Iran, "Usa infastiditi da raid israeliani su depositi di greggio a Teheran: prima frattura tra alleati da inizio guerra" - RUMORS
Washington avrebbe definito "eccessivo" l'attacco israeliano sui depositi di carburante a Teheran: tra le conseguenze non considerate da Tel Aviv, l'aumento dei prezzi del greggio e la cattiva opinione degli alleati tra i manifestanti iraniani
I pesanti bombardamenti israeliani avvenuti, la sera di sabato 7 Marzo, su circa 30 depositi petroliferi iraniani non sono piaciuti agli Stati Uniti: secondo quanto riportato da fonti informate sui fatti, gli attacchi dell'Idf non solo sarebbero andati ben oltre le aspettative americane, ma si sarebbero consumati senza tenere conto delle conseguenze in termini economici e sociali. Quanto avvenuto sabato, affermano informatori del deep state, potrebbe aver scatenato la prima significativa "frattura" tra gli alleati Usa e israeliani da quando sono entrati in guerra contro l'Iran lo scorso 28 Febbraio.
Iran, "Usa infastiditi da raid israeliani su depositi di greggio a Teheran: prima frattura tra alleati da inizio guerra" - RUMORS
Non tutto ciò che sta facendo Israele nella guerra illegale contro Teheran sembra ottenere il placet incondizionato dell'alleato americano. Sembra infatti che l'amministrazione trumpiana abbia già sollevato perplessità e insoddisfazioni nei confronti dell'ultimo pesante atto ostile compiuto da Tel Aviv contro Teheran: raid Idf contro raffinerie e depositi di carburante a Teheran. Le immagini del loro bombardamento hanno presto fatto il giro del mondo: la sera di sabato 7 Marzo l'esercito israeliano conduceva attacchi reiterati contro le raffinerie di petrolio di Shahr Rey, Koohak e Karaj. Fiamme e nuvole di fumo avevano raggiunto il cielo, colorandolo di nero e causando un'ondata di piogge acide da cui agli abitanti erano stato imposto di rimanere lontani chiudendosi in casa.
"Le forze armate del regime terroristico iraniano utilizzano direttamente e frequentemente questi serbatoi di carburante per gestire le infrastrutture militari. (...) Si tratta di un attacco significativo che costituisce un ulteriore passo avanti nell'aggravare i danni alle infrastrutture militari iraniane" era stata la giustificazione addotta dall'Idf in spregio alle conseguenze ambientali e ai danni di salute sui civili. Contro quell'azione israeliana, Washington avrebbe però puntato i piedi mostrando fastidio e disaccordo nei confronti di un'operazione dalle conseguenze negative per gli stessi alleati occidentali.
Secondo quanto emerso, dopo l'attacco - notificato da Israele in anticipo - gli Usa avrebbero valutato i bombardamenti "eccessivi", al punto da diventare controproducenti per gli stessi interessi americani. Un attacco simile, hanno fatto sapere fonti del deep state, metterebbe i civili iraniani in una posizione anti-Usa e pro-ayatollah, oltre che causare un'impennata dei prezzi del petrolio. Che è proprio quello a cui Trump ora dovrà mettere rimedio: "Al Presidente non è piaciuto l'attacco - ha fatto sapere un consigliere di Trump -, lui vuole salvare il greggio, non vuole bruciarlo".
Poi c'è il retro della medaglia: Khatam al-Anbiya, portavoce del quartier generale iraniano, ha infatti avvertito che Teheran è pronta a rispondere a qualunque altra operazione contro le sue infrastrutture petrolifere con attacchi simili in tutta la regione. Una mossa che creerebbe ancora più sisma nel giù fragile mercato petrolifero a fronte del recente blocco dello Stretto di Hormuz. Le notizie del "disaccordo" tra Washington e Tel Aviv restano però dietro le quinte: oggi, 9 Marzo, Trump è infatti tornato a convergere con Netanyahu avvisando che la decisione su quando porre fine alla guerra sarà "concordata" proprio col premier israeliano.