12 Marzo 2026
Chi pensava che i media israeliani avessero già toccato un nuovo punto più basso durante l’attuale guerra deve solo osservare l’ultima pratica diffusa: ogni reporter che mostra un frammento di una persiana colpita da un missile e ogni conduttore che interrompe la trasmissione per collegarsi con un negozio di alimentari di quartiere danneggiato dichiara immediatamente che tutto è stato approvato dal censore militare.
Nessuno chiede ai giornalisti di dirlo: la legge non lo richiede e i censori militari non hanno mai preteso che venisse esibito un simile marchio di “buon giornalismo”. Eppure i media lo proclamano volontariamente e ad alta voce: guardate quanto siamo bravi. Siamo gli studenti più disciplinati della classe, quelli che chiedono il permesso per tutto, anche quando non è necessario.
Imbarazzanti secchioni quali sono, che si tratti di Yonit Levi di Channel 12 o di un servizio locale da Petah Tikva, tutti rispettano le regole, e anche più del necessario. Invece di combattere la censura (sì, anche in tempo di guerra), sono diventati i suoi soldati più disciplinati. I media non sono solo al servizio del portavoce delle Forze di difesa israeliane, ma anche del censore militare.
Con media di questo tipo, non ha senso lottare per una stampa libera, perché i media stessi non stanno dalla parte della libertà. Il fatto è che nessuno ha ordinato loro di nascondere ciò che stava realmente accadendo nella Striscia di Gaza per due anni e mezzo, e nessuno ha imposto loro di essere così orgogliosamente obbedienti.
«Ti piaccio, IDF?», sembra chiedere quasi ogni corrispondente militare. «Sono un bravo ragazzo? Un buon soldato? Non è vero che non ho rivelato nulla? Non è vero che ho masticato a bocca chiusa?» I media hanno un bisogno esistenziale, personale, di essere in buoni rapporti con l’establishment, e perfino con coloro che dovrebbero essere il nemico dichiarato della stampa: il censore militare.
Il bisogno di rifugiarsi all’ombra dell’establishment, come all’ombra di mamma e papà, il desiderio di apparire “bravi” ai suoi occhi, nasce dalla volontà che sia il censore ad assumersi la responsabilità e a sollevarci da essa.
Agli occhi della maggioranza dei giornalisti israeliani, la stampa deve garantire la sicurezza nazionale, perché siamo tutti soldati. Proprio come alcuni giornalisti credono che il compito dei media sia preservare il buon nome di Israele. «Siamo prima di tutto israeliani, e solo dopo giornalisti», dice un giornalista ignorante che non ha la minima idea di quale sia il suo ruolo in una democrazia. Il confine tra giornalismo e pubbliche relazioni qui è stato superato da tempo.
L’adulazione e l’alleanza con lo Stato non sono rivolte solo all’establishment ma anche al pubblico: non preoccupatevi, non vi diremo troppo. Siamo patriottici e responsabili e non vi racconteremo nulla che possa togliervi il sonno (per esempio che l’IDF ha ucciso mille bambini a Gaza), né metteremo a rischio la “sicurezza nazionale”, qualunque cosa significhi. Il giornalismo diventa così una componente della sicurezza interna.
Non è sempre stato così. In passato la censura era più dura, ma i giornalisti la combattevano con coraggio. Quando la rivista Haolam Hazeh si oppose alla decisione di un censore di bloccare alcune informazioni — cosa difficile da immaginare oggi — il direttore Uri Avnery lasciò spazi vuoti nella pagina in segno di protesta, commettendo egli stesso un’infrazione alle regole della censura.
Quando Alex Levac fotografò i terroristi dell’episodio del Bus 300 prima che venissero uccisi dal servizio di sicurezza Shin Bet, il giornale Hadashot lottò per pubblicare quell’immagine. Oggi non accadrebbe mai. La foto dei terroristi prima della loro esecuzione non verrebbe pubblicata: Madre Censura non lo permetterebbe, e i lettori reagirebbero con rabbia all’idea di essere esposti a qualcosa di così sgradevole.
Chi vorrebbe pubblicare oggi le prove dell’esecuzione di palestinesi? E chi vuole davvero saperlo?
È un circolo vizioso che non può essere spezzato, perché tutti sono soddisfatti della sua esistenza. Il pericolo più grande nei media è l’autocensura, mille volte più distruttiva della censura governativa, perché non c’è nessuno che possa opporvisi. Ora i media hanno fatto un ulteriore passo lungo questa discesa, arrivando a vantarsi della propria obbedienza. Non c’è nulla da temere dal ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi: abbiamo Channel 12 a fare il suo lavoro.
di Gideon Levy
Fonte: Haaretz
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