Guerra Iran-Israele-Usa non solo sul campo, ma cognitiva, complice la censura criminale di Tel Aviv sulla stampa globale
Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa
Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa. Molti condividono senza capire il danno che fanno all’informazione cadendo così nel tranello della nebbia militare dove se tutto può essere falso, anche ciò che è vero si perde nelle migliaia di immagini false. Un po’ come con i file di Epstein.
Questa oscurità visiva va ben oltre la classica “nebbia militare”, è l'esito di una sofisticata e spietata strategia multi-dominio. Questa strategia integra l'applicazione draconiana della censura militare storica, la repressione legale e fisica del giornalismo indipendente sul campo, il blocco preventivo e coordinato dell'Open Source Intelligence (OSINT) satellitare su scala commerciale, e una raffinata gestione della cosiddetta "guerra cognitiva" (Cognitive Warfare). L'obiettivo di questa strategia è duplice: da un lato, negare al nemico informazioni tattiche vitali per la calibrazione dei propri sistemi d'arma; dall'altro, proteggere il morale e la stabilità psicologica di una nazione già profondamente traumatizzata, proiettando al contempo un'immagine di invulnerabilità tecnologica sul palcoscenico globale.
La censura militare israeliana
Il cosiddetto Censore Militare Israeliano, a differenza di molte democrazie occidentali dove la libertà di stampa gode di tutele quasi assolute anche in tempo di crisi, ha ereditato e mantenuto in vigore normative risalenti al mandato coloniale britannico che conferiscono alle autorità militari una giurisdizione eccezionalmente ampia sui mezzi di comunicazione. La Censura Militare Israeliana è un'unità governativa di massima sicurezza presieduta dal Capo Censore, un alto ufficiale militare nominato direttamente dal Ministro della Difesa. Il suo mandato ufficiale è quello di esercitare una censura preventiva su qualsiasi informazione, pubblicazione o trasmissione che possa compromettere la sicurezza dello Stato, rivelare dettagli sulle operazioni militari oltre confine o esporre segreti strategici, come il programma di armi nucleari del Paese (incluso il reattore di Dimona, ripetutamente minacciato dai funzionari iraniani come bersaglio primario).
L'Ordine Generale del Capo Censore, emanato nella sua forma moderna nel 1988, stabilisce un principio categorico: ogni individuo che stampi o pubblichi materiale concernente la sicurezza dello Stato ha l'obbligo legale di sottoporlo all'approvazione del censore prima della sua diffusione. Questo ordine non si applica unicamente ai giornalisti accreditati presso l'Ufficio Stampa del Governo (GPO), ma si estende a ogni singolo cittadino, blogger, attivista o utente di social media presente sul suolo israeliano. Ben prima dell'esplosione del conflitto diretto con l'Iran nel marzo 2026, la morsa della censura militare si era già stretta in modo allarmante. Ricerche indipendenti, tra cui i dati compilati dalla rivista investigativa +972 Magazine, hanno rivelato che nel corso del 2024 la censura militare israeliana aveva raggiunto il suo tasso più alto in oltre un decennio. Durante quell'anno, caratterizzato dalla sanguinosa campagna a Gaza e dai prodromi delle ostilità con l'asse iraniano, il censore ha bandito integralmente la pubblicazione di 1.635 articoli di stampa e ha parzialmente censurato e alterato altri 6.265 resoconti giornalistici. Si trattava di una media di circa 21 interventi di censura al giorno.
L'aspetto più insidioso di questo apparato, che lo distingue profondamente da altre forme di controllo statale, è il meccanismo della "censura invisibile". Ai media operanti in Israele è legalmente proibito indicare ai propri lettori o spettatori quando un articolo è stato sottoposto a revisione, quando determinati paragrafi sono stati soppressi o quando l'intera prospettiva di un reportage è stata alterata dall'intervento militare. Questo garantisce che il pubblico rimanga del tutto ignaro dell'entità del controllo esercitato sulle notizie che consuma. Le testate giornalistiche o i reporter internazionali che scelgono di disubbidire al censore, o che tentano di eludere il divieto segnalando di essere stati silenziati, rischiano l'arresto immediato, l'incriminazione per diffamazione criminale, la revoca dell'accredito giornalistico e l'espulsione dal Paese.
Direttive sulla censura dei media israeliani marzo 2026
Con l'inizio dei bombardamenti massicci iraniani su Tel Aviv, Gerusalemme e le basi nevralgiche del deserto del Negev (tra cui l'importante base aerea di Nevatim) nel marzo 2026, le regole d'ingaggio dell'informazione sono state drasticamente rielaborate per far fronte a una minaccia esistenziale. L'attuale Capo Censore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), il Generale di Brigata Kobi Mandelblit (succeduto o affiancato nelle direttive operative dal Generale Netanel Kula), ha emesso un nuovo, categorico set di linee guida rivolto sia ai network mediatici nazionali che ai corrispondenti esteri.
Le nuove disposizioni, comunicate ufficialmente tramite l'Ufficio Stampa del Governo, non si limitano a vietare la discussione di piani strategici, ma mirano chirurgicamente a sradicare la produzione e la condivisione di qualsiasi firma visiva del conflitto. In un ambiente mediatico in cui le immagini sono la valuta principale della credibilità giornalistica, queste direttive spiegano l'apparente anomalia della mancanza di video. Nello specifico, i divieti imposti nel marzo 2026 includono:
1. Il Divieto di Dirette Streaming dello Skyline: Durante i precedenti conflitti (come gli scontri a Gaza o la breve ma intensa guerra del giugno 2025), le reti televisive internazionali mantenevano telecamere fisse puntate sugli skyline delle città israeliane. Ora, l'esercito ha imposto un divieto assoluto di effettuare trasmissioni in diretta (live broadcast) che mostrino il panorama urbano o il cielo nel momento in cui vengono attivate le sirene antiaeree per segnalare l'arrivo di missili balistici o droni nemici.
2. Il Divieto di Documentazione delle Intercettazioni: Le spettacolari immagini notturne dei missili intercettori israeliani che tracciano scie luminose per colpire le minacce in arrivo sono state per anni una caratteristica distintiva della copertura mediatica. Tuttavia, le nuove direttive considerano la ripresa di queste intercettazioni come una violazione della sicurezza nazionale, proibendone severamente la registrazione e la messa in onda.
3. L'Oscuramento dell'Esatta Geolocalizzazione degli Impatti: È fatto divieto assoluto di filmare o fotografare i siti di impatto qualora questi si trovino all'interno o in prossimità di installazioni militari, basi di intelligence o siti di sicurezza. Anche nei casi in cui l'IDF conceda l'autorizzazione a documentare danni arrecati a infrastrutture prettamente civili (come condomini o centri commerciali), i giornalisti hanno il divieto tassativo di menzionare l'indirizzo esatto, inquadrare incroci riconoscibili o fornire punti di riferimento geografici.
4. Il Controllo sui Contenuti Generati dagli Utenti (UGC): Conscio che la principale falla nel sistema di censura deriva dai cittadini comuni, il comando militare ha emesso severi avvertimenti ai media professionali, intimando loro di non ripubblicare, rilanciare o trasmettere filmati amatoriali catturati da piattaforme social (come Telegram, X o Facebook) senza prima aver ottenuto una formale autorizzazione (clearance) preventiva da parte del censore.
Il Generale Kula ha esplicitato la ratio di questi divieti dichiarando che il loro "scopo primario è prevenire l'assistenza al nemico in tempo di guerra, che costituisce una minaccia tangibile alla sicurezza dello Stato".
Sicurezza operativa (Opsec) e la negazione della valutazione dei danni (Bda)
Nella guerra moderna, una fotografia può fornire una mappa telemetrica per i missili nemici. L'oscuramento visivo imposto in Israele si fonda su due necessità tattiche di sopravvivenza essenziali. Negare all'Iran la "Valutazione dei Danni" (Bda) e la calibrazione dei missili Avendo subito la distruzione di molti dei propri radar e centri di sorveglianza durante i raid preventivi alleati, l'Iran è di fatto "cieco" e dipende dai video pubblicati sui social media per capire dove siano caduti i suoi missili. I vettori balistici iraniani hanno un difetto strutturale: un "Errore Circolare Probabile" (Cep) elevato, ovvero una scarsa precisione. Per compensare questo limite, circa la metà dell'arsenale lanciato è stato equipaggiato con munizioni a grappolo. Se un cittadino o un reporter filmasse i crateri o le submunizioni inesplose sparse per le strade, fornirebbe all'intelligence iraniana l'esatto schema di dispersione. Con quei dati, Teheran potrebbe calcolare l'errore balistico e ricalibrare le coordinate per le ondate successive. Il blocco visivo toglie all'Iran il suo unico "mirino" di correzione post-lancio.
Inoltre l'intera guerra si basa su un'equazione economica piuttosto semplice dove l'Iran lancia sciami di droni kamikaze Shahed, che costano pochissimo (20.000-50.000 dollari), per esaurire le difese aeree. Per abbatterli, Israele e gli Stati Uniti sono costretti a utilizzare intercettori avanzati (come Arrow o Patriot) che costano milioni di dollari ciascuno. Poiché l'obiettivo iraniano non è solo colpire le città, ma localizzare, saturare e distruggere i preziosi radar e i lanciatori difensivi nemici, la censura interviene per proteggerli. Vietare i video delle intercettazioni in cielo è vitale: filmare la scia luminosa di un missile difensivo che decolla equivale a svelare le coordinate GPS esatte di quella batteria segreta, permettendo agli sciami di droni successivi di mapparla o di aggirarla volando nei "punti ciechi".
L’embargo visivo orbitale
La formidabile rete di censura a livello del suolo, che silenzia smartphone e telecamere dei reporter, risulterebbe inefficace se lo spazio orbitale rimanesse trasparente. In condizioni normali, i vuoti di informazione imposti dai governi totalitari o dalle nazioni in guerra vengono colmati dall'ecosistema OSINT globale, che acquista immagini ad altissima risoluzione da operatori di satelliti commerciali. Durante l'invasione dell'Ucraina o in teatri come il Sudan, le aziende spaziali private hanno garantito trasparenza quasi in tempo reale.
Tuttavia, nel marzo 2026, l'intera regione del Medio Oriente è stata posta sotto un inedito "embargo visivo orbitale". Le principali entità americane e occidentali di imaging terrestre, capitanate dalla californiana Planet Labs e da Vantor (la nuova entità sorta dalla divisione o acquisizione di Maxar), hanno volontariamente e proattivamente imposto gravi restrizioni all'accesso ai loro database satellitari per tutte le coordinate geografiche riguardanti Israele, il Golfo Persico, l'Iran e le basi militari alleate adiacenti.
L'embargo, che originariamente prevedeva un ritardo di rilascio delle immagini di 4 giorni (96 ore), è stato esteso in modo drastico a un periodo di 14 giorni (due settimane piene) per tutte le nuove acquisizioni visive. Questa decisione ha di fatto congelato l'attività delle ONG, degli accademici e del giornalismo investigativo spaziale.
La motivazione alla base di questo colossale oscuramento spaziale risiede nell'evoluzione della guerra multi-dominio. Nei primi giorni dell'Operazione Epic Fury/Rising Lion (che ha preceduto l'attuale fase di guerra), lo US Space Command e l'aeronautica israeliana hanno chirurgicamente distrutto e paralizzato i centri di comando spaziale militare dell'Iran, negando alla Repubblica Islamica la capacità di condurre in autonomia azioni di guerra elettronica, tracciamento radar e guida satellitare per i propri vettori. Avendo perso i propri "occhi" tecnologici, l'IRGC e l'intelligence iraniana si sono rivolti al mercato grigio e aperto, tentando di acquistare set di dati commerciali occidentali per monitorare in tempo reale l'esito dei propri bombardamenti su Tel Aviv, sulle basi saudite o su quelle emiratine, oppure per ottenere coordinate sui complessi missilistici di difesa occidentali.
Timorose di diventare fornitori involontari di dati per il targeting ("kill-chain") dei missili a grappolo iraniani o delle operazioni degli Houthi contro la navigazione e le basi alleate, Planet Labs e Vantor hanno bloccato il rubinetto dei pixel. Nel frattempo, i governi occidentali monitorano attentamente l'intervento di terze potenze spaziali: le agenzie di intelligence hanno seguito da vicino i movimenti della nave spia cinese di ultima generazione "Liaowang-1" (attrezzata per il tracciamento dei missili balistici occidentali e la sorveglianza avanzata), che sebbene si ritenga operi in stretto collegamento con le forze iraniane, recenti analisi OSINT la confermavano ancora trattenuta presso il porto di Shanghai. La guerra del 2026 ha dimostrato che quando l'orbita bassa terrestre (LEO) viene riconosciuta come dominio di scontro attivo, i fornitori di immagini commerciali cessano di essere attori neutrali e diventano partecipi del sistema di censura operativa.
Arrestare i giornalisti che non seguono le direttive
L'implementazione delle rigorose direttive di oscuramento visivo non si è basata unicamente sull'osservanza volontaria o sulla minaccia di sanzioni pecuniarie. Il governo di coalizione israeliano, spinto dalle componenti più intransigenti, ha schierato le proprie forze dell'ordine per sopprimere fisicamente la documentazione degli impatti missilistici in tempo reale, adottando tattiche che le organizzazioni per la tutela dei diritti dei media, come il Committee to Protect Journalists (CPJ) e Reporters Without Borders, hanno denunciato con allarme.
Pochi giorni dopo l'inizio dei bombardamenti di ritorsione iraniani, il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, congiuntamente al Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, ha annunciato una spietata politica di "tolleranza zero" contro i media internazionali, promettendo l'arresto e la persecuzione penale per chiunque diffondesse informazioni potenzialmente utili al targeting nemico o in grado di seminare sfiducia pubblica. Questa direttiva politica si è immediatamente tradotta in gravi episodi di coercizione.
Il 3 marzo 2026 (quarto giorno dell'offensiva iraniana "True Promise 4"), mentre una violenta ondata di missili balistici si abbatteva sulla macro-area di Tel Aviv, una troupe televisiva della testata turca CNN Türk stava effettuando una trasmissione in diretta per aggiornare gli spettatori internazionali. Le forze di sicurezza israeliane hanno circondato i reporter, interrompendo brutalmente il live broadcasting. Il corrispondente Emrah Çakmak e il suo operatore video Halil Kahraman sono stati prelevati con la forza, presi in custodia cautelare, e tutta la loro strumentazione tecnica, telecamere, microfoni e dispositivi satellitari, è stata immediatamente confiscata. L'aspetto più preoccupante dell'incidente, denunciato successivamente dallo stesso Çakmak al CPJ, è stato l'accesso non autorizzato ai dati, le autorità di polizia avrebbero forzato i codici e setacciato il telefono cellulare personale del giornalista senza mandato e senza consenso, presumibilmente alla ricerca di contatti o di foto geolocalizzate degli impatti che il reporter avrebbe potuto aver archiviato.
La pressione sui media turchi, considerati ostili dal governo di Gerusalemme, è proseguita il 4 marzo 2026, quando il direttore responsabile di En Son Haber, İlyas Efe Ünal, insieme al giornalista Adem Metan, sono stati bloccati dalle autorità israeliane mentre tentavano di varcare il confine terrestre provenendo dall'Egitto. I due sono stati trattenuti, isolati e sottoposti a intensi e pesanti interrogatori per circa sei ore prima di ottenere il rilascio.
L'azione repressiva non ha riguardato esclusivamente network di nazioni considerate politicamente distanti. Il 5 marzo 2026, nella città costiera settentrionale di Haifa, bersaglio frequente delle incursioni dal Libano e dai vettori iraniani, squadre della polizia municipale hanno condotto un'operazione su vasta scala per smantellare i presidi mediatici. Hanno ordinato la dispersione immediata di molteplici troupe giornalistiche appartenenti a primarie agenzie internazionali, inclusi i network americani e britannici CNN, Fox News e BBC, oltre alle emittenti arabe Al-Arabiya e Anadolu Agency. Reporter di grande esperienza, come Marwan Athamneh (Al-Arabiya) e Samir Abdul-Hadi (Anadolu), hanno protestato, dimostrando di essere in possesso delle necessarie credenziali e di aver scrupolosamente ottemperato a tutte le restrittive direttive della censura militare. In modo eloquente, sebbene un portavoce ufficiale della polizia avesse perfino ammesso pubblicamente che non vi fosse alcuna reale base giuridica per l'espulsione forzata dei giornalisti, le pattuglie dispiegate hanno reiterato gli ordini di sgombero, impedendo ogni possibilità di testimonianza indipendente degli eventi bellici nell'area settentrionale del Paese.
A livello domestico, la morsa si è rivelata ancor più opprimente. Il conflitto aperto ha fornito l'impeto per un controllo ferreo sul dissenso digitale della popolazione araba-israeliana e dei palestinesi nei territori. Centinaia di civili e attivisti sono stati prelevati e posti in detenzione unicamente per post, commenti o condivisioni sui social media riguardanti i missili o simpatie verso le fazioni in lotta. Organizzazioni per i diritti civili hanno raccolto le testimonianze di innumerevoli abusi; un caso emblematico è quello del diciassettenne di Gerusalemme Est, Omran Okkeh, la cui abitazione è stata assaltata dalle forze di polizia. In seguito all'irruzione, i poliziotti lo hanno duramente picchiato nella sua camera da letto e successivamente nell'abitacolo della vettura di pattuglia; quando la madre Rola è intervenuta per implorare pietà per il figlio sanguinante, è stata a sua volta brutalmente aggredita e arrestata.
Di Lavinia Marchetti