05 Marzo 2026
Trump-Mojtaba Khamenei
A Tel Aviv, le mattine ormai iniziano puntualmente tra le sirene che urlano per la pioggia dei missili iraniani, e tra i pianti degli israeliani che non vengono mostrati da nessun organo di stampa.
Le consegne sono rigide, nessun media mainstream deve mostrare il crollo di Israele, tantomeno nessuno deve mostrare come la contraerea israeliana, la tanto decantata Iron Dome, lo scudo di ferro, sia in realtà una groviera nella quale passa tutto.
Si dovrebbe pensare che gli Stati Uniti, ufficialmente in guerra al fianco di Tel Aviv, tolgano le castagne dal fuoco a Israele, eppure gli americani non forniscono il loro indispensabile aiuto per provare quantomeno a contrastare l’azione iraniana e distruggere le sue basi missilistiche.
Ci sono molti elementi di questa crisi che dimostrano come a Washington si stia giocando un sottile gioco di inganni e di dissimulazioni nei riguardi dello stato ebraico che ha deciso di lanciare questa offensiva unilateralmente, non appena i suoi vertici hanno compreso che l’amministrazione Trump voleva davvero chiudere un accordo con Teheran.
L’Iran, ad oggi, non ha infatti abbattuto nessun aereo americano, tantomeno nessuna nave americana è stata colpita.
Secondo fonti di intelligence del Libano, gli Stati Uniti non stanno dando alcun contributo effettivo militare a Israele, che conduce le sue azioni offensive in solitaria.
Si comprende così la reazione a dir poco furibonda di Tel Aviv.
Si sono viste azioni di vario tipo, sabotaggi, attentati e bombardamenti da parte dello stato di Israele contro le ambasciate dei Paesi del Golfo perché ormai la mentalità che offusca le menti israeliane è quella di una incontrollabile scheggia impazzita, una entità terroristica che colpisce tutto e tutti, affetta dalla inguaribile incapacità di accettare la fine del suo dominio incontrastato, e l’inizio di un futuro che non si chiama supremazia, ma convivenza.
Israele però non è nata per convivere.
Se si segue il codice del sionismo messianico che governa tale stato, si incontra la volontà di potenza e di divenire nazione tra le nazioni.
E’ questo desiderio di affermazione assoluta che porta allo stato di Israele e alla sua “naturale” volontà di annientamento dell’avversario ad ogni costo, una “filosofia” senza la quale risulta impossibile comprendere qualcosa di quanto accaduto nei 78 anni precedenti, soprattutto negli ultimi 3, da quel famigerato 7 ottobre del 2023, giorno nel quale Israele eseguì una delle sue famigerate operazioni di falsa bandiera per avere il casus belli necessario per scatenare il genocidio del popolo palestinese, martire del sionismo.
Una volta compreso che il mondo e soprattutto gli Stati Uniti d’America stavano voltando le spalle al loro antico alleato, nel gabinetto del governo israeliano si è scatenata una scintilla di furia e di odio cieco che ha portato Tel Aviv a scatenare una guerra impossibile da vincere.
Tel Aviv non può farcela perché Washington sta evidentemente praticando un gioco di formale appoggio a Israele, al quale però non fa seguito un reale sostegno alle azioni belliche israeliane, che possono procurare dei danni all’Iran, ma non possono certo neutralizzare la sua enorme capacità missilistica, tantomeno possono spianare la strada all’agognato golpe contro la teocrazia islamica di Teheran, in corso persino di rafforzamento da tale crisi.
I festeggiamenti per la morte, presunta o meno, dell’Ayatollah Khamenei, sono stati brevi ed effimeri.
Una volta compreso che non c’era nessuno segno di cedimento nel governo iraniano, le roboanti dichiarazioni di “vittoria” hanno lasciato il posto alla crescente perplessità, soprattutto quando si è concretizzata la prospettiva della nomina a Ayatollah di un uomo come il figlio di Khamenei, Mojtaba, considerato persino più “integralista” dello stesso Khamenei.
Se l’esito della crisi iraniana sarà questo, Israele avrà “ottenuto” la nomina di un leader iraniano con quasi 30 anni in meno e ancora più determinato a salvaguardare la Rivoluzione Islamica.
I contorni dell’operazione “Scudo di Giuda”, iniziano ad assomigliare molto a quelli di una tremenda beffa del presidente Trump a Israele e alle sue folli manovre eversive che non tengono più conto delle realtà geopolitica dei singoli Paesi.
Teheran era a suo modo già preparata da tempo a questo scenario.
I governi iraniani si sono adoperati per costruire una economia immune alle sanzioni.
I fondamentali economici del Paese sono più che solidi, la sua dipendenza dall’estero pressoché inesistente, e la sua tecnologia militare si può definire a dir poco formidabile, se si pensa che, ad oggi, i missili balistici iraniani sono tra i più precisi e micidiali non solo in Medio Oriente, ma nel mondo intero.
A Teheran , sapevano che un giorno Israele avrebbe cercato la folle mossa del’attacco e dell’aggressione.
Sapevano che un giorno la visione messianica dell’ebraismo di una setta come la potente Chabad Lubavitch avrebbe spinto Israele a scatenare l’inferno in Medio Oriente pur di stendere il tappeto rosso al tanto atteso moshiach, il messia ebraico che agli occhi di Chabad e dei sionisti messianici un giorno si siederà sul trono di Israele e ricostruirà il Terzo Tempio.
C’è una visione, come si vede, prim’ancora che politica, “spirituale” alla base dello stato di Israele, una nazione che non nasce per offrire un porto sicuro agli ebrei dispersi dai tempi della diaspora dell’imperatore Tito, ma che insegue un disegno di dominio, di supremazia sul mondo intero e che aspira ad essere la sede di un governo mondiale, come lo descrisse fedelmente l’ex primo ministro israeliano Ben Gurion.
Benjamin Netanyahu non è altro che il figlio “spirituale” di questa visione.
Vicinissimo a Chabad e al suo storico leader, Menachem Schneerson, sin dagli anni’80, Netanyahu venne scelto da tali ambienti per compiere questo disegno di espandere i confini dello stato ebraico e inaugurare l’era del moshiach, come affermò lo stesso Schneerson.
A far sorgere la stella di Netanyahu nell’agone politico israeliano è la morte dell’ex premier Yitzhak Rabin.
L’assassinio politico di Rabin nel 1995, orchestrato da ambienti del Mossad e dello Shin Beth, è la svolta.
L’uomo del Likud sale al potere nel 1996 e accantona ogni tentativo del progressista Rabin di firmare un accordo per lo Stato palestinese, una scelta fortemente avversata dal sionismo messianico, vero motore ideologico e religioso della entità israeliana.
E’ tale volontà di onnipotenza che ha spinto ancora una volta Israele alla folle guerra contro l’Iran, senza badare troppo agli equilibri della storia che hanno voltato le spalle al sionismo, lanciandosi in una “impresa” pressoché disperata.
Il Medio Oriente del 2005 di fatto non esiste più.
Sono spariti tutti gli assetti ai quali Israele aveva lavorato nei decenni precedenti, a partire dall’alleanza con i Saud, una famiglia, secondo alcuni ricercatori, di origini ebraiche, ma che dopo la parentesi dei primi anni dell’erede al trono Mohammed bin Salman, nei panni di falco del sionismo, non ha esitato a mutarsi in colomba pronta a dialogare con l’Iran e il mondo multipolare, una volta fiutata l’aria del cambiamento.
Sembra passato un secolo da quando i forzieri dei Saud si aprivano per finanziare i tagliagole dell’ISIS, una creatura dello stesso stato ebraico che ha fornito addestramento e protezioni ai terroristi islamisti incaricati di seminare caos, morte e violenza contro ogni Paese considerato una minaccia da Israele.
Assieme ai sauditi, c’erano loro, gli emiri del Qatar, altrettanto generosi con il sostegno ai terroristi islamici in Medio Oriente e in Europa, ma anche Doha non ha esitato a saltare dall’altra parte dello steccato, una volta compreso che l’anglosfera e l’impero americano non esistevano più dopo l’inizio della dottrina dell’America First di Trump.
Il Medio Oriente ha perciò inevitabilmente cambiato volto.
Ha saputo riadattarsi alle mutate condizioni geopolitiche, ma Israele non sembra aver considerato troppo tutto questo, scegliendo invece la strada dell’attacco a tutto e tutti, nella speranza di infiammare quella tormentata regione e il mondo intero.
Al fianco di Israele, restano soltanto gli Emirati, tenutari di un quartier generale del Mossad, utilizzato per il riciclaggio di soldi sporchi e crocevia di trafficanti di esseri umani, nel quale si sono trovati impantanati nel mezzo della guerra tra Israele e Iran, il ministro della Difesa, Crosetto, già schieratosi contro questo blog, e il questore di Roma, Massucci, senza che né l’uno né l’altro abbiano saputo fornire spiegazioni convincenti della loro presenza negli Emirati in un momento così turbolento in quella regione.
Gli Emirati ora si risvegliano e scoprono che la loro vita dorata fatta di luci e grattacieli era in larga parte un’illusione, figlia della patinata immagine da copertina che gli sceicchi volevano trasmettere agli Occidentali, sedotti in larga parte dal miraggio emiratino, mai come oggi vicino alla sua dissoluzione.
Israele non ha guardato a nulla di tutto questo.
Se mai qualcuno nel governo dello stato ebraico ha mai avuto qualche barlume di buon senso e ha suggerito una ritirata strategica, egli chiaramente non è stato ascoltato, tanto che Tel Aviv, nel momento più difficile della sua storia, forse persino peggiore del 2025, ha deciso ancora una volta di provare la carta dell’invasione del Libano, accecata da questo delirante sogno di onnipotenza.
Il fallimento è alle porte, mai stato vicino come lo è ora, e gli Stati Uniti, in fondo, non attendono altro.
Una volta che l’entità israeliana sarà finalmente ridotta all’impotenza, il primo che esulterà sarà proprio Trump.
Il presidente ha già fatto capire di voler firmare un accordo con la nuova leadership iraniana, che non sarà quella dello shah di Persia, voluta invece dallo stato ebraico, ma quella di un uomo all’interno dell’Iran, in quella che assomiglia molto ad una rivisitazione dei falsi regime change visti in Siria e in Venezuela, una circostanza che spiega il silenzio e l’inazione di Mosca e Pechino, già probabilmente informate dell’operazione, impossibile da realizzare senza il loro assenso.
C’è chiaramente una dicotomia nella geopolitica israelo-americana.
Una va nella direzione di un reale colpo di Stato a Teheran che porti al potere un uomo nelle mani dello stato ebraico.
L’altra cerca le apparenze, le cosiddette optics, quelle che vogliono cambiare tutto per non cambiare nulla.
Se sarà questo l’esito ultimo di questa crisi, che già sembra aver preso tale strada, alle elezioni di medio termine Trump si presenterà affermando di aver stabilizzato finalmente il Medio Oriente e con un probabile accordo in tasca sul nucleare firmato con la nuova leadership iraniana.
Sarà non il suo funerale politico, come affermano i suoi detrattori, ma un vero e proprio trionfo.
Trump risolverebbe in tal modo finalmente la spinosa questione della lobby sionista con la quale ha dovuto scontrarsi per tutto il suo mandato.
Al posto delle dichiarazioni ostili e dello scontro frontale, il presidente ha scelto la via della dissimulazione, delle pacche sulle spalle in pubblico e degli scontri feroci con Israele in privato.
A Tel Aviv, se ne sono accorti.
Qualche tempo fa, Il Times of Israel riferiva che I vertici dello stato di Israele si fossero resi conto da un pezzo che Trump non dà seguito alle sue dichiarazioni sull’Iran e la Siria, smentite da politiche di segno opposto, di volontà di conciliazione con quelli che il governo israeliano giudica come i suoi più acerrimi nemici.
Il Consiglio di Pace di Gaza è uno dei vari esempi.
L’accordo di pace per la Palestina è stato fatto letteralmente ingoiare a Israele.
Lo stato ebraico non voleva in nessun modo quel trattato.
Voleva proseguire sulla strada del massacro, voleva entrare a Gaza e conquistare, tanto che il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, non ha esitato a definire come “vergognoso” quel trattato, visto come una intollerabile infamia agli occhi del sionismo messianico.
Smotrich è proprio uno dei personaggi che si è visto di più negli ultimi tempi.
Secondo alcuni, il vero primo ministro israeliano in pectore è proprio lui, soprattutto perché regna un’aura di incertezza su chi abbia veramente in mano le sorti dello stato ebraico da qualche tempo a questa parte.
Ufficialmente, l’aereo del primo ministro di Israele ha lasciato il Paese lo scorso 28 febbraio, ha volato sui cieli del Mediterraneo per diverse ore, dopo essersi visto rifiutare il permesso di atterraggio da Cipro, una enclave in pratica dello stato ebraico, per fare rotta sulla Germania, a Berlino, dove si trova ancora oggi.
Sopra quell’aereo deve esserci qualcuno di importante nella gerarchia dello stato di Israele, a meno che non si voglia dare credito alla improbabile storia che l’aereo sia vuoto e sia stato messo in “sicurezza” in un posto così lontano, quando sarebbe bastato portarlo a tal scopo in Giordania, altra base privilegiata di Israele.
A bordo non c’era però Netanyahu.
Secondo i video che si sono visti nelle ultime ore, il primo ministro israeliano è ancora a Tel Aviv, ma se lui è effettivamente ancora lì, e quei video non sono il frutto di qualche manipolazione tecnologica, ci si chiede come potrà fare ora il premier israeliano a spostarsi qualora ne abbia la necessità, visto che il suo aereo personale è a più di 4000 km di distanza, e il capo del governo non può non ricorrere a quel velivolo dotato di particolari sistemi di sicurezza antimissilistici.
Wings of Zion è stato concepito infatti per far fronte a delle situazioni di crisi e di emergenza che altri aerei non possono affrontare, una circostanza di fatto che riapre la questione su cosa è veramente accaduto al primo ministro israeliano quel fatidico 29 settembre del 2024, quando il suo aereo fu oggetto di due attacchi missilistici da parte degli Houthi.
L’aereo governativo da quel giorno è rimasto inutilizzato a lungo.
Venne portato ad Amman, in Giordania, dove rimase per qualche mese, in attesa di riparazioni, mentre nel frattempo le sorti del primo ministro israeliano divennero nebulose, tra la fuoriuscita di strani video probabilmente eseguiti attraverso l’intelligenza artificiale, e appuntamenti importanti cancellati come la presenza all’inaugurazione presidenziale di Donald Trump.
Un giorno forse verrà probabilmente fuori la verità su quanto accaduto a Tel Aviv, ma intanto resta sul tavolo una evidenza incontrovertibile.
Israele è caduta in una micidiale trappola per topi.
Ha incendiato il Medio Oriente nella folle illusione di trascinare tutti nel baratro, ma a rischaire di finire nel precipizio è proprio la creatura di Theodor Herzl.
Israele non riesce ad accettare che la sua inviolabiiltà non esiste.
Lo stato ebraico è destinato a perdere la sua guerra contro Dio e la storia.
Di Cesare Sacchetti
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