Hormuz, le vie alternative del greggio: dal Petroline sul Mar Rosso all'Adcop a Fujairah, fino ai porti dell'Oman - RETROSCENA
Oleodotti e nuovi hub portuali ridisegnano le rotte del petrolio: Arabia Saudita, Emirati e Oman puntano su alternative per ridurre la dipendenza da Hormuz
Con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana dopo l'aggressione israelo-statunitense del 28 febbraio, l'approvvigionamento del petrolio è diventato uno dei maggiori temi per tutti i Paesi del mondo. Tagliando fuori Hormuz, da cui passa circa un quinto del greggio mondiale, gli Stati stanno cercando vie alternative per far passare il petrolio, scongiurando una grave crisi energetica globale.
In Medio Oriente, zona cruciale per la produzione e la distribuzione dell'energia, si stanno creando delle soluzioni per ovviare al problema: dall'oleodotto Petroline, che attraversa l'Arabia Saudita fino a sfociare direttamente nel Mar Rosso, all'Adcop emiratino che spunta a Fujairah, nel Golfo dell'Oman, per finire con il rafforzamento dei porti dell'Oman.
Hormuz, le vie alternative del greggio: dal Petroline sul Mar Rosso all'Adcop a Fujairah, fino ai porti dell'Oman - RETROSCENA
La crescente instabilità nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale, sta spingendo i Paesi del Golfo e i loro alleati a rafforzare rotte alternative per l’esportazione di petrolio e gas. Con circa un quinto delle forniture mondiali che transitano attraverso questo passaggio strategico, il rischio di blocchi o attacchi ha accelerato piani già esistenti e stimolato nuovi investimenti infrastrutturali.
Tra le principali soluzioni figura il Petroline, noto anche come East-West Pipeline, gestito da Saudi Aramco. Questo oleodotto attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest, collegando i giacimenti del Golfo Persico al porto di Yanbu sul Mar Rosso. La sua capacità, già significativa, è stata progressivamente ampliata proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. In caso di blocco totale, il Petroline rappresenterebbe una delle poche vie in grado di garantire continuità alle esportazioni saudite, anche se non sufficiente a compensare completamente il traffico marittimo interrotto.
Un’altra infrastruttura chiave è l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (Adcop), che consente agli Emirati Arabi Uniti di trasportare il greggio dai giacimenti interni fino al terminale di Fujairah, affacciato sul Golfo di Oman e quindi fuori dallo stretto. Questo oleodotto, sviluppato dalla compagnia Adnoc, permette di bypassare completamente Hormuz per una quota rilevante delle esportazioni emiratine, aumentando la resilienza del sistema energetico regionale.
Parallelamente, cresce l’attenzione verso il potenziamento delle infrastrutture portuali in Oman, Paese che gode di una posizione strategica al di fuori del Golfo Persico. Il Porto di Duqm, in particolare, è al centro di un ambizioso piano di sviluppo che mira a trasformarlo in un hub energetico e logistico alternativo. L’espansione delle capacità di stoccaggio e carico potrebbe consentire ai produttori della regione di diversificare ulteriormente le rotte di esportazione, riducendo la vulnerabilità a eventuali crisi nello stretto.
Nonostante questi sforzi, gli analisti sottolineano che le alternative terrestri non possono ancora sostituire completamente il volume di traffico che attraversa Hormuz. Le pipeline esistenti hanno capacità limitate rispetto al flusso quotidiano di petroliere e richiederebbero ulteriori investimenti e tempi lunghi per essere ampliate significativamente. Inoltre, anche le rotte alternative restano esposte a rischi geopolitici e di sicurezza, soprattutto in un contesto regionale caratterizzato da tensioni crescenti.
La strategia attuale appare quindi orientata non a sostituire completamente lo stretto, ma a ridurne il peso strategico. Diversificare le vie di esportazione consente ai Paesi produttori di guadagnare margini di manovra e di attenuare gli effetti di eventuali interruzioni. Allo stesso tempo, queste infrastrutture rafforzano il ruolo geopolitico di attori come Arabia Saudita, Emirati e Oman, che si candidano a diventare nodi centrali di un sistema energetico più frammentato ma anche più resiliente.