un milione di persone sparsa tra Siria, Libano, Israele e Giordania, vivono una situazione di pericolo reale sotto il nuovo governo post-Assad. Ma è altrettanto vero, come ha osservato il Ministero degli Esteri siriano, che Israele ha agito sulla base di "pretesti inconsistenti e scuse inventate" (cosa che non sarebbe assolutamente una novità, come sappiamo bene), proseguendo la sua politica di ingerenza negli affari interni della Siria con l'obiettivo di destabilizzare la sicurezza nella regione (ed anche questa non è una novità, purtroppo). La lettura geopolitica è trasparente: Netanyahu ha assurdamente e prepotentemente dichiarato che Israele non permetterà il trinceramento militare siriano vicino al suo confine (ovvero all'interno di altro Paese terzo e sovrano, per intenderci, che avrebbe ogni diritto di schierare le proprie truppe ovunque nel proprio territorio) impegnandosi a mantenere la Siria sudoccidentale come zona demilitarizzata e affermando di non voler vedere emergere "un secondo Libano" al suo confine. Approfittando tra l'altro del vuoto di potere seguito alla caduta di Assad nel dicembre 2024, l'esercito israeliano è avanzato in Siria occupando nuovi territori nel Golan, alimentando tensioni settarie e intra-religiose. La protezione dei drusi è quindi come sempre un'operazione ipocritamente a geometria variabile: serve quando serve a Tel Aviv. È infatti evidente di come il "patrocinio" israeliano sui drusi è qualcosa di molto vicino a un pretesto per ribadire che l'esercito siriano non deve mettere piede vicino al confine con Israele. Non importa che i drusi siriani favorevoli a Israele siano una minoranza, o che il governo siriano non abbia fatto nulla di ostile a Israele; o anche che bombardare la Siria sia un'ingerenza in un altro Paese, appunto. Per Israele le cose vanno così, punto. Intanto, l'inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria e il Libano, Tom Barrack, ha definito "preoccupanti" i recenti sviluppi, dichiarandosi impegnato in sforzi di mediazione. Ma le tensioni non si sono allentate. La mediazione americana, quando c'è, arriva sempre dopo i bombardamenti, o anche durante, purtroppo.

Beirut non è più sicura da nessuna parte

Uno schema pericoloso si sta delineando in Libano, a poco più di venti giorni dalla ripresa massiccia dei bombardamenti israeliani sul territorio libanese. Nell'ultima settimana l'esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti sulla capitale, colpendo non solo la zona storicamente a maggioranza sciita di Dahieh, ma anche i quartieri centrali di Beirut. Secondo Reuters, si sono verificati quattro raid nell'arco di otto ore, tra l'una e trenta e le otto del mattino. L'esercito israeliano avrebbe diffuso un avviso sui social media prima di uno degli attacchi, ma non per gli altri tre. Questa è la "moralità" sionista dell'operazione: un avvertimento su quattro. Il resto è terrore puro. Un edificio di diversi piani colpito alla base da un missile israeliano che lo fa implodere su se stesso. Il palazzo diventa fumo, nuvole di polvere. In pochi secondi vengono polverizzati anni di sacrifici e di vita. Tra le voci che si levano dai quartieri bombardati, quella di Haytham Kaafarani, professore di Chirurgia ad Harvard: cittadino statunitense, aveva comprato e pagato a rate per anni un appartamento nel centro di Beirut, affinché i suoi figli potessero trascorrervi le estati. Israele, scrive Kaafarani, ha ridotto in macerie la casa dei suoi sogni, con armi americane pagate con le sue tasse. L'illusione che il centro della capitale libanese potesse considerarsi un'area sicura è stata definitivamente demolita insieme all'edificio di Bashoura. E non solo lì: a Ramlet al-Baida, sulla costa, un bombardamento ha colpito un'area in cui centinaia di sfollati dormivano nelle tende, provocando la morte di almeno otto persone. Il secondo attacco è arrivato quando erano già arrivati i soccorsi, attraverso la terribile, disumana e vigliacca tecnica del "double tap strike": colpire un obiettivo, attendere i soccorsi e poi colpire di nuovo per massimizzare le vittime. I numeri sono devastanti. L'UNICEF ha fatto sapere che, in quindici giorni, Israele ha ucciso o ferito ogni ventiquattro ore l'equivalente di una classe scolastica piena di bambini. Al 18 marzo, 111 erano stati ammazzati e 334 feriti. Almeno trentotto operatori sanitari sono stati uccisi in due settimane. In poche settimane la guerra ha provocato lo sfollamento di quasi un milione di persone e l'uccisione di più di mille vittime civili, di cui 118 bambini. Di fronte a tutto questo, l'Europa esprime "preoccupazione". Francia e Germania rilasciano dichiarazioni. Il Consiglio europeo si riunisce e discute. Intanto le bombe cadono, i palazzi crollano, i bambini muoiono. Il silenzio complice dell'Occidente non è neutralità: è corresponsabilità. In tal senso vale la pena citare, a titolo di vergogna collettiva, due nomi simbolo di questa Europa sonnambula e codarda: Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Unione, e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Due donne ai vertici del potere continentale capaci di invocare il diritto internazionale solo quando fa comodo, di indignarsi per un attimo per poi gettare immediatamente la spugna, incapaci — o meglio, deliberatamente riluttanti — a pronunciare una sola parola chiara (men che mai a far qualcosa, a prendere una decisione tipo sanzioni, ecc.) su quel che sta facendo Israele in Libano, in Siria, a Gaza. Su tutto quel che è possibile definire in un sol modo: crimine di guerra. La loro afasia non è diplomazia. È complicità. E anche questa, la storia la registrerà.

Di Eugenio Cardi

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